Era prevedibile che prima o poi alcuni divi, del passato o del presente, tornassero a dirci che sono quanto mai vivi. Oggi che il cinema frequenta i biopic, ossia le biografie, ed ama i sequel oltre che i pre-quel.
Michael
Naturale il successo del blockbuster sulla star americana, curato nei dettagli per incassare milioni di dollari e quasi beatificare il Michael mondiale e il suo talento, tacendo sulla versione “privata” dell’idolo, diventato ormai una icona. Vita privata che, se interessa gli Usa, presenta minor curiosità da parte del pubblico mondiale, conquistato ancora oggi dal suo fantasmagorico talento.
Il film diretto con astuta sagacia celebrativa e commerciale da Antoine Fuqa punta parecchio sulla spettacolarità delle performance, ma non rifugge dal raccontare – più che indagare – la crescita del ragazzino talentuoso, adolescente e giovane nella band familiare, con un padre oppressivo, una madre dolce, una salute fragile, ed una emotività che lo rende una persona solitaria, solo musica, tra giocattoli e una mentalità da eterno Peter Pan. Una carriera in salita ma che poi esploderà a fenomeno mondiale quando deciderà di correre per la sua strada, lasciando il rapporto troppo stretto con il clan familiare. Fuqa racconta senza pietismo – ma senza approfondire – il periodo giovanile di Michael, fatto di frustrazioni e di illuminazioni artistiche e di una ostinata volontà di emergere per portare con la musica “pace e gioia al mondo”.
Ne esce un personaggio per certi versi adolescenziale, e insieme un ballerino, un cantante, un divo dal fascino conquistatore e provocatore.
Il nipote Jaafar che lo impersona ci riesce bene, sia nell’aspetto fisico come nelle performance, nello stile di vita di un uomo a cui la madre ha detto: «Tu hai sempre avuto una luce speciale. Nessuno te la deve togliere, nemmeno tu a te stesso». C’è riuscito?
Si nota, come si diceva, nel film la tendenza ad una sorta di aureola dell’icona mondiale, e Fuqa ci riesce molto bene. Forse, troppo bene. È il limite del genere, e di una smania di pubblicità per nulla nascosta. Come dice il botteghino. Ma del Michael più vero e disturbante, nessuna parola. Ci vorrà per forza un sequel a raccontarcelo? Intanto, riascoltiamone la musica, quella sì, che ha sedotto il mondo.

Locandina del film “Il diavolo veste Prada 2”
Il diavolo veste Prada 2
Ritorna Meryl Streep, 77 anni, sempre fascinosa e tremenda, dopo 20 anni. Il mondo della moda e dell’editoria che l’ha vista sovrana assoluta è in crisi, per lei gli anni sono passati, qualche dolorino è apparso, ma la forza è indomabile. Stavolta si trova a lottare contro Emily Charlton, sua ex assistente che ha tanto umiliata e che ora è diventa una dirigente di un famoso luxury brand mentre Streep-Miranda rischia il fallimento della sua rivista patinata Runway. E deve cercare sponsor per sopravvivere.
La commedia agrodolce corre a suon di battute, di dialoghi che vorrebbero essere sprizzanti ed incisivi, di location meravigliose a Milano e al lago di Como (da Brera alla Scala, alla Galleria Vittorio Emanuele, al Duomo), in party dove figurano i vip del bel mondo, personaggi come Donatella Versace. Un filo di melodramma percorre il film sontuoso e brillante dove è chiaro che il mondo è cambiato rispetto a 20 anni prima e Miranda-Streep se ne accorge, lotta e vuole vincere comunque.
Il ritmo è divertente, a tratti imprevedibile in certi personaggi ricchissimi ed ignoranti, scintillante nella lotta fra le due ex collaboratrici di Miranda, ossia Emily Charlton e Andrea Sachs (una Anne Hathaway fin troppo sopra le righe) che forse diverranno complici.
Siamo sempre nella classica commedia americana che non nasconde un filo di malinconia per il tempo che fugge e la fame di soldi dei grandi imprenditori in una società mediatica del tutto cambiata.
Gli attori sono in forma: da Stanley Tucci, veramente grande, ad Emily Blunt, a Kenneth Branagh, marito paziente e buono di Miranda. Lei, la diva, ha qualche sussulto di coscienza: «Amo troppo il mio lavoro, per esso ho trascurato le figlie», e il marito che la supporta e la sopporta. Maryl è al top come sempre, dinamica, crudele, una bellezza candida al massimo della raffinatezza non solo della recitazione ma del fascino. Vale la pena vedere il film solo per lei, la diva che ad ogni ritorno sullo schermo, trionfa. Certo, della prima puntata del 2006, diretta come ora da David Frankel, un po’ di nostalgia rimane. Perché era perfetta, inarrivabile.
