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Storie > Oltre i pregiudizi

Una casa per tutti: la storia di Trentino Abitare

di Paolo Riccio

- Fonte: Città Nuova

Trovare casa per chi la dovrebbe avere, ma da solo non ce la fa

Ph Pexels

Cosa succede dopo? Dopo che una persona è arrivata in Italia, ha ottenuto, con tutta la fatica del caso, i suoi documenti, ha trovato un lavoro, una famiglia, una quotidianità? C’è bisogno di una casa, di un posto dove vivere. E non sempre è facile trovarla.

Per rispondere a questa esigenza è nata, nella provincia di Trento, la fondazione Trentino Abitare. Questa realtà ha visto la luce nel febbraio 2025, dopo l’esperienza del progetto LocAzione: un esperimento finanziato da una fondazione bancaria e istituzioni locali trentine, conclusosi a dicembre 2025, che vedeva coinvolte anche diverse realtà del terzo settore. A capo si trovava ATAS, l’Associazione Trentina Accoglienza Stranieri.

«L’utenza che abbiamo individuato è quella che viene chiamata la fascia grigia della popolazione. Cioè quelle persone che non sono così povere da accedere alle politiche di edilizia pubblica, ma non sono neanche così benestanti da poter permettersi di stare su un mercato immobiliare privato». A parlare è Paolo Bellini, direttore della fondazione. Il loro obiettivo è semplice: mettere in contatto proprietari di case sfitte e inquilini bisognosi. I proprietari sono tranquilli, perché la fondazione garantisce per gli inquilini – e paga direttamente il canone – mentre gli inquilini ricevono degli alloggi a prezzi contenuti. Ad oggi ci sono 51 case affittate direttamente agli inquilini che vengono dal progetto locazione, mentre 10 alloggi sono gestiti dalla fondazione.

La fondazione è nata nel febbraio 2025, ma è il risultato di un processo un po’ più lungo, iniziato nel 2020 a Rovereto. «Il Comune aveva incaricato ATAS di fare una piccolissima ricerca, assolutamente non scientifica, rispetto ai bisogni più importanti degli stranieri residenti». I bisogni? Non lavoro, ma relazioni e casa. «Da quella piccola indagine ne è nato un piccolo percorso di co-progettazione limitato al territorio di Rovereto, dove abbiamo messo a punto un piccolo progetto chiamato “Una casa per tutti”. Un progetto che si è poi allargato, ottenendo un finanziamento triennale e dando vita a LocAzione».

Paolo, che in ATAS ci lavorava, si occupa del progetto. Lui non viene dal mondo del sociale. Perito elettronico di formazione, ha lavorato per una quindicina d’anni nell’informatica, poi è diventato consulente enogastronomico, poi organizzatore di eventi a Rovereto. È arrivato in ATAS nel 2009, quasi per caso, e lì ha scoperto un problema che lo avrebbe accompagnato per anni: trovare casa per chi ce la dovrebbe avere, ma non ce la fa. «Sono arrivato al punto nel quale non sopportavo più tutti i ragionamenti e i pensieri sul tema dell’abitare senza nessuno che poi facesse qualcosa. Quando lavoravo come operatore d’alloggio, mi pesava soprattutto l’impotenza nei confronti delle donne vittime di violenza con figli: fuoriuscite da percorsi di prima accoglienza, da case rifugio, arrivavano in ATAS convinte di essere all’ultimo step prima dell’autonomia. E invece rimanevano lì. Non 2 anni, ma 4, 5, 6, 7 anni, senza trovare una soluzione. «Non si tratta di casi isolati, precisa: era la prassi, è ancora la prassi».

Adesso, si sono aggiunti anche altri problemi, legati all’economia del territorio: «Il problema è che negli ultimi 20 anni è esploso, in Trentino così come nel resto d’Italia, il fenomeno turistico. Ci sono meno case, perché molte vengono affittate ai turisti, e se non a loro vanno agli studenti universitari. A perdere quindi è quella fascia che si potrebbe permettere di pagare una locazione, ma non ai prezzi che sta raggiungendo il mercato». Poi, si sommano anche altre discriminazioni, magari razziali, magari di classe. Non tutti se la sentono di locare la propria casa a chi non ha un contratto a tempo indeterminato, a chi ha un cane, a chi ha una famiglia numerosa.

