Di Blanca, il delizioso personaggio (non vedente) costruito da Maria Chiara Giannetta nell’omonima e meritevole serie Rai (targata Lux Vide), Rosa Elettrica conserva la semplicità d’animo, il cuore vivo dentro le coinvolgenti, tenere, imperfezioni delle persone comuni. I suoi profondi occhi verde/azzurro continuano ad essere porte di un’anima pulita e aperta al sentimento, seppure − qui come in Blanca − attraversate da un passato aspro, se non duro.
Certo, con Rosa Elettrica non siamo al dramma della perdita di una sorella e della conseguente cecità per una ragazzina appena adolescente, ma c’è un naufragio familiare poco recente a infastidire, tormentare la protagonista, con la presenza di Rosa bambina spesso accanto a quella adulta, a dare colpi, ribadire verità fiaccanti, demoralizzare l’altra come una sorta di coscienza avversa, che indebolisce il mondo interiore di una poliziotta tanto giovane quanto brava, tanto accorata quanto ostinatamente esposta al rischio e alla caduta. Tanto determinata quanto fragile. Tratti simili, insomma, fili rossi più o meno sottili, in superficie o sotterranei, tra i due personaggi interpretati da un’attrice di fondo luminosa, sprizzante umanità e di limpido talento.

Sul set di “Rosa elettrica”. Foto di Virginia Bettoja.
Quel che cambia, invece, in questa nuova proposta Sky − dall’8 maggio in 6 episodi diretti da Davide Marengo − sono il contesto geografico e il paesaggio narrativo: se Rosa è ancora acerba, se è chiamata, come Blanca, a dover dimostrare tanto (di essere idonea al suo lavoro e di capire chi è come persona), è un certo post-gomorrismo (non privo di maniera) a fare la differenza, inevitabilmente intriso di cupezza ambientale marcata, più strettamente thriller/poliziesco/noir rispetto a Blanca, meno venato di commedia anche se, ancora una volta, alleggerito dall’umanità/vitalità del personaggio interpretato da Maria Chiara Giannetta.
A queste tinte più plumbee, si aggiunge un continuo “on the road” che rende Rosa Elettrica serie apolide, mentre in Blanca dominava Genova, quasi personaggio del racconto. Qui si va da Nord a Sud, si scende a Napoli e si chiude tra le Alpi, in una vicenda in cui la protagonista, agente del Programma Protezione testimoni, è incaricata di scortare un giovane boss di camorra che ha deciso di collaborare.

Sul set di “Rosa elettrica”. Foto di Virginia Bettoja.
La missione è delicata: proteggere un personaggio − interpretato da Francesco di Napoli – controverso e con sfumature enigmatiche. È solo un criminale senz’anima? Oppure, come è tentata di pensare Rosa, ha qualche punto di accessibilità al bene? Certo è che lo chiamano Cocìss e tutti lo vogliono, alcuni vivo, altri morto. A cercarlo, sono due clan rivali, diversi poliziotti con metodi e anime non allineati, e persino un politico corrotto, interpretato dalla sempre brava Antonia Truppo, qui in un ruolo che vagamente ricorda quello cinematografico di Lo chiamavano Geeg Robot.
Con questo impasto, si cuoce − andando a gran velocità − Rosa elettrica, ricca, al netto delle questioni emotivo/generazionali portate da Rosa, di adrenalina e azione, ed è questo il suo corpus principale, la sua indole caratterizzante: il racconto di genere che coinvolge emotivamente pescando (ancora una volta) da un filone (certa criminalità organizzata) tanto “affidabile” quanto tendente a spettacolarizzare il crimine e il male, senza particolare interesse per la denuncia. Piuttosto presente, invece, è il desiderio di intrattenere, senza escludere minimamente, anzi, nuove stagioni: il finale di Rosa elettrica lo lascia intendere con grande chiarezza.
