Si dice il cinema italiano sta morendo: le sale chiudono (vero), i giovani non ci vanno (quasi vero), lo Stato taglia i fondi (vero). E gli autori e gli attori son sempre gli stessi, quelli di un cerchio magico “romano” che penalizza chi ha talento e soffre a fronte di chi, arrivato, non vuole lasciargli almeno un piccolo posto. Un disagio, certo, che ai soliti pessimisti – che si autodefiniscono realisti – piace diffondere e analizzare all’infinito.
Solo che talora le sorprese accadono veramente. E si spiegano gli otto premi che Francesco Sossai, veneto di Feltre, 37anni, ha vinto, in modo per lui inatteso, con il suo film Le città di pianura. Che è piacevole,strano, dolcemente nichilista. Storia di un Veneto americanizzato che ha stravolto il suo paesaggio che però rimane bello, e vi scorrazzano tra il Piave, le ville, i monti e Venezia notturna per bere l’ultimo bicchiere, che non sarà mai l’ultimo, parlare, e “formare” il giovane universitario del Sud.
Ecco perché un autore come Sossai è piaciuto, perché “diverso”, cioè meno televisivo, meno intellettuale e dannunziano, meno “sorrentiniano” ma pulsante naturalezza, fantasia, malinconia e umorismo simpatico. Sossai sa raccontare, è libero dagli schemi. Non vuole girare un capolavoro, ma dire la vita oggi, così come la vede.
Gli altri premi? Sorpresa Aurora Quattrocchi, 83 anni, miglior attrice per Gioia mia di Margherita Spampinato (miglior regista esordiente) e per Matilde De Angelis per Fuori di Martone che lancia un messaggio sull’amore creativo dell’arte. E poi Damiano Micheletto che si porta a casa 4 premi per il suo film d’esordio, Primavera, che non è davvero male.
Nulla a Sorrentino e a Guadagnino che per una volta non incassano vittorie, ma hanno ricevuto già moltissimo, del resto. Un premio va pure a Zalone, il David dello spettatore, per gli incassi – non per la qualità – di Buen camino. Così ci si consola anche del fatto che a Cannes non ci saremo, però buoni film gli italiani sanno ancora farli; ed occhio ai giovani, ai quali va lasciato spazio. Senza dimenticare i problemi dei lavoratori nel settore, verso cui il governo dovrebbe avere maggiore sensibilità, agendo concretamente, non per slogan elettorali.

Il cast del film “Illusione” con la regista Francesca Archibugi al Festival del Cinema di Roma 2025. ANSA/ETTORE FERRARI
In sala, Illusione
Il tredicesimo film di Francesca Archibugi con Jasmine Trinca, Michele Riondino, Angelina Andrei, Vittoria Puccini, Francesca Reggiani offre un bel cast in un thriller giudiziario, basato sul ritrovamento di una quindicenne moldava, Rosa, ferita gravemente, in Umbria. Chi è davvero? Perchè non parla o non dice tutto? L’indagine viene portata avanti da un magistrato fermissimo (Trinca), da uno psicologo problematico di suo (Riondino) per conoscere la storia di Rosa Lazar finita nel giro della prostituzione che coinvolge anche la politica a Bruxelles. Fatti che avvengono nella realtà.
Ma il gioco del film, reso benissimo dagli attori, sta nell’analisi sottile sulla psicologia dei personaggi, gli inquirenti per primi, dall’animo nebuloso. E la nebbia è la presenza psicologica e fisica nel racconto dove tutto appare vero e non vero, sfuggente e dolente, illusione e certezza. Dove sta la verità non solo di Rosa, ma di tutti noi?
La regista non dà risposte, il film le fa intuire ma le riserva a noi spettatori. Un racconto rapido, anche televisivo in qualche momento, oscillante e coinvolgente dove la violenza maschile è presente, il dolore femminile pure e la ragazza, di una allegria ambigua, che impersona la suggestione della libertà e la sua illusione. Molto interessante.