Su questo punto, è netta l’impressione di Elena Pasolli. Insegnante in pensione, Elena  ha fatto parte per due mandati del consiglio di amministrazione di ATAS, di cui ora è socia e volontaria. Ha incontrato il mondo dei migranti quasi per caso, nel 2011, quando una sua amica del Movimento dei Focolari le chiese dei libri per insegnare italiano a un gruppo di persone appena arrivate dalla Libia. Da lì non si è più fermata. «Non volevo che il mio aiuto fosse solo benevolenza − dice −. Ci ho messo anni a capire che bisogna camminare assieme, non mettersi al di sopra».

«C’è razzismo, e c’è anche discriminazione di classe. Tutte le volte che, con le altre volontarie, abbiamo alzato il telefono per cercare degli appartamenti, trovavamo sempre della disponibilità. Ma bastava che dicessimo che non era per noi, ma per un immigrato, che il telefono cadeva da solo». Per Paolo più che di razzismo, si parla di mancata conoscenza, di una paura che arriva dall’ignoranza. «C’è la necessità di incontrare i proprietari, di stabilire con loro una relazione che ti consente poi di fare qualche ragionamento diverso rispetto alla chiamata telefonica. Nel momento in cui abbiamo avuto la possibilità di parlare con loro, dal vivo, di spiegare per bene il progetto, abbiamo ricevuto quasi solo sì».

Se ad oggi, affittando direttamente la fondazione gli appartamenti, è più facile convincere i proprietari, il progetto LocAzione puntava molto sulla mediazione. «Ai proprietari fornivamo quello che noi chiamiamo il curriculum abitativo di una persona: dati, documenti, tutto quello che può essere utile». E i risultati, spiega sempre Paolo, si sono visti: «Siamo riusciti con il progetto a concludere 53 mediazioni, che non sono poche, dando una risposta sia a persone singole, sia a famiglie più o meno numerose, sia a singoli con il progetto di ricongiungere i familiari all’estero. L’utenza è tendenzialmente straniera: diciamo che il 25% sono italiani e gli altri sono persone straniere». Oltre le mediazioni, la fondazione per ora ha 10 immobili che affitta direttamente, anche se punta ad averne 30 entro fine 2026 e oltre un centinaio nei prossimi 5 anni, ovviamente tutti a prezzo calmierato. «Cerchiamo di fare in modo che questo incida al massimo sul 35% della disponibilità economica di un nucleo. Per un nucleo che ha un reddito mensile di 1.400€ − necessario per poter richiedere la locazione −, l’affitto non può superare i 450€, prezzo nel quale rientrano anche le spese di gestione della fondazione».

Quello di Trentino Abitare è un esperimento che sta riuscendo. Sul perché, Paolo non ha dubbi: «È importante farsi percepire da entrambe le parti come neutri, come facilitatori, anche perché tutto sommato non siamo un’azienda, non dobbiamo fare profitto. E questo modo di fare ci sta dando ragione: noi ci siamo nella stessa maniera e negli stessi tempi per il proprietario e per l’inquilino. A tutti chiediamo responsabilità, e ad oggi non abbiamo mai avuto neanche un episodio di morosità».

Anche Elena la pensa così: «Insegnando agli stranieri, noto sempre un certo paternalismo, come se ci si voglia sentire mamme dei migranti, e quindi mai alla pari. Il camminare assieme è ben diverso dal dare e basta. Io ci ho messo anni a capire che non dobbiamo metterci al di sopra, come spesso si fa in questi casi. Mettendo in contatto inquilini e proprietari, si creano relazioni anche nella città, nel paese. Una relazione così si estende a macchia d’olio. Se io sono aiutata come proprietaria e ho aiutato un inquilino, vuol dire che ci riconosciamo come cittadini con gli stessi diritti e gli stessi doveri».

Riproduzione riservata ©

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