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Italia > Regioni

Paul Neeraj, bracciante sfruttato e morto con le gambe bruciate

di Sergio Nazzaro

A proposito di primo maggio pubblichiamo un intervento dello scrittore e autore di Città Nuova Nazzaro, sulla storia pressoché ignorata di un lavoratore deceduto in modo orribile a causa dello sfruttamento nelle campagne del nostro Paese

“Basta morti sul lavoro”, “schiavi mai”. manifestazione a San Severo, 8 agosto 2018. ANSA/FRANCO CAUTILLO

Paul Neeraj, bracciante di 36 anni, è morto il 24 aprile 2026 dopo due settimane di agonia straziante. È stato abbandonato al Pronto Soccorso dell’ospedale Ruggi di Salerno nella notte tra il 10 e l’11 aprile in condizioni disperate: incosciente, con entrambe le gambe completamente annerite dalla cancrena.

Abbandonato come un rifiuto: l’uomo è stato lasciato solo, privo di conoscenza e incapace di parlare italiano, senza nessuno che lo accompagnasse. Per due settimane ha lottato tra la vita e la morte, sottoposto a sedute in camera iperbarica nel reparto malattie infettive, ma i medici non sono mai riusciti a portarlo fuori pericolo. La cancrena e l’infezione hanno compromesso il fegato e altri organi interni, rendendo vano ogni tentativo di salvargli le gambe.

Secondo i medici dell’ospedale, il quadro clinico è compatibile con un’esposizione diretta e prolungata a sostanze chimiche tossiche senza alcuna protezione adeguata. Le gambe annerite dalla cancrena sono la tragica prova delle condizioni disumane in cui molti braccianti stranieri vengono costretti a lavorare nei campi italiani.

Neeraj lavorava molto probabilmente in una delle numerose aziende zootecniche o agroalimentari della zona (Piana del Sele), uno dei poli più importanti dell’agroalimentare italiano, dove si produce tra l’80 e il 90% delle insalate imbustate nazionali. Gli indiani, in particolare, sono spesso impiegati negli allevamenti di bufale per la produzione di mozzarella.

Reclutato attraverso il sistema del caporalato, Neeraj lavorava in nero, in condizioni che i sindacati definiscono di “vero e proprio paraschiavismo“. Nessuna formazione sulla sicurezza, nessun dispositivo di protezione individuale: i lavoratori stranieri sono esposti quotidianamente a veleni senza alcuna tutela.

L’uomo, secondo alcune ricostruzioni, avrebbe evitato di indicare l’azienda per timore di vendette contro i familiari ancora impiegati lì, dimostrando il clima di terrore e ricatto che domina questi contesti di sfruttamento.

Morire a 36 anni con le gambe marce per sostanze tossiche non è un “incidente”, ma il risultato brutale di un sistema che considera i braccianti stranieri come meri strumenti usa-e-getta, sacrificabili pur di abbassare i costi di produzione.

La Procura di Salerno ha aperto un’indagine. Il nuovo procuratore capo Raffaele Cantone e il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo hanno definito il caso “la spia dello sfruttamento dei più fragili”.

Paul Neeraj non è morto per malattia. È stato lentamente ucciso da uno sfruttamento brutale, disumano e sistematico, che continua a sacrificare vite umane nei campi e nelle fabbriche italiane pur di mantenere profitti alti e costi bassi. Le sue gambe annerite dalla cancrena sono l’immagine cruda della violenza nascosta dietro il “made in Italy” agroalimentare.

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