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Italia > Scenari

Vertice Nato, riarmo europeo e sicurezza democratica

di Carlo Cefaloni

- Fonte: Città Nuova

Carlo Cefaloni

Alla vigilia dell’incontro di Ankara del 7 e 8 luglio 2026 il segretario generale, Mark Rutte, assicura Trump sull’acquisto di armi Usa da parte dei Paesi dell’Alleanza. Le incoerenze del Rearm EU emerse durante la presentazione del rapporto Iriad alla delegazione italiana del gruppo dei socialisti e democratici europei. Le esigenze di una sicurezza democratica secondo l’ambasciatore Ferrara

Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump incontra Mark Rutte (terzo da sinistra), Segretario generale della NATO (Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord), nello Studio Ovale della Casa Bianca a Washington, D.C., USA, il 24 giugno 2026. ANSA EPA/YURI GRIPAS / POOL

Fabrizio Battistelli, presidente dell’Iriad, ha citato Carlo Cassola, presentando il Rapporto sulla Difesa europea all’incontro con i parlamentari europei del Pd che si è tenuto a Roma il 22 giugno 2026.

Cassola lo ricordano in pochissimi. È stato uno scrittore affermato, di cultura laica e socialista, che ha pagato con l’isolamento il fatto di aver fondato nel 1977 la Lega per il disarmo unilaterale. Da giovane, Cassola aveva fatto il partigiano addetto agli esplosivi, ma disobbedì all’ordine di far saltare in aria la frazione di un paesino delle Cinque Terre.

Il professor Battistelli ha fatto cenno a quel nome  per affermare che  lo studio commissionato dal gruppo dei socialisti e democratici europei non sostiene affatto il disarmo unilaterale. Ferma restando, come esposto nell’articolo già pubblicato su cittanuova.it di Maurizio Simoncelli, la necessità di far crescere la dimensione della difesa civile, popolare e nonviolenta come strumento decisivo per una politica realmente efficace nel campo delle relazioni internazionali, l’Iriad afferma esplicitamente che «la permanenza di una funzione deterrente fornita da una forza militare (mezzi e personale) non può essere semplicemente negata. Qualora si attenga a criteri trasparenti, obiettivi ragionevoli e dimensioni equilibrate, una forza effettivamente difensiva contribuisce a dissuadere aggressioni dirette».

Campioni nazionali contro strategia comunitaria

La sostanza del Rapporto sta tutta nel dimostrare che Rearm Eu, deciso dalla Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen, non risponde a tali caratteristiche di razionalizzazione di una Difesa comune europea, ma si rivela una strategia basata sull’incubo del “nemico esistenziale russo” utilizzato per agevolare gli interessi di alcune industrie nazionali europee oltre che inevitabilmente degli Usa.

Lo dimostra in maniera eclatante il caso del caccia di sesta generazione Global Combat Air Programme (Gcap), che è al centro di un’alleanza concorrente tra il modello italo-britannico-nipponico e quello, ormai fallito, franco-tedesco-spagnolo Fcas.

ll Ministro della Difesa britannico Grant Shapps (a destra), il Ministro della Difesa italiano Guido Crosetto (a sinistra) e il Ministro della Difesa giapponese Minoru Kihara (al centro) si stringono la mano dopo la cerimonia di firma per il Global Combat Air Programme (GCAP) presso il Ministero della Difesa a Tokyo, Giappone, il 14 dicembre 2023. ANSA EPA/David Mareuil / POOL

Come emerge dai numeri offerti dal Rapporto relativamente al comparto della Difesa, «le co-produzioni e gli acquisti da attori esterni dalla UE non stanno diminuendo bensì stanno aumentando per numero e importanza, mentre l’articolazione dell’industria degli armamenti europea secondo “campioni” nazionali inibisce la fusione tra aziende europee e previene la creazione di “campioni” UE a livello internazionale».

I vincoli del sovranismo nazionale adottato in questo settore comportano che «all’imponente concentrazione di risorse finanziarie nella spesa militare non stanno corrispondendo progressi neppure nella razionalizzazione e integrazione della struttura produttiva della Difesa. La stessa programmazione di sviluppo e approvvigionamento di sistemi d’arma non consolida il partenariato tra i principali players europei».

Il peso della Germania

Se il criterio effettivo è quello di aumentare e non razionalizzare la spesa negli armamenti, è chiaro che la competizione avvantaggia la Germania, che può accedere a maggiori risorse di bilancio per un piano di riarmo programmato, come da esplicita dichiarazione del Cancelliere Merz, per diventare la prima forza militare in Europa.  In particolare nel settore tradizionale “terrestre”, dove già si assiste «all’egemonia dell’industria tedesca, trainata da Rheinmetall», mentre il settore aerospaziale è prevalentemente extra Ue, cioè in mano a Gran Bretagna e Usa. Nel settore dei droni da combattimento, inoltre, emerge l’industria turca, con la quale esistono accordi dell’Italia, e quella ucraina, che ha il “vantaggio” di poter vendere armi testate sul campo.

L’aumento delle spese militari al 5% del Pil richiesto ai Paesi Nato da parte degli Usa può avvenire, osserva il Rapporto, solo in tre modi che non sono indolori:  ampliando il gettito fiscale, o aumentando il debito pubblico, o prendendo le risorse necessarie da altre poste di bilancio nel settore sociale, sanitario e dell’istruzione. Anche il governo Meloni è titubante nell’accesso al fondo europeo Safe che stanzia per l’Italia circa 15 miliardi di prestiti a tassi contenuti da destinare al riarmo, ma Battistelli fa notare, numeri alla mano, che occorrono ben 119 miliardi di euro di spesa aggiuntiva nel caso in cui l’Italia intendesse onorare l’impegno assunto di raggiungere in un decennio il 5% del Pil destinato alla Difesa. Importi impossibili da osservare, pur operando feroci tagli sociali e vendendo ulteriore patrimonio pubblico.

