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Italia > Giovani protagonisti

“One Humanity, One Planet”: formazione politica? Non solo

di Daniela Ropelato

- Fonte: Città Nuova

Non basta dire ai giovani che tutto dipende da loro. Un programma che mette al centro l’interculturalità, la co-progettazione e la costruzione di una rete internazionale

Giovani provenienti da diversi contesti impegnati in un’attività di confronto e progettazione condivisa, hackathon di Roma Foto ©Agenzia WARFREESERVICE

Per migliaia di giovani in Italia giugno significa: esami, la maturità, le sessioni estive all’università. Settimane dedicate alla revisione degli appunti, lunghe ore di studio, aspettative per i mesi a venire. Sembra che per i giovani chiamati a superare l’ennesima valutazione non ci sia null’altro che l’attesa. Una fotografia che traduce un luogo comune. Quegli stessi giovani continuano a mettersi in gioco in prima persona, a pesare ciò che davvero conta, a cercare il percorso della loro generazione. Abbiamo appena festeggiato gli 80 anni della Repubblica e il Presidente Mattarella, in un dialogo con gli under 35 trasmesso sulle reti Rai, ha detto qualcosa che vale la pena non scorrere in fretta: «Io vedo nella generazione che va salendo una quantità di elementi positivi maggiori di quelli che avevano le precedenti generazioni, di senso di responsabilità, di consapevolezza, di valori di riferimento, di volontà di costruire una condizione di convivenza migliore. Sono convinto che l’Italia si gioverà molto della responsabilità, della motivazione, della partecipazione, del coraggio dei giovani.»

Non è una pacca sulla spalla istituzionale. Subito dopo Mattarella non ha esitato a osservare che «i giovani avvertono di più ed esprimono in misura maggiore il disagio» davanti al distacco che si avverte dalle istituzioni, un distacco che dipende soprattutto dal «venir meno delle occasioni di confronto ravvicinato tra cittadini e istituzioni per affrontare i temi generali del Paese, quelli specifici dei territori». È una diagnosi che non scarica la colpa su questi o quelli: dice che si è rotto qualcosa nel mezzo, nello spazio del confronto, e che ricostruirlo è urgente. Ci è di aiuto nell’analisi il recente volume dell’Istituto Toniolo/Ipsos/Il Mulino che sintetizza il risultato di un anno di ricerche: una delle pagine più interessanti del Rapporto Giovani 2026. La condizione giovanile in Italia riporta che il 75,4% dei giovani italiani considera utile la politica per migliorare la vita collettiva e il 53,4% si dichiara interessato ai temi pubblici. Eppure soltanto il 37,8% percepisce spazi reali di partecipazione. L’analisi del Toniolo su 2000 studenti conferma che nei giovani non è il disinteresse ad allontanarli dalla politica, ma la mancanza di occasioni e luoghi dove potersi esprimere ed impegnare con creatività.

Giovani provenienti da diversi contesti impegnati in un’attività di confronto e progettazione condivisa, hackathon di Roma. Foto ©Agenzia WARFREESERVICE

Anche sul versante della rappresentanza istituzionale il quadro è eloquente. Secondo il dossier ANCI e Ipsos presentato ad aprile 2026, i giovani amministratori comunali in Italia sono 18.006, pari al 14,3% del totale, in calo rispetto ai 19.483 del 2025. La presenza dei giovani under 35 è più ampia nei piccoli comuni; nelle città sopra i 50mila abitanti la quota scende al 10%. Alla Camera dei deputati, gli eletti nel 2022 di età inferiore ai 40 anni sono solo il 16,2%. Se nel 2025 il Rapporto del Toniolo evidenziava in particolare un desiderio di partecipazione non appagato e scarsa fiducia nei partiti, il rapporto del 2026 sottolinea un nuovo tema che spiega l’insoddisfazione delle nuove generazioni, il “mattering“, traducibile come senso di contare, di sentirsi una persona degna e apprezzata nei propri contesti di vita: “voglio sentire che il mio contributo conta”. È una categoria analitica centrale che dice lo spostamento dal piano dell’interesse al piano del riconoscimento. Ancora una volta, ciò che i giovani chiedono è soprattutto la possibilità di essere considerati attori rilevanti, capaci di avere un ruolo attivo in un sistema che appare bloccato.

Il paradosso si estende: una generazione interessata alla politica, dotata di senso civico, è sistematicamente esclusa dai luoghi in cui si prendono le decisioni. Nelle voci della “generazione Z”, non c’è soltanto contestazione, ma domanda di responsabilità reciproca, dato che coinvolgere i giovani significherebbe rafforzare la qualità analitica di tutte le decisioni di profilo pubblico. Come osserva Rosina, coordinatore scientifico dell’Osservatorio del Toniolo, la fragilità del futuro percepita dai giovani «non è solo un tratto generazionale, ma il prodotto di un contesto che ha scaricato costi crescenti su chi arrivava dopo». Un quadro utile anche a capire il significato dell’ultima iniziativa internazionale del Movimento politico per l’unità/MPPU, che vuole rispondere ad una domanda di protagonismo che resta in gran parte inevasa. E che ha portato a Roma, a fine gennaio, 100 giovani di 35 nazionalità per l’hackathonOne Humanity, One Planet: Synodal Leadership”, concludendo in questo modo il I anno del programma promosso in collaborazione con la Pontificia Commissione per l’America Latina e con l’associazione internazionale New Humanity ONG. Non si sono ritrovati per ascoltare relatori qualificati o firmare documenti quanto, piuttosto, per lavorare insieme su problemi reali, con metodi insoliti per l’ambito politico. Volti che venivano da Kenya, Costa d’Avorio, Camerun, Corea del Sud, Siria, Libano, Brasile, Colombia, Perù e decine di altri Paesi, seduti attorno agli stessi tavoli, chiamati non a dibattere posizioni ma a costruire proposte politiche a partire dai propri studi e dalla propria passione. Un vero e proprio laboratorio dove idee ed esperienze si sono incontrate. Chi c’era, racconta che qualcosa di nuovo è accaduto «perché la formazione non è rimasta teoria ma si è trasformata in proposta condivisa».

