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Italia > Dibattiti

Europa, quale difesa?

di Maurizio Simoncelli

- Fonte: Città Nuova

La difesa non può essere solo quella armata, ma vanno potenziate ed utilizzate anche la diplomazia istituzionale e quella alternativa della società civile. Un nuovo rapporto dell’Istituto di ricerche internazionali Archivio Disarmo

Riunione al Quirinale per il Consiglio Supremo di Difesa (CSD), Roma, 08 maggio 2025 Foto Ansa Quirinale

L’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo (Iriad) ha pubblicato il rapporto Europa: quale difesa?, redatto per iniziativa di Marco Tarquinio, eurodeputato del gruppo Socialisti e Democratici e già direttore del quotidiano Avvenire.

Nel testo, interamente scaricabile dal sito di Iriad si affrontano vari aspetti della questione quali l’evoluzione e prospettive della politica di difesa europea, gli aspetti economici, finanziari e industriali, l’opinione pubblica e la difesa, le varie ipotesi di difesa (tradizionale e nazionale oppure alternativa e comune).

Oggi l’Unione Europea si trova ad un bivio o meglio in mezzo al guado in un mondo multipolare, dopo una fase di bipolarismo USA-URSS e una successiva unipolare statunitense. La scelta effettuata attualmente di potenziare la produzione bellica non risolve il problema dell’esercito europeo, dato che la difesa armata rimane gelosamente nelle prerogative nazionali. Infatti, rimangono 27 ministri della Difesa, 27 ministri degli Esteri, 27 Stati maggiori e relative forze armate, mentre la forza di pronto intervento UE mobilita per ora un massimo di 5mila soldati.

Quindi la scelta o le scelte che l’UE deve affrontare sono molteplici.

La difesa militare così come è oggi non è valida e i miliardi di euro destinati alle industrie belliche non risolvono il problema. Si potrebbe tentare la via dell’Europa a due velocità, con Francia, Germania, Italia e Spagna – ad esempio – che sperimentano un asset unitario più avanzato indipendentemente dagli altri Paesi più riluttanti (poi chi vuole si aggiunge). È anche il suggerimento di Draghi, ma anche all’interno dei Paesi volenterosi ipotizzati persistono volontà egemoniche e ambizioni nazionalistiche che frenano pure questa ipotesi.

Per cui siamo in un pantano di nuovo.

In una fase dei rapporti globali caratterizzata dal venir meno del rispetto del diritto internazionale e dal prevalere delle logiche di potenza/forza l’unica strada percorribile è quella della sicurezza cooperativa, caratterizzata principalmente dal controllo degli armamenti. L’epoca del bipolarismo, la cosiddetta Guerra Fredda, vide negoziati, colloqui e trattati che evitarono scontri reali tra le due superpotenze e tra le due alleanze militari, la NATO e il Patto di Varsavia.

Fu l’epoca del Trattato di Non Proliferazione nucleare TNP e di tanti altri accordi, venuti meno in questo nuovo millennio e che hanno progressivamente lasciato spazio alla nuova corsa agli armamenti sia convenzionali sia nucleari e alle minacce reciproche, nonché alle decine di guerre in corso. Per di più le tecnologie al servizio della guerra si sono particolarmente evolute, dai droni alle armi letali autonome, i cosiddetti killer robot, basati sull’intelligenza artificiale.

L’Archivio Disarmo rileva che «il controllo degli armamenti si basa su tre pilastri: la limitazione quantitativa, la non proliferazione con verifica tecnica condivisa, la proibizione normativa di specifiche categorie. L’obiettivo non è eliminare la competizione, ma impedirne la degenerazione incontrollata».

E questo rientra tra i compiti istituzionali dei governi. Ne è appunto un esempio il Trattato di Non Proliferazione nucleare TNP, che coinvolse USA, Urss, Cina, Francia e Gran Bretagna in un impegno durato dal 1970 (anche se ora traballa). Traballa così tanto che la società civile, insieme a tanti altri governi (ben 122), ha ottenuto nel 2021 il Trattato per la proibizione delle armi nucleare TPNW, per un impegno immediato al disarmo. «Sebbene tra essi non vi sia nessuno dei detentori legittimi di armi nucleari, né membri della NATO, il TPNW rimane importante come traguardo».

L’altro importante strumento è quello della diplomazia, che potrebbe avere un ruolo importante per l’UE, data la sua storia e le sue peculiarità. Ma c’è un ma enorme: chi ha la rappresentanza diplomatica nell’UE? I ricercatori dell’Archivio Disarmo notano che i rappresentanti sono tanti e troppi: i singoli leader nazionali, l’Alto Rappresentante degli affari esteri, il presidente della Commissione europea, il presidente del Consiglio europeo, e così via. Si potrebbe dire: tanti galli a cantare e non si fa mai giorno!

Eppure in UE vi è anche una grande risorsa, rappresentata dalla società civile «con l’esistenza di network, di ONG, di associazioni, di comunità laiche e religiose capaci di produrre iniziative a livello non soltanto nazionale ma anche internazionale».

Basti pensare all’iniziativa dei Corridoi umanitari attivati nel 2015 in Italia da alcune comunità religiose per rispondere concretamente al fenomeno migratorio o alla pace ottenuta in Mozambico con la mediazione della Comunità di S. Egidio nel 1992 ponendo fine alla guerra tra i ribelli della RENAMO e il governo.

Si tratta insomma di diplomazia popolare alternativa, che non solo va tollerata dalle istituzioni, ma addirittura stimolata e utilizzata pienamente, perché lì dove fatica o non può intervenire l’azione dei governi spesso l’intervento della società civile può ottenere dei risultati insperati.

L’accoglienza e l’inclusione sociale nel caso dei migranti sono altri elementi che concorrono alla sicurezza, che non è solo militare (cioè armata), ma anche politica, economica, sociale e ambientale.

L’esperienza dei Corpi Civili di Pace lo sta a dimostrare, come nel caso dell’Operazione Colomba, Corpo Nonviolento di Pace della Comunità Papa Giovanni XXIII avviato nel 1992 per praticare la nonviolenza in zone di guerra (Palestina, Colombia, Ucraina ecc.). È già stato anche ipotizzato nel 1996 un Corpo Civile di Pace Europeo da Alex Langer.

La resistenza nonviolenta con le sue varie modalità (disobbedienza civile, non cooperazione ecc.) può costituire un altro contributo che la società civile può dare. Basti pensare alla Campagna internazionale a guida palestinese BDS Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni contro il governo d’Israele che, temendola per le sue potenzialità, la equipara addirittura al terrorismo.

Insomma, la sicurezza europea non può essere concepita solo, ad esempio, con l’aumento dei finanziamenti alle industrie belliche nazionali (i famosi 800 miliardi di euro del ReArm Europe Plan, poi ribattezzato Readiness 2030) o con l’ipotetico esercito europeo (come abbiamo accennato, lungi dal realizzarsi), ma ha bisogno che essa sia una sicurezza cooperativa. Per questo il Rapporto conclude sintetizzando concretamente venti punti per una Difesa europea alternativa e comune, elaborati alla luce di quanto è scaturito nelle osservazioni precedenti.

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