Europa come Atlantide, il mitico continente scomparso. Utilizza questo paragone inquietante Michele Bellini in un libro che ha il merito di affrontare la questione della difesa europea per affermare che senza una strategia politica di difesa comune, i Paesi del vecchio continente sono destinati ad essere subalterni delle potenze egemoni.
Resta poco tempo per decidere che strada prendere, come conferma l’atteggiamento ostile del presidente Trump che ha fatto mutare l’immaginario collettivo degli Usa come gigante amichevole, pronto a difendere gli alleati della Nato.
La questione della Sicurezza non può essere elusa, infatti, da chi si impegna per la pace. Se come ha detto senza mezzi termini papa Leone nel suo discorso alla Sapienza, il riarmo in atto in Europa non può definirsi “difesa” perché «aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune», occorre porsi la domanda: si può costruire un sistema di Difesa che non risponda agli interessi delle industrie delle armi?
Non può essere definito filoputiniano o tacciato di pacifismo astratto chi si oppone al Rearm Eu della von der Leyen se è disposto a ragionare su una politica di difesa coerente con una visione di politica estera di pace.
La soluzione non è predefinita ma va cercata in un confronto aperto con chi come Bellini avanza delle tesi maturate all’interno di Sciences Po di Parigi, considerata una delle università più prestigiose al mondo nel campo delle scienze sociali e umane. È qui che ha insegnato Enrico Letta, autore del Rapporto sul futuro del mercato unico europeo. Fatta salva l’originalità di Michele Bellini, sono ravvisabili nel lavoro del giovane studioso le tracce di una scuola che risale fino a Beniamino Andreatta, una figura chiave del pensiero riformista citato nel testo, che ravvisava nella Difesa comune europea lo “strappo” necessario per superare la prospettiva asfittica delle sovranità nazionali destinate a capitolare davanti le grandi potenze.
In continuità del dibattito promosso assieme a Dialop sulla proposta di una nuova Conferenza di Helsinki, ne abbiamo parlato quindi con l’autore del libro “Rendiamoci conto. Senza difesa non c’è più l’Europa”.
Nel suo testo si parla dell’Europa come di un “giardino assediato” in cui il “cane da guardia” americano sta venendo meno. Si citano rapporti di intelligence che ritengono probabile un attacco russo a un Paese europeo nei prossimi 3-10 anni. Dobbiamo considerare la guerra come inevitabile?
Non parlerei di inevitabilità, ma di un cambio radicale dello scenario geopolitico. Bisogna prendere sul serio i rischi di nuove aggressioni o pressioni russe, come indicano anche i servizi di intelligence. Non si tratta di vivere nella paura, ma evitare di commettere l’errore opposto: dare per scontato che non accadrà nulla. Si tratta di operare l’analisi dei rischi e gestirli: ci siamo scandalizzati per la mancanza di un piano pandemico, qui dobbiamo fare prevenzione per evitare che certe cose accadano. Già oggi siamo in uno stato di “né guerra né pace”, subendo attacchi ibridi in ambito cyber e digitale.
Costruire una difesa europea non significa prepararsi a un confronto eterno con Mosca. Al contrario, è la precondizione per sedersi a un tavolo diplomatico con autorevolezza e lavorare a una “nuova Helsinki”, una nuova architettura di sicurezza continentale. Ma per costruire un nuovo equilibrio paneuropeo, non possiamo presentarci come un insieme frammentato di Stati sotto l’ombrello altrui.
Il punto centrale, però, sembra essere politico e legato alla sovranità europea effettiva.
Esatto. L’integrazione europea probabilmente sta vivendo la sua “ultima chance”. Come ha lucidamente sintetizzato il leader belga Bart De Wever a Davos, riferendosi all’illusoria tentazione del vassallaggio verso Trump: «Essere un vassallo felice è una cosa. Essere uno schiavo miserabile è un’altra». Per l’Europa, l’ora della scelta è adesso: o l’autonomia, o l’irrilevanza storica.
Io argomento che attraverso la difesa si fa l’unione politica, perché la sicurezza è il cuore della sovranità: nella storia i processi federativi sono avvenuti per esigenze di sicurezza comune. Nel mondo di oggi, è innegabile che la mancanza di autonomia militare permetta alle grandi potenze di decidere sopra le nostre teste.
