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Mondo > Europa

La marcia di Parigi per la pace

- Fonte: Nouvelle Cité


Partecipando alla manifestazione parigina, il nostro corrispondente sottolinea il carattere unitario di quell’enorme sfilata umana, al di là del credo e delle ideologie di ciascuno

Capi di Stato e di governo alla marcia della pace di Parigi

Cartelli, pannelli di legno, di carta o di cartone. Bandiere francesi, naturalmente, ma anche marocchine, australiane, del Mali, tibetane. E persone, migliaia, decine, centinaia di migliaia di persone… Si stima che oltre 3,7 milioni di persone su tutto il territorio francese abbiano manifestato, 1 milione e mezzo a Parigi. E si aggiungono le capitali europee, ma anche in Africa e nel mondo arabo. Slogan che si sono evoluti: dopo “Je suis Charlie” in memoria dei giornalisti di Charlie Hebdo sono state lette sui cartelloni frasi del tipo: “Je suis Charlie, je suis un agente di polizia, je suis ebreo, je suis musulmano”, o ancora: “Una pistola non è una religione” o “Non sono francese, io sono del mondo”. C’erano famiglie, giovani, bambini, di ogni tipo e di ogni religione. Ma soprattutto ci si parlava e poi si faceva un silenzio impressionante. La sfilata è stata a volte bloccata dall'afflusso dei partecipanti, per più di tre ore. La polizia è stata applaudita.

I politici hanno voluto che le famiglie delle vittime fossero in prima linea. Volti di dolore e dignità. E poi cinquanta capi di Stato e di governo, fianco a fianco. Il presidente della Repubblica francese, circondato da Angela Merkel e dal presidente del Mali; Il primo ministro israeliano ha camminato a pochi metri del presidente palestinese. Infine, i politici francesi, che sembravano, per una volta almeno, aver dimenticato i loro litigi.

E poi l’immensa e seria folla, assai eterogenea, che diceva: “No alla barbarie”. Tanti piangevano. Perché questi attacchi hanno provocato una tale emozione, non solo nazionale, ma globale, mentre gli attentati di New York, Barcellona e Londra avevano causato più morti? Penso che ciò venga dai simboli che sono stati colpiti. Charlie Hebdo non era un giornale di grande diffusione, ma il brutale massacro dei giornalisti per la loro impertinenza e la loro libertà è stato stigmatizzato. Un cartello in mezzo alla folla, diceva, «La libertà è il DNA dell’umorismo». Dopo 55 ore di terrore, tutti hanno capito che è l'umanità intera ad essere stata attaccata.

I giornalisti non avevano che le loro matite per esprimere la propria libertà, i poliziotti erano lì per proteggere la libertà dei redattori, mentre la polizia municipale faceva il suo lavoro come “custode della pace”. Chi mai, in Francia, non ha una come vicino di casa una persona di colore, un arabo o un ebreo? “Sono stati uccisi i miei vicini di casa!”, pensava la gente. In due giorni, una sorta di unità nazionale sembra essere esplosa: «Mai più» dicevano non poche persone sabato mattina davanti alla Porte de Vincennes e alla drogheria kasher dalla facciata annerita. Una vecchia donna implorava un altissimo magrebino di partecipare alla marcia di domenica: «No – ha risposto l’uomo -, perché attaccheranno noi musulmani, ci saranno dei morti». E invece sul marciapiede di fronte degli imam vestiti di bianchi parlavano con dei rabbini e poi insieme sono tutti entrati nella vicina sinagoga. Ovunque, nel mix culturale che caratterizza il quartiere, si sente una profonda tristezza, ma anche il rifiuto della paura che fa crescere la rivolta contro la barbarie.

È, senza alcun dubbio, questo rifiuto della paura, insieme ad un sussulto delle coscienze, che ha avviato nelle persone un’onda di rifiuto dell’odio. Dunque, una domenica di pace sotto un bel sole invernale? Nessuna bandiera, nessuno striscione di partiti, di gruppi, di associazioni: i giornalisti sottolineano l’unità emersa nonostante la diversità delle opinioni, delle culture, delle religioni, delle generazioni. Dei canali televisivi hanno trasmesso molte interviste alle persone presenti e alcune testimonianze sono struggenti.

Come quella della donna musulmana velata che ha perso il figlio militare, ucciso dai terroristi nel Sud della Francia, che cerca di consolare il rabbino arrivato dalla Tunisia per constatare la morte di suo figlio. Il rabbino racconta della paura del figlio di porta la kippah (il copricapo maschile a forma di semicupola portato dagli ebrei, ndt), mentre la donna parla degli sguardi e dei commenti suscitati dal suo velo. «Forza – dice la musulmana al rabbino-. Avete bisogno di molto coraggio, ma bisogna resistere. Io sono francese e ne sono fiera, ma bisogna resistere».

Mi sembra che il futuro sia in questo dialogo doloroso. La nostra società come ha potuto plasmare questi giovani, non sempre provenienti da ambienti difficili? Nati in Francia, spesso da genitori anch’essi francesi di nascita, la maggior parte di loro non conosce profondamente l’Islam, mentre altri provengono da famiglie cattoliche praticanti. Cosa è accaduto? La comunità internazionale, ma soprattutto europea, sta per scoprire che i jihadisti sono i propri figli; che i predicatori su internet hanno dato ai loro giovani un ideale;che chi è entrato in prigione confuso, sbandato, ne è uscito radicalizzato.

Le luci sulla “festa di essere insieme” si sono spente. Domani dovremo vivere insieme. Ma nelle varie interviste si danno a questa espressione delle interpretazioni diverse. Questioni, queste, che in Francia, ci si pone seriamente. La laicità è la Religione che rimpiazza le religioni? La religiosità appartiene ormai ad un campo strettamente privato? Fin dove arriva la libertà d’espressione?

Anche chi ha una fede, una religione, deve porsi delle domande. Anche i cristiani. Tra la gente, la religione sembra essere diventata un simbolo di divisione, di odio. Si sente spesso dire: “Nella nostra famiglia non si parla né di politica né di religione”. La religione è vista come un insieme di persone che condannano e che non conoscono niente della vita. Papa Francesco ha compreso questa crisi e chiede ai cristiani di aprirsi al mondo.

A Parigi, sotto un sole invernale, per tre ore, migliaia di cuori si sono riscaldati parlandosi.

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