Si è tanto discusso nelle ultime settimane della bozza di decreto avanzata dal ministro della Salute Schillaci, a proposito della riforma del ruolo dei medici di medicina generale (mmg, quelli un tempo chiamati “medici di famiglia”). Il tema non è nuovo: da anni infatti si discute di come intervenire per rafforzare la medicina territoriale, di cui i mmg sono appunto i principali attori, a fronte dell’invecchiamento della popolazione, del conseguente aumento dei pazienti cronici da seguire anche a domicilio, del calo del numero di medici con conseguente aumento del numero di assistiti (sia per il rilevante numero di pensionamenti dei “boomer”, sia perché sempre meno giovani scelgono quello che oggi è un percorso scarsamente remunerativo e ancor più scarsamente tutelato).
Se con l’autonomia riconosciuta in materia di sanità molte Regioni hanno già avviato percorsi di riorganizzazione della medicina territoriale, il decreto si pone come una misura volta ad uniformare il tutto a livello nazionale. La prima novità è il cosiddetto “doppio binario”: i medici potranno, su base volontaria e selettiva, entrare come dipendenti del Servizio sanitario nazionale nelle case di comunità (attualmente ne sono state attivate meno di metà delle circa 1.700 previste e ancor meno sono pienamente operative, mentre la rete PNRR – con cui sono state finanziate – prevede che almeno la metà siano funzionanti entro giugno 2026), oppure rimanere come ora liberi professionisti convenzionati con il Ssn (ma dovendo comunque assicurare un minimo di monte ore in casa di comunità). Poiché, allo stato attuale, solo chi è in possesso di una specializzazione può essere stabilizzato come dipendente del Ssn, verrà attivata la nuova specializzazione quadriennale in medicina generale (in sostituzione della vecchia scuola triennale istituita nel 1994, che non è specializzazione).
Altra novità di rilievo è che il salario non sarà più legato esclusivamente al numero di assistiti, ma anche agli obiettivi raggiunti; nonché la previsione della possibilità di rimanere assistiti dal pediatra fino ai 18 anni, con l’equiparazione di massimale di assistiti tra pediatri e mmg (attualmente 800 per i primi e 1.500 per i secondi, pur con previsione di deroghe ampiamente utilizzate: molti pediatri arrivano a 1000 assistiti, e i mmg a 1.800).
Il nuovo decreto ha causato, con poche eccezioni, una levata di scudi da parte dei medici. Innanzitutto, sia le principali sigle sindacali che ordinistiche hanno denunciato il fatto di non essere state consultate: la Fimmg ad esempio ha parlato di «provvedimento mai discusso con le categorie, inattuabile e pericoloso per i pazienti», di rischio che i giovani medici attualmente in servizio anche se ancora in formazione abbandonino per iscriversi alla scuola di specialità e tenersi così aperta la porta della stabilizzazione aggravando ulteriormente la carenza di queste figure, e di «rischio concreto di un vuoto fiduciario non colmabile» creato dallo spostamento di medici verso le case di comunità, dove il cittadino troverebbe non più il vecchio “medico di famiglia”, ma «uno sportello sanitario anonimo». Il presidente della Fnomceo, Filippo Anelli, sulla stessa linea ha parlato a Rainews24 di decreto che «mette in discussione un principio fondamentale per questo tipo di assistenza. Oggi il medico di famiglia è il medico del cittadino, il medico della persona che lo sceglie e ha come ottica quella di tutelare la sua salute. Diversamente, diventerebbe il medico dell’azienda, di chi eroga le prestazioni, tutelando l’interesse aziendalistico».
La Cimo-Fesmed ha puntato il dito contro le disuguaglianze che si creerebbero sia tra professionisti più o meno tutelati che tra territori, dato che le case di comunità non sono presenti ovunque; mentre la Snami, pur dicendosi favorevole al doppio canale organizzativo, non lo ritiene realisticamente percorribile a queste condizioni e invita a studiare soluzioni diverse. La Federazione dei Medici Territoriali-FMT chiede piuttosto, a detta del segretario nazionale Francesco Esposito, la «convenzione-contratto unico della medicina generale con tutele e diritti, avente come modello quello della specialistica ambulatoriale, già esistente, e la specializzazione nel processo formativo dei giovani medici. Solo così potremo mantenere la libera scelta, la capillarità degli ambulatori e contribuire anche al miglior funzionamento delle case di comunità».
Favorevole invece la Società italiana di medicina di comunità e delle cure primarie (Simccp), in quanto il decreto andrebbe nella direzione di favorire la presa in carico multidisciplinare e continuativa nelle case di comunità senza minare il rapporto fiduciario tra medico e paziente, in quanto questo si consoliderebbe «quando il cittadino sperimenta una presa in carico reale, riconoscibile e continuativa, con risposte tempestive e appropriate lungo tutto il percorso di cura».
Voci pro e contro si levano anche dal coro dei pediatri: se la Sip (Società italiana di pediatria) vede positivamente l’estensione fino a 18 anni del periodo di presa in carico da parte del pediatra per ragioni cliniche e di fiducia (purché, si puntualizza, lo stesso venga fatto negli ospedali), la Fimp (Fedreazione italiana dei medici pediatri) contesta duramente l’aumento del massimale che renderebbe impossibile dedicare le giuste attenzioni a ciascun piccolo paziente, che giocoforza richiede spesso tempistiche maggiori di un adulto.
In tutto ciò si inseriscono come attori anche le Regioni: se il presidente della Conferenza Stato-Regioni, Massimiliano Fedriga, aveva parlato in sede di presentazione del decreto di «confronto positivo e costruttivo» e di piena disponibilità a «dare il nostro contributo, consapevoli che abbiamo davanti l’obiettivo comune di dare piena attuazione alle Case di comunità», il collega emiliano-romagnolo Michele De Pascale ha invece parlato di coinvolgimento inadeguato delle Regioni e in particolare di quelle – come la sua – che già hanno avviato modelli di riforma, prendendoli come punto di riferimento per non compromettere gli equilibri già raggiunti.
Va peraltro precisato, come già fatto da Fedriga, che le Regioni attendono ancora il testo definitivo su cui confrontarsi: parliamo infatti di una bozza di decreto, che nel mese di maggio passerà in Consiglio dei ministri, e sono quindi ancora possibili modifiche. Da lì, come ogni decreto legge (e come tale motivato con ragioni di urgenza, nella fattispecie quella di garantire la piena operatività delle case di comunità in tempi brevi), dovrà essere convertito in legge entro 60 giorni dal Parlamento (dove però il governo ha i numeri, e allo stato attuale non si prevedono defezioni). Mancano poi appunto tutti i dettagli dell’attuazione, per i quali si attende un confronto con le Regioni, chiamate poi ad agire a livello operativo.
La situazione è quindi complessa: per capirla meglio, al di là di proclami politici e burocratese, nella seconda parte di questo approfondimento ne parleremo con il dott. Niccolò Grassi, della direzione sanitaria della Fondazione Toscana Gabriele Monasterio, e segretario Card (Confederazione Regionale delle Associazioni Regionali di Distretto, che si occupa quindi appunto di sanità sul territorio) della Regione Toscana.