E questa vulnerabilità si “trasmette” anche in altri ambiti che influenzano la nostra quotidianità. Prendiamo la politica commerciale. Nel 2017, sotto la spinta di una leadership forte nel binomio Macron-Merkel, l’Europa riuscì a rispondere compattamente ai dazi di Trump. Oggi, in un contesto di leadership frammentata e, soprattutto, con il peso opprimente di una guerra ai confini e un contesto geopolitico molto più dominato dalla sicurezza, il nostro spazio di manovra si è ridotto. Da qui si vede come la capacità di difesa autonoma sia diventata essenziale per una vera sovranità. Senza autonomia nella sicurezza, l’Europa è più soggetta a ricatti geopolitici che si ripercuotono sulle nostre società.
Molti sostengono che una difesa europea può esistere solo come “gamba” della Nato, restando dunque subordinata al comando statunitense. Come si rompe questa dipendenza?
La difesa europea non è un’alternativa alla Nato, ma, al contrario, si deve costruire anche attraverso la Nato, che da decenni rappresenta uno spazio di cooperazione in cui si sono costruiti strumenti comuni, capacità operative condivise e fiducia reciproca.
Con 23 su 27 Stati membri dell’Ue integrati nell’Alleanza, la sfida è trasformare il pilastro europeo da consumatore passivo a fornitore attivo di sicurezza e più compatto politicamente per pesare di più. Il fatto che solo il 10% del comando Nato sia personale americano e che i nuovi piani di mobilitazione in caso di crisi prevedano l’impiego fino a 300.000 uomini in un mese — truppe che dovranno essere fornite in larga parte dai Paesi europei — ci dice che esistono già i presupposti per avere una Nato più “europea”.
Sul piano strategico iniziano inoltre a emergere riflessioni e indiscrezioni sulla possibilità, in futuro, di un SACEUR (Supreme Allied Commander Europe) europeo, e non americano come è sempre stato. Passare il comando supremo a un generale del continente asseconderebbe il “Pivot to Asia” statunitense e rifletterebbe un’evoluzione dell’Alleanza verso una maggiore responsabilità europea.
Per avere una Nato più europea, il motore del cambiamento deve essere innanzitutto politico e, a mio parere, potrebbe essere guidato dal formato E5+1 (Italia, Francia, Germania, Spagna, Polonia + Regno Unito): il nucleo di “volenterosi” che dovrebbe anche essere il protagonista delle garanzie di sicurezza credibili da offrire all’Ucraina.
Ma come si può creare una politica comune se c’è una competizione così forte tra i singoli Stati? Si pensi alla Germania che riarma per la leadership europea in campo militare o ai progetti industriale concorrenti tra i Paesi europei sugli aerei da caccia di sesta generazione.
La competizione esiste ed è un problema da risolvere a livello politico creando una divisione del lavoro efficace a livello europeo. Siamo a un bivio: o giochiamo questa partita e ci proviamo o accettiamo un “vassallaggio miserabile” sotto altre potenze con tutte le conseguenze negative che questo comporta. L’Europa possiede le basi strutturali necessarie per raggiungere un’autonomia strategica, a patto che superiamo la logica dei compartimenti nazionali. La frammentazione attuale ci rende inefficienti: è stato stimato che per ogni euro investito otteniamo il 30-40% in meno di efficacia rispetto a una sovranità europea integrata. Spendiamo un terzo, ma abbiamo solo il 10% della capacità operativa degli Stati Uniti.
E per quanto riguarda il nucleare? Una difesa europea dovrebbe prevedere la deterrenza atomica o scegliere la strada della non proliferazione?
Da cittadino considero le armi atomiche il “male assoluto”, ma da analista devo riconoscerle come un dato di fatto del sistema internazionale. Attualmente l’ombrello nucleare Nato è imprescindibile. Credo che sia auspicabile, in futuro, l’europeizzazione della deterrenza, che potrebbe avvenire con un nuovo patto strategico franco-tedesco: la Francia dovrebbe accettare di mettere in comune, in una cornice europea, la funzione di deterrenza del proprio arsenale in cambio di un impegno degli altri partner (Germania in primis) nel rafforzamento delle capacità convenzionali e nella loro messa a disposizione per la difesa comune. Una dimensione europea anche in questo ambito favorirebbe un protagonismo europeo in sede Onu – magari riprendendo anche la proposta di un seggio europeo nel Consiglio di sicurezza – dove riproporre un’iniziativa per la regolamentazione e la non proliferazione a livello globale. Ma in generale tutto questo fa parte del più ampio processo di ricostruzione di un nuovo ordine internazionale condiviso, che oggi manca.
