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Italia > Sfruttamento

Morire da bracciante

di Luigi Laguaragnella

- Fonte: Città Nuova

La morte di un giovane migrante nelle campagne del foggiano racconta un sistema fatto di sfruttamento e abbandono. Tra caporalato e diritti negati, la dignità dei lavoratori continua a restare senza voce

Uomini che lavorano nei campi. Foto di Tim Mossholder da Unsplash.

Oltre allo sfruttamento, l’invisibilità delle condizioni di vita dei braccianti e la mancanza totale di tutele, soprattutto dei migranti, nelle campagne del foggiano continuano ad essere letali. La disperazione e il degrado hanno portato all’ennesimo decesso. A togliersi la vita nel giorno del suo compleanno, ad inizio aprile, è Alangie Singathe, ragazzo gambiano di 29 anni, trovato impiccato nella baraccopoli di Torretta Antonacci a San Severo in provincia di Foggia.

Il corpo era ricoperto di fango e acqua all’interno di un casolare, reso ulteriormente precario dal maltempo che ha provocato pesanti frane e allagamenti in Puglia. Proprio nei giorni delle piogge dirompenti l’Unione Sindacale di Base aveva già richiamato l’attenzione delle istituzione dei rischi che correvano i lavoratori nelle campagne.

Alagie lavorava come bracciante. Da 10 anni era in Italia, conosciuto dai rappresentanti sindacali poiché aveva avviato le procedure necessarie per regolarizzarsi a livello lavorativo con l’auspicio di ottenere i documenti necessari per la richiesta del permesso di soggiorno. Il ragazzo stava vivendo, probabilmente, un pesante senso di frustrazione a causa di questa logorante attesa per ricevere, in fondo, solo i suoi minimi diritti sprofondando in un senso di invisibilità per l’indifferenza che colpisce migliaia di persone come lui.

Purtroppo i braccianti sono vittime di un sistema che continua a mantenerli schiavi del lavoro nelle campagne, rinchiusi in veri e propri ghetti. La politica ha certamente le sue responsabilità. Il mancato stanziamento di 200 milioni di euro dei fondi PNRR, rimarcato dal sindacato Flai Cgil per una minima messa in sicurezza all’interno delle baracche nelle campagne e per la tutela dei braccianti è l’occasione mancata per una concreta presa in carico sulla prevenzione al caporalato.

E, proprio a pochi giorni dalla morte del povero Alangie, come uno scherzo del destino, la regione Puglia ha indetto un avviso pubblico con l’obiettivo di costruire un’alternativa al destino del lavoro stagionale agricolo a basso costo e al rischio di esposizione al caporalato. Con il finanziamento di 364 mila euro, l’amministrazione regionale punta alla realizzazione di tirocini extra-curriculari per la riqualificazione professionale e al miglioramento di competenze di lavoratori e lavoratrici migranti che rischierebbero di rimanere confinati nel circuito del bracciantato agricolo illegale, con effetti negativi sul piano personale, professionale e salariale.

Sono in corso le indagini per provare a risalire alle cause del suicidio del bracciante. Le condizioni disumane, il timore di per un diritto che tarda ad arrivare, le gravi condizioni di vita aggravate dal maltempo che ha rovinato tanti campi, il senso di isolamento e di indifferenza potrebbero aver scatenato il disperato atto. Va segnalato che circa un mese un altro bracciante ha perso la vita nella stessa zona, mentre dormiva in macchina.

Il fenomeno del caporalato colpisce 400.000 persone, l’80% di esse è di origine straniera. Il dato conferma l’emergenza di interventi efficaci e tempestivi per creare un rete di tutele per far emergere il sommerso e regolarizzare lavoro e condizioni di vita, oltre ad un maggior supporto agli enti associativi che si impegnano a prevenire ingiustizie che provocano troppe vittime schiavi. Altrimenti l’illegalità continuerà a diffondersi capillarmente nelle campagne coinvolgendo diversi attori che creano nuovi schiavi, come scoperto dalla procura di Matera: 11 persone tra consulenti del lavoro, agenti assicurativi, commercialisti e sindacalisti ed ex esponenti comunali pugliesi sono finiti agli arresti domiciliari per aver rilasciato pratiche fittizie di permessi di soggiorno a favore di immigrati extracomunitari qualificati come braccianti agricoli.

Si è scoperto un vero e proprio sistema con la complicità di alcune aziende agricole che avrebbe permesso l’immigrazione clandestina con il rilascio illegale del visto per l’ingresso in Italia e l’ottenimento di un profitto economico per l’apertura delle pratiche con somme di pagamento da parte degli interessati.

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