I ministri degli Esteri dell’Autorità palestinese, di Giordania, Indonesia, Pakistan, Bangladesh, Turchia, Algeria, Arabia Saudita, Oman, Sudan, Kuwait, Libia, Egitto, Mauritania, Qatar, e naturalmente della Somalia, hanno condannato con forza l’annuncio da parte di Israele della nomina di un diplomatico «presso ciò che viene chiamato Somaliland». I ministri dei suddetti paesi hanno denunciato che queste nomine violano i principi del diritto internazionale, della Carta delle Nazioni Unite e della legge costitutiva dell’Unione Africana, e rappresentano un pericoloso precedente che mina la stabilità nella regione del Corno d’Africa, con ripercussioni negative sulla pace e la sicurezza regionali.
Alle proteste diplomatiche si sono ben presto aggiunte le critiche da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dell’Unione africana, dell’Organizzazione per la cooperazione islamica e dell’Unione europea. E chi più ne ha più ne metta. Sul riconoscimento reciproco di Israele e Somaliland, avvenuto intorno a Natale scorso, ho scritto per cittanuova.it un articolo pubblicato il 7 gennaio 2026, al quale rimando. Ovviamente, l’attuale nomina degli ambasciatori è la logica conseguenza di quella decisione. A parte il fatto difficilmente inquadrabile dal diritto e dalla diplomazia della nomina di un ambasciatore presso un territorio che non è uno stato riconosciuto: il Somaliland è un territorio autodichiaratosi indipendente dalla Somalia nel 1991, e a tutt’oggi riconosciuto come stato solo da Israele e Taiwan. Da nessun altro. Il fatto che dopo l’ondata di condanne seguita al riconoscimento di dicembre non sia successo più nulla fino ad ora ha qualcosa da raccontare. Se non altro che l’indignazione evoca la difesa di uno status quo che nessuno vuole né sa affrontare. La stessa esistenza di un territorio autodichiaratosi indipendente da 35 anni, che di colpo viene indicato a gran voce come illegale, non la conta giusta sul perché adesso ci si indigna se l’autoproclamata repubblica cerca un riconoscimento.
Prima di cercare una possibile spiegazione al fatto, è utile capire cosa è diventato oggi il Somaliland. Si tratta pressappoco del territorio che fino al 26 giugno 1960 costituiva l’ex Somalia Britannica e confluito nella Somalia post-coloniale il 1° luglio 1960, cioè 4 giorni dopo l’indipendenza. Trent’anni dopo, il 18 maggio 1991 nel clou della dittatura somala di Siad Barre, il Somaliland si autoproclamò autonomo, tirandosi fuori dal caos somalo, che non è ancora del tutto finito. Il Somaliland si è da allora costituito in repubblica: una repubblica in bilico per 35 anni su complesse dinamiche tribali, ma tutto sommato in equilibrio. Anche perché stiamo parlando di un territorio grande meno della metà dell’Italia, ma con solo 6 milioni di abitanti (12 per Kmq), la metà dei quali seminomadi. Principale risorsa economica l’allevamento e la vendita di cammelli, bovini, capre e pecore all’Arabia Saudita e agli Stati del Golfo. Un paese dal bilancio più che modesto e precario, e sostenuto dalle rimesse dei suoi cittadini all’estero.
L’interesse di Israele si inserisce in un mutato quadro strategico e geopolitico della regione del Mar Rosso e del Golfo di Aden, sul quale il Somaliland si affaccia, proprio a ridosso dello Stretto di Bab el Mandeb, arteria vitale per il traffico commerciale ed energetico mondiale non meno dello Stretto di Hormuz. Il porto di Berbera è da alcuni anni al centro di interessi complessi da parte di vari soggetti. Sono note le mire dell’Etiopia per recuperare proprio a Berbera quello sbocco al mare che ha perduto con l’indipendenza dell’Eritrea. Etiopia sostenuta dagli Emirati Arabi Uniti e in contrapposizione agli interessi (e ampi investimenti) nel Corno d’Africa (e soprattutto in Somalia) della Turchia, con vaste ripercussioni geopolitiche.
Israele vede ovviamente nel Somaliland la possibilità di una base militare avanzata contro gli Houthi yemeniti e, indirettamente, contro l’Iran. Una posizione vantaggiosa da cui lanciare attacchi che favorirebbero la strategia di Netanyahu della guerra perpetua. Senza contare le voci che si rincorrono di un centro in Somaliland per l’esportazione di una parte più o meno consistente dei palestinesi di Gaza, probabilmente con il via libera di Donald Trump: difficile immaginare la Riviera di Gaza con troppi gazawi tra i piedi.
Il rafforzamento del porto di Berbera, inoltre, favorirebbe la deviazione dei traffici da Gibuti (che dista in linea d’aria solo 280 Km), dove sono presenti basi militari cinesi, statunitensi ed europee. Berbera potrebbe trasformarsi in un hub logistico privilegiato al centro degli interessi commerciali di molti paesi che gravitano intorno allo schieramento in cui si colloca Israele, contrapposto a quello sostenuto invece da Turchia e alleati.