Nel testo si sottolinea che siamo davanti all’ultima chance per l’unificazione europea. Ma in base a quale visione?
Siamo in una fase di “non ordine” in cui la politica di potenza è tornata centrale e la democrazia liberale è il regime politico meno diffuso al mondo. L’Europa rischia di diventare come il villaggio di Asterix, circondato dagli imperi. Ma oltre ai mezzi militari, serve una visione politica forte sulle finalità. De Gasperi, per spiegare l’importanza della federazione europea, diceva che ai giovani bisognava offrire il “mito della pace”, contrapponendolo al mito della forza. E Mattarella ha ricordato più volte nei suoi interventi che l’Europa nasce anzitutto come progetto di pace e che una difesa comune rappresenta uno strumento di prevenzione contro le guerre e di salvaguardia dello spazio condiviso di libertà.
Questa è l’essenza e al tempo stesso la sfida dell’Europa di oggi: spiegare alle persone che acquisire gli strumenti della “potenza” è mezzo necessario per promuovere la pace e preservare la nostra autodeterminazione. Se non sapremo difendere il nostro spazio autonomamente, non potremo pretendere di influenzare la pace mondiale. Ecco perché, l’autonomia strategica non è una deriva militarista, ma l’unico modo per preservare il modello democratico europeo.
L’incapacità di agire autonomamente esclude l’Europa dalla definizione del nuovo ordine mondiale, riducendola a spettatrice del proprio destino. Il caso del ritiro dall’Afghanistan deciso unilateralmente dagli Usa, ha dimostrato come gli Stati Uniti possano spegnere l’interruttore della sicurezza collettiva unilateralmente, lasciando gli alleati europei scoperti e privi di alternative operative.
Accanto a questi aspetti non va dimenticato, però, che per promuovere la pace mondiale è imprescindibile conservare credibilità. Il silenzio e l’impotenza dell’Europa di fronte a crisi come quella di Gaza minano le fondamenta dei nostri valori: il sospetto dei “doppi standard” (distinguere ciò che vale per l’Ucraina dalla Palestina, ndr) è la minaccia più grave alla nostra autorevolezza globale.
Come si può costruire una difesa comune senza una politica estera comune?
Difesa e politica estera sono due facce della stessa medaglia. Dobbiamo riscoprire la lungimiranza dei padri fondatori. Il progetto della Ced (Comunità europea di difesa) di De Gasperi e Spinelli non era tanto un accordo tecnico. L’articolo 38 della Ced prevedeva che quell’organizzazione fosse transitoria: doveva servire da ponte per arrivare all’unificazione politica. Oggi come allora, l’integrazione militare è il mezzo, non il fine. Essere “vassalli” significa aver delegato ad altri la nostra libertà; essere “sovrani” significa tornare a essere architetti del nostro destino.
E come dovrebbe realizzarsi?
Esiste un paradosso fecondo nell’integrazione europea: non serve sempre attendere il cambiamento dei trattati per agire. Spesso, è l’azione comune a forzare la mano alla burocrazia. Mario Draghi lo ha sintetizzato con precisione: «L’unità non precede l’azione; essa si forgia prendendo insieme decisioni importanti». È agendo concretamente che si costruisce quella “solidarietà di fatto” auspicata da Jean Monnet.
Sull’Ucraina, l’Ue ha saputo mantenere una compattezza inaspettata. Questo è il primo vagito di una vera difesa comune, nata dalla necessità e non dai protocolli. Adesso si tratta di avere il coraggio e la visione politica di istituzionalizzare tutto questo per essere più efficaci e consentire di avanzare davvero verso l’unificazione politica.
Al contrario, la frammentazione totale sulla crisi in Medio Oriente mostra il volto di un’Europa irrilevante. Senza una volontà politica di agire come blocco, restiamo atomizzati, spettatori di tragedie che non siamo in grado di influenzare.