Disgregare il tessuto sociale inducendolo ad un’insostenibile corsa al riarmo è una delle strategie utilizzate per far capitolare il nemico, ma si è rivelata nella storia la strada per l’effettivo utilizzo disperato di un arsenale accumulato con costi umani sempre più insostenibili.

Solo il ritorno ad una diplomazia intesa a realizzare un progressivo disarmo multilaterale fondato sulla fiducia reciproca e lo scambio di saperi può disinnescare l’escalation altrimenti inarrestabile. Il richiamo è quindi quello del ritorno al sistema della sicurezza condivisa promossa dalla Conferenza di Helsinki del 1975 che appare sempre più lontana con il fallimento dei tentativi di cessate il fuoco in Ucraina.

Per una sicurezza democratica e partecipata

La novità dell’incontro promosso all’interno dei tavoli di lavoro del Pd europeo è segnata dall’aver scelto come base di dialogo lo studio di Iriad, decisamente alternativo a quello prevalente che vede nel riarmo in versione von der Leyen la strada obbligata e senza alternative.

È stato perciò significativo, nel corso della discussione aperta ad esperti esterni al partito, il contributo dell’ambasciatore Pasquale Ferrara secondo il quale una difesa puramente militare, priva di un’anima politica e di una base democratica, non è solo incompleta ma strategicamente fragile. È insufficiente, secondo Ferrara, l’approccio che riduce la deterrenza al solo piano militare secondo la strategia del porcospino d’acciaio, cioè di un armamento capillare volto a rendere l’attacco proibitivo per timore della rappresaglia. La vera sfida risiede, quindi, nella deterrenza politica, che è un processo dinamico mirato a costruire una stabilità che non può nascere dal terrore ma dalla fiducia reciproca come avvenuto durante il periodo della Guerra Fredda, in cui i progressi più significativi sono avvenuti proprio nei momenti di massima tensione, trasformando il confronto in un percorso negoziale.

Manifestazione della campagna “Stop ReArm Europe”, a Roma, il 21 giugno 2025. ANSA/FABIO FRUSTACI

Secondo Ferrara stiamo assistendo in Europa ad un riarmo isolato dei singoli Stati che, paradossalmente, si configura come un ritorno al passato pre-comunitario. Senza una direzione politica comune, il riarmo rischia di tradursi in una sterile somma di nazionalismi armati. La vera difesa europea richiede, invece, un salto di qualità istituzionale, capace di trasformare le iniziative nazionali in una capacità d’azione coesa e coerente. In quest’ottica, il multilateralismo non è un esercizio per idealisti, ma una tecnologia di difesa estremamente efficace che trasforma lo scontro in dialettica di potere regolata.

Seguendo tale ragionamento, che è una lode alla diplomazia, il concetto di “pace disarmante” non può essere confinato nell’ambito dell’utopia astratta, ma esprime il concetto fondante della scienza delle relazioni internazionali: ciò che “disarma” gli Stati è la loro inclusione in contesti di socializzazione politica che rendono l’opzione militare obsoleta.

Il rischio più insidioso per il futuro dell’Unione è la deriva verso una “democrazia securitaria” in cui la politica integra aspetti repressivi, normativi ed esclusivi — si pensi ai progetti di “remigrazione” — calando dall’alto una narrazione basata sulla minaccia permanente. Un sintomo chiaro di questa tendenza è l’arbitrarietà delle cifre: il riferimento al 5% del PIL per la Difesa, spesso confezionato nelle cancellerie o nei vertici internazionali, appare privo di trasparenza e di una reale deliberazione pubblica.

L’alternativa strategica è la “sicurezza democratica“. Questo modello non teme ma si fonda sul dialogo con i cittadini. Una difesa che piove dall’alto, priva di consenso sociale, è destinata a fallire perché ignora che la vera vulnerabilità risiede nello sfaldamento del tessuto connettivo democratico interno.

Le promesse di Rutte e la sovranità europea

Il Rapporto di Iriad è pertanto uno strumento utile alla partecipazione democratica sulle scelte politiche decisive. Un lavoro da far conoscere, anche grazie all’accesso gratuito al Rapporto, scaricabile dal web, per promuovere un reale dialogo su questioni solitamente sottratte al confronto pubblico perché giudicate troppo complesse, mentre sono quelle che decidono il destino comune.

Foto di gruppo vertice Nato a L’Aja, 25 giugno 2025. ANSA/Filippo Attili – Uff stampa Palazzo Chigi

È esemplare in questo senso il peso che assume il vertice Nato in programma ad Ankara dal 7 all’8 luglio 2026, preceduto da alcune affermazioni di Mark Rutte, segretario generale dell’Alleanza atlantica, che ha cercato, come al solito, di imbonire il presidente Usa Donald Trump.

Rutte non ha solamente magnificato, provocando smentite dall’Italia, il sostegno militare delle basi militari in Europa nella guerra contro l’Iran, ma anche dichiarato al Financial Times che i Paesi europei e il Canada si sono impegnati nei prossimi anni per 300 miliardi di dollari di ordini di armi dagli Usa, garantendo così ben 195 mila posti di lavoro statunitensi.

Sostenere il riarmo senza una linea condivisa rischia così di fare dell’Europa uno sbocco della produzione bellica Usa, facendo aumentare la nostra dipendenza tecnologica da un gigantesco complesso militare industriale di un Paese che solo nel 2025 ha speso per le armi 980 miliardi di dollari.

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