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Perchè gli Emirati hanno abbandonato l’Opec?

di Bruno Cantamessa

- Fonte: Città Nuova

Bruno Cantamessa Autore Citta Nuova

Con un preavviso di 3 giorni, gli Emirati Arabi Uniti (Eau) hanno abbandonato l’Opec e la parallela Opec+, cioè le 2 organizzazioni fra loro collegate dei Paesi esportatori di petrolio. Per colpa della guerra o c’è dell’altro?

Suhail Mohamed Al Mazrouei,Ministro dell’Energia e delle Infrastrutture alla conferenza “Make it in the Emirates” ad Abu Dhabi, Emirati Arabi Uniti, il 4 maggio 2026. ANSA EPA/ALI HAIDER

Dal primo maggio 2026, dopo 60 anni, gli Emirati si sono tirati fuori dall’organismo che avevano contribuito a fondare e che controlla quasi metà della produzione petrolifera mondiale, condizionando per oltre mezzo secolo i prezzi e le quantità di greggio immessi sul mercato.

Gli Emirati non sono i primi Paesi che si ritirano dall’Opec, preceduti negli ultimi anni da Indonesia, Qatar, Ecuador e Angola. Ma l’uscita degli Eau avrà conseguenze molto più significative: gli Emirati sono il terzo più grande esportatore dell’Opec e rappresentano attualmente circa il 13 per cento delle capacità produttive dell’Organizzazione.

Gli altri membri, quelli che restano, sono ora 11, ma non è difficile immaginare che fra non molto se ne andrà anche il Venezuela, che dopo l’operazione voluta da Trump, gravita ormai strettamente e giocoforza nell’orbita statunitense, la concorrenza per definizione dell’Opec.

I Paesi membri dell’Opec restano quindi attualmente: Algeria, Arabia Saudita, Congo (Brazzaville), Guinea Equatoriale, Gabon, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria e Venezuela. La parallela e collegata Opec+ (10 Paesi) comprende, oltre agli 11 dell’Opec, anche: Azerbaigian, Bahrain, Brunei, Kazakistan, Malesia, Messico, Oman, Sudan, Sud Sudan, e soprattutto Russia, che insieme all’Arabia Saudita detiene la leadership dell’intero gruppo allargato.

La prima mossa, più simbolica che effettiva data la guerra, dopo l’uscita degli Eau l’ha fatta proprio Opec+, con 7 Paesi (Algeria, Arabia Saudita, Iraq, Kazakistan, Kuwait, Oman e Russia) che hanno deciso di aumentare (da giugno) ciascuno la produzione di 188 mila barili al giorno. E se questa decisione potrebbe essere effettiva per alcuni di loro, per Iraq e Kuwait è più che altro l’auspicio che Hormuz venga riaperto a breve: senza l’apertura dello Stretto sarebbe inutile accumulare scorte, tanto più che i sistemi di stoccaggio sono ormai più che al limite.

La produzione irachena dei giacimenti meridionali (quelli vicini al Kuwait) è già scesa in aprile tra 800 mila e un milione di barili al giorno, rispetto ai circa 4,3 milioni di barili al giorno di prima della guerra. Il petrolio dei giacimenti settentrionali iracheni punta a far uscire qualcosa tramite l’oleodotto che collega Kirkuk al porto turco di Ceyhan, sul Mediterraneo. Comunque stiamo parlando di un transito, se tutto va bene, di 200 mila barili al giorno. Poca cosa, insomma. Situazione analoga, anche se la portata è un po’ maggiore, per l’oleodotto degli Emirati che scavalca lo Stretto di Hormuz e arriva a Fujairah nel Golfo di Oman, e a quella dell’oleodotto saudita che collega i pozzi del Golfo Persico con il Mar Rosso.

Ma il comunicato del governo emiratino presenta l’addio all’Opec più come una scelta di politica produttiva e delle capacità del Paese che come una reazione alla crisi scatenata dalla guerra. In pratica, gli Eau stanno dicendo che la crisi di Hormuz ha solo accelerato una decisione che meditavano da tempo, anche per le continue contrarietà con gli orientamenti della leadership saudita dell’Opec, dettati da un’economia in cui l’esportazione di petrolio costituisce la quasi totalità del Pil del Paese. Non così per gli Eau, che da tempo stanno differenziando notevolmente la loro economia, tanto che si impegnano ad immettere nuova produzione petrolifera sul mercato “in modo graduale e misurato, in linea con la domanda e con le condizioni di mercato”. E questo è possibile anche per l’impegno del governo emiratino non solo per il petrolio, ma anche per rinnovabili e tecnologie a basse emissioni.

Gli Emirati puntano a produrre il 30% dell’energia per uso interno da fonti rinnovabili e nucleare entro il 2030 (attualmente intorno al 10%). Nel 2023 hanno inaugurato “Al Dhafra”, un parco fotovoltaico che produrrà a regime due gigawatt all’anno, pari al consumo energetico di circa 200 mila abitazioni. Hanno anche avviato nel 2020 la prima centrale nucleare del mondo arabo.

Gli Emirati stanno puntando alle fonti rinnovabili anche per la desalinizzazione dell’acqua di mare, data la scarsità di acqua dolce. Il Paese ha notevolmente differenziato la sua economia: nel 2024 i settori non petroliferi hanno contribuito per il 75% al Pil. Si tratta di attività commerciali, industria manifatturiera, servizi finanziari e assicurativi, edilizia, settore immobiliare e turismo.

L’altro punto di forza dell’economia emiratina è notoriamente l’apertura all’immigrazione qualificata: su circa 11,5 milioni di abitanti, l’88% dei residenti sono expat (espatriati), provenienti da 200 Paesi. E non ci sono clandestini: se hai un lavoro hai anche il permesso di soggiorno, senza lavoro lo perdi. Certo ci sono problemi di sfruttamento, di tutele molto scarse, e di molto altro ancora. Ma non si lamentano gli oltre 10 milioni di expat: indiani, pakistani, bengalesi che assicurano i servizi di base, quelli meno pagati ma comunque pagati molto meglio rispetto ai livelli salariali dei loro Paesi di origine. E va piuttosto bene anche per i milioni di professionisti mediorientali, britannici, americani, francesi, anche italiani e molti altri, che trovano lavoro (esente da tasse di reddito) nelle imprese emiratine.

 

 

 

 

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