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Mondo > Segni

Il summit della pace di Tel Aviv

di Letizia De Torre

- Fonte: Città Nuova

Il racconto del grande incontro promosso nel pieno della guerra che infiamma il Medio Oriente. Un segnale di luce dal terzo “People peace summit” che ha dato voce ad una realtà condivisa da ebrei e arabi che chiedono la fine dell’occupazione dei Territori e la nascita di uno Stato palestinese come via per costruire la pace

Summit della pace Tel Aviv 30 aprile 2026 Foto Letizia De Torre

Camminando verso l’Expo di Tel Aviv, un israeliano, sui 40 anni, mi diceva: «Oggi incontreremo delle personalità, dobbiamo approfittarne», facendomi pensare ai noti artisti, esponenti culturali e politici previsti. Ma poco dopo ha abbracciato Aziz Abu Sarah e mi ha chiesto di fargli una foto con Maoz Inon, autori di The future is peace

Allora mi è stato chiaro chi fossero le “personalità” per gli oltre 4 mila al People’s Peace SummitNon era scontato che si tenesse, la decisione è stata presa senza all’orizzonte un cessate il fuoco, tanto che l’invito riportava: “Secondo le direttive dell’Home Front Command”. Anche questo dice il coraggio e la determinazione della coalizione di oltre 80 organizzazioni israelo/palestinesi.

In 16 affollate sessioni parallele, esperti hanno affrontato con coraggio, chiarezza e verità temi quali “Risorgere dall’abisso”; Rendere di nuovo grande la diplomazia”; Dalla negazione e dal trauma alla guarigione e alla ricostruzione”.

Durante l’evento serale, si è susseguita invece gente comune, come si è definita, pre-registrata da Gaza, in collegamento dalla Cisgiordania e sul palco dei vari popoli di Israele, beduini compresi. Partendo da forti testimonianze si è ripetutamente presa posizione per una futura convivenza from the river to the sea (dal fiume Giordano al mare): parole che fino a ieri indicavano il prevalere di una parte sull’altra, ma qui pronunciate per una terra da condividere nella giustizia e nel riconoscimento dei due popoli.

Si è scandito con forza che It must be, deve essere, It can be, è possibile e It will be, avverrà, è tempo che avvenga.

La diretta è ora su YouTube (https://youtube.com/live/Z6nOTkXzQHI sottotitoli in inglese) e si rimane incollati allo schermo perché ogni parola ha un peso e una forza enormi, impossibili da riportare. Occorre guardare negli occhi chi parla, come ha ben espresso il grande murales all’entrata dell’Expo.

Questo è un anno cruciale: elezioni generali in Israele il 27 ottobre e tentativi di arrivare ad elezioni anche in Palestina, dopo le recenti amministrative in 403 comuni, uno anche nella Striscia di Gaza, del 25 aprile scorso.

Nella terza sessione del Summit 5 membri della Knesset, ebrei e arabi, hanno detto “basta!” e preso l’impegno di costruire una coalizione di partiti sia arabi che israeliani.
La reazione senza sosta della sala, per oltre due ore, con applausi e standing ovation, ha confermato che non è iniziativa di pochi, ma del popolo, anzi dei popoli di questa terra.
Certo, il cammino è in salita dopo tanto “inferno” che ancora continua e sarà un cammino molto lungo, ma è chiaro che il futuro appartiene, senza ingenuità, agli operatori di pace.

Campeggiava una grande scritta di Martin Luther King: «Coloro che amano la pace devono imparare ad organizzarsi con altrettanta efficacia di coloro che amano la guerra». Le ultime immagini a scorrere sugli schermi sono state quelle degli accordi di pace tra Israele/Egitto 1979 e tra Israele/Giordania 1994, e le ultime parole scandite da Rabin: «It’s peace we desire».

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