Il 31 gennaio, i partecipanti all’hackathon sono stati ricevuti in udienza da Papa Leone XIV. Il suo discorso ha offerto una lettura che illumina il senso di questa esperienza: «Le diverse nazioni, culture e religioni cui appartenete non sono per voi motivo di rivalità, ma di collaborazione e di crescita secondo uno stile sinodale. Questo metodo di ascolto e discernimento non è indifferente rispetto ai temi che trattate, ma funziona come una lente, attraverso la quale osservare il mondo». Un riconoscimento importante: la sinodalità non è un valore aggiunto al lavoro politico, ma la sua condizione di possibilità. Il termine hackathon viene dal mondo dell’innovazione tecnologica: indica un evento intensivo in cui team diversi lavorano in modo concentrato su un problema, con l’obiettivo di produrre soluzioni entro tempi definiti. Applicarlo alla formazione politica non è un espediente comunicativo. Nella logica dell’hackathon politico, la competenza non è solo tecnica ma relazionale, non basta saper analizzare un contesto: bisogna saper ascoltare chi lo abita da una prospettiva diversa dalla propria, costruire consenso attorno a obiettivi condivisi. È un modo di intendere la leadership che rompe con il modello del decisore solitario e del sapere verticale, e che trova nella corresponsabilità il suo centro di gravità.

Giovani provenienti da diversi contesti impegnati in un’attività di confronto e progettazione condivisa, hackathon di Roma. Foto ©Agenzia WARFREESERVICE

Questa novità metodologica rispecchia il profilo del programma. Il percorso biennale “One Humanity, One Planet” promuove una politica basata su collaborazione, fraternità e cura del pianeta. Ora quel percorso si approfondisce e si apre a chi non c’era. Il Programma internazionale lancia una nuova call per il secondo anno, aperta fino al 19 giugno 2026, e porta con sé una nuova sfida: offrire una chance a tanti altri giovani nei diversi Paesi, interessati a fare esperienza di coprogettazione delle politiche e ad acquisire contenuto informativo qualificato. Il percorso durerà 6 mesi, completamente online. Il cuore di questa seconda edizione è l’interculturalità come metodo politico, una pratica da imparare a costruire con amici che vengono da contesti politici, culturali e linguistici radicalmente diversi dal tuo. La diversità di visioni e di soluzioni possibili non è un ostacolo da controllare, ma la materia prima del lavoro politico. Per chi si forma in Italia, dove i percorsi di cittadinanza attiva tendono a restare dentro confini nazionali, quando non locali, è un arricchimento essenziale: ci sono problemi che non si capiscono finché non li guardi attraverso le lacrime di qualcuno che si sente schiacciato dalla loro violenza: l’aggressione delle guerre, l’assenza di qualsiasi prospettiva di lavoro, gli impatti della crisi climatica, la censura. Non si tratta di un esercizio accademico.

Il secondo elemento distintivo è la co-progettazione di iniziative sui territori. Il programma non si esaurisce nella formazione virtuale: chiede ai partecipanti di tradurre ciò che sognano in proposte concrete, radicate nei propri contesti locali ma concepite con uno sguardo globale. Gruppi internazionali lavorano insieme per progettare interventi nei comuni, nelle associazioni, nelle istituzioni con strumenti di advocacy, con nuove narrative e strumenti di azione collettiva. Al contrario della politica-spettacolo: si parte dal territorio, si muove un passo alla volta, si costruisce qualcosa di misurabile. Il terzo elemento è forse il più duraturo: la costruzione di una rete internazionale tra giovani politici. Chi partecipa non entra in un corso, ma in una comunità che mette in contatto rappresentanti eletti a vari livelli, giovani impegnati nei partiti, funzionari pubblici e rappresentanti di movimenti civili e sociali. Quella rete, costruita settimana dopo settimana in uno spazio multilingue è una risorsa concreta per chiunque voglia fare politica con una prospettiva finalmente più larga del proprio cortile.

Giovani provenienti da diversi contesti impegnati in un’attività di confronto e progettazione condivisa, hackathon di Roma. Foto ©Agenzia WARFREESERVICE

L’hackathon di Roma è stato il momento culminante di un percorso più lungo. Molti dei partecipanti hanno già avviato nei propri Paesi iniziative concrete di dialogo interpartitico, di partecipazione civica, di costruzione del consenso su temi ambientali o sociali, che il programma ha contribuito a strutturare e a connettere con esperienze analoghe. Tornando agli esami e a chi si interroga sui nuovi traguardi: quando esci dall’aula dopo aver risposto a una commissione, hai già fatto una cosa politica. Hai difeso un punto di vista, hai argomentato, hai selezionato alcuni valori, hai dato priorità ad alcuni obiettivi, hai imparato a rispondere sotto pressione, a valutare ed essere valutato. Quelle stesse capacità sono risorse per camminare nel futuro, in squadra con tanti altri, per fare la differenza. Mattarella a Capodanno aveva detto ancora: «Non rassegnatevi. Siate esigenti, coraggiosi. Scegliete il vostro futuro».

Chi vuole farlo insieme a giovani politici da tutto il mondo, può presentare la sua candidatura entro il 19 giugno da questo link.

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