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Mondo > Dialogo

In Medio Oriente i giovani continuano a sperare

di Candela Copparoni

- Fonte: Città Nuova

Tra il desiderio di crescere altrove e l’amore per la propria terra: riflessioni sulla guerra, la figura delle donne, il dialogo interreligioso e il rispetto dei diritti umani

Amman, Giordania. Foto Pexels

Qualche settimana fa mi sono confrontata con alcuni giovani provenienti da altri Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Abituata a muovermi in ambienti multiculturali, specializzata e interessata in particolare nella così detta area Mena (Middle East and North Africa), ovvero la zona del Nord Africa e il Medio Oriente, sono riuscita ad andare in profondità su alcuni aspetti della vita personale di ciascuno di loro. Sono sottili pennellate, un delicato avvicinamento a ciò che esperimentano nella loro quotidianità, ma che aprono uno spiraglio a questioni che toccano l’insieme della società e le sue dinamiche.

Fra le tante tematiche, abbiamo parlato di politica e di economia, del ruolo delle donne e del rispetto dei loro diritti, della capacità di dialogo fra le religioni, così come delle possibilità di lavoro nella propria terra, dei loro sogni e aspirazioni per il futuro.

Mi sono trovata di fronte a persone con un ampio bagaglio culturale, con studi universitari alle spalle o in fase conclusiva, entusiaste di viaggiare e conoscere nuovi modi di fare. In questi dialoghi è emerso un po’ di ciò che sono e di ciò che fanno, ma anche di come certi incontri hanno la forza di trasformare lo sguardo e di cambiarci dentro. Nel raccogliere le loro testimonianze ho ommesso i loro veri nomi e città di origine per tutelarli.

Joseph è un giovane libanese, appartenente ad una famiglia cristiana. Le sue parole trasudano l’ammirazione che prova per il genere femminile e questo ci dà l’opportunità di soffermarci sulle dinamiche domestiche. Prende l’esempio di sua madre, che come tante altre donne si dona gratuitamente per garantire il benessere degli altri, e per lui questo è riflesso dell’amore di Dio, che si sacrifica senza aspettare nulla in cambio. E considera che gli uomini hanno il dovere di riconoscerlo per onorarle per ciò che fanno, senza abusarne o darlo per scontato.

«Le donne pensano in maniera meno egoista, sono più multitasking e attente ai dettagli – aggiunge –. Persone così dovrebbero coprire ruoli di potere, le donne dovrebbero essere messe al centro dell’attenzione in questo senso». Riconosce inoltre di essere cresciuto in un ambiente in cui agli uomini si chiede di non esprimere le proprie emozioni, mentre le donne sono più libere di farlo.

Parliamo anche della guerra, che dice essere costante fra Hezbollah e Israele. Lui si sente abbastanza al sicuro, perché il conflitto in genere colpisce i musulmani e non i cristiani. Ma questo non è per lui motivo di orgoglio. Nei suoi predecessori coglie il trauma della guerra, e anche il rifiuto della religione altrui, e afferma che non vi è fra loro dialogo interreligioso.

Uno degli episodi che più lo ha segnato è avvenuto dopo l’esplosione dei dispositivi cercapersone dei miliziani di Hezbollah. «Stavo lavorando in ospedale quando sono arrivati i feriti – racconta Joseph –. Avevo un giudizio negativo verso di loro, per me erano dei terroristi, finché ho visto arrivare i loro cari e ho sentito la figlia di uno di loro chiamarlo “babà”. Questo mi ha fatto cambiare prospettiva e guardarli come persone, amate nonostante tutto».

Mi confronto anche con Sara, una ragazza egiziana. Mi confessa che nella sua terra ci sono dei conflitti costanti fra cristiani e musulmani, e mi racconta di un episodio eclatante. «Nel 2018 un uomo musulmano ha forzato una ragazza cristiana a cambiare religione, e questo ha scatenato grandi problemi fra le comunità. Poi, un altro musulmano ha partecipato alla messa di Natale e ha chiesto scusa pubblicamente per le violenze perpetrate contro i cristiani». Arriva anche la Pasqua e un gruppo di fedeli musulmani partecipa alla celebrazione insieme ai cristiani. «È stato l’inizio della mia apertura verso persone diverse da me. Ho iniziato un viaggio di accettazione in cui ho realizzato che non tutti siamo uguali, ma abbiamo valori e prospettive comuni».

Poi è arrivata un’altra occasione che le ha permesso di stabilire dei legami forti proprio per mezzo della diversità. Si tratta di Alsafina, un’organizzazione che cerca di costruire la pace e l’accoglienza reciproca senza esclusioni. «Attraverso la musica, lo sport, laboratori di peacebuilding, ecc. siamo diventati una comunità… Alsafina era il posto giusto per me».

Dopo essersi laureata in informatica, Sara si è specializzata in Data Sciences e IA presso un’università canadese. Oggi, si interroga su emigrare o restare in Egitto: «È un grande dilemma, perché non voglio stare lontano dalla mia famiglia, ma so che all’estero potrei avere una vita migliore». Uno degli aspetti che più la fanno soffrire nel suo Paese sono le ingiustizie subite in base al genere. «Essere una donna, e in particolare cristiana, non è facile – ci riconoscono perché non usiamo il velo, e subiamo più abusi e violenze –. Non siamo libere di fare ciò che vogliamo e i nostri diritti non vengono rispettati», lamenta.

Poi parlo con Said, un giovane palestinese della Cisgiordania. Mi parla della vita quotidiana nella sua città: «È dura, non ci sono eventi, né festival, la sera i bar sono quasi tutti chiusi e non c’è niente da fare, è difficile per i giovani godersi la vita. D’altronde – aggiunge – la gente sta morendo a Gaza, per cui non ci sono motivi per celebrare».

Mi racconta che anche spostarsi da una città all’altra della Palestina è complicato perché sono circondate da insediamenti israeliani. In alcune città rimane aperta un’unica via di ingresso, provocando ingorghi e lunghe ore d’attesa. Alle restrizioni si aggiungono anche gli orari per potervi accedere. Quando deve viaggiare, Said prende il trasporto pubblico, perché ha paura che i coloni lancino delle pietre contro la sua macchina, non vuole rischiare. È strano: non sente che la sua vita sia in pericolo, anche se riconosce che in Cisgiordania nessuno è al sicuro. «È tutto sotto occupazione; la gente è stanca e non ha scelta. Chi parla o cerca di cambiare le cose viene arrestato da Israele», afferma. Perciò gli abitanti si danno da fare fondamentalmente per trovare le risorse con cui prendersi cura delle loro famiglie, soprattutto in un periodo di depressione economica dovuto al calo del turismo.

Tuttavia ama la Palestina, che gli trasmette un profondo senso di casa, e si considera una persona felice. Ma come continua a godere della vita in mezzo a questa situazione? Gli piace supportare i molti artisti palestinesi che conosce, guardare i film locali, imparare a suonare il pianoforte e a cantare… La forza trascendente dell’arte dimostra ancora una volta che Dostoevskij aveva ragione: «La bellezza salverà il mondo».

Joseph, Sara, Said… per tutti loro, come per tanti altri coetanei, è un momento cruciale in cui, nel miscuglio delle avversità, continuano a raggiungere i loro obiettivi e i primi traguardi della loro carriera. Lo fanno lì dove sono nati e cresciuti, dove i conflitti e le avversità si ripresentano ora come prima nella vita di tutti i giorni, e dove decidono di seminare ancora… finché la realtà glielo permetterà.

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