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In profondità > Mediterraneo

Il senso della visita di papa Leone a Lampedusa. Tredici anni dopo Francesco

di Francesca Cabibbo

- Fonte: Città Nuova

La visita di Papa Leone a Lampedusa: breve, ma carica di significato.

Papa Leone XIV durante la sua sosta al monumento della Porta d’Europa, nell’ambito della sua visita pastorale all’isola di Lampedusa, nell’Italia meridionale, il 4 luglio 2026. EPA/VATICAN MEDIA via Ansa

L’isola di Lampedusa è tornata alla quotidianità. Il palco è stato smontato. Le strade e le spiagge, come sempre, pullulano di turisti. Tutto sembra all’apparenza come prima. Eppure, da un’isola sperduta al centro del Mediterraneo è partito un segnale importante. Papa Leone ha parlato al mondo, ha parlato all’Europa, ha parlato alla politica e ai governanti. E ha parlato anche con il “non detto”. A partire dalla scelta della data, che a nessuno è sfuggita: la stessa in cui il presidente Trump lo aveva invitato negli Stati Uniti per il 250° anniversario dell’Indipendenza. Un compleanno che il primo papa americano non avrebbe dovuto trascurare. E invece Leone ha scelto Lampedusa. E tutto questo s’intende, accadeva ben prima che il vulcanico presidente Usa, avviasse i suoi attacchi frontali contro Leone. 

«È stata una giornata storica. Una giornata che resta nel cuore». Alessandra Turrisi, giornalista di Palermo, ha trascorso alcuni giorni a Lampedusa, vivendo in prima persona le fasi della visita. «I gesti di papa Leone sono importanti: con il suo tratto molto discreto è riuscito a dare un segnale forte per questa isola, ma in generale per l’Europa. È stato significativo vederlo in piedi sulle rocce, arrampicarsi sugli scogli, in balia del vento, lo stesso vento che colpisce gli isolani, che colpisce i migranti, che a causa dell’insipienza degli uomini spesso inghiottono vite umane, senza guardare se sono donne, uomini, vecchi o bambini. Sono gesti che raccontano l’umanità di Pietro e dunque della Chiesa, l’umanità del mondo intero». 

I gesti e le parole

Papa Leone è andato al cimitero, alla Porta d’Europa, al molo Favarolo (oggi molo Papa Francesco). Ma ha anche parlato. «Mi hanno colpito le sue parole durante quella intensa omelia, dal profondo valore politico, pronunciata sempre con la sobrietà che lo contraddistingue, ma anche con fermezza. Ha detto – commenta Turrisi – che le morti in mare sono frutto delle scelte fatte, ma anche delle decisioni non prese. Ci ha detto con chiarezza che l’omissione è una colpa e questo deve fare riflettere. E che l’Europa, non solo vista come istituzioni, ma vista anche come i cittadini europei, deve prendere su di sé la responsabilità di questa umanità che bussa alla porta del vecchio continente». 

Nadia Laterza, consigliera comunale di Lampedusa, spiega invece: «La visita del papa è stata una grande emozione. Per tutto ciò che ha detto, ma anche per un gesto di cui  poco si è parlato, ma che per noi lampedusani è importante: l’omaggio alla Madonna di Portosalvo. La Madonna protettrice del mare e dei marinai, la Madonna che accoglie tutti».

Papa Leone ha benedetto due bambini: una bambina nata a Lampedusa da una famiglia di migranti e Leonardo (o Leo, con lo stesso nome del Papa). «Leo è arrivato a Lampedusa – racconta Alessandra Turrisi – dieci anni fa tra le braccia della mamma morta e ha trovato casa in una famiglia palermitana che lo ha accompagnato a incontrare il papa. Mi ha colpito la maturità di questo bambino, la consapevolezza di quello che lui ha vissuto. La sua storia e le sue parole sono un fatto che realizza la storia dell’umanità in questo momento. Che un bambino di 11 anni abbia questa consapevolezza è la migliore testimonianza e ci dice con forza che nessuno può voltarsi dall’altra parte». 

Giusi Nicolini era sindaca di Lampedusa nel 2013. In quella veste accolse papa Francesco, insieme all’allora arcivescovo di Agrigento, Francesco Montenegro. «Quella visita fu un fatto epocale – racconta l’ex sindaca – fu il primo viaggio del pontificato di Francesco. E non fu un caso che scelse Lampedusa come sua prima meta. Ha rotto il silenzio su ciò che accadeva in quegli anni, sul Mediterraneo divenuto un grande cimitero. Papa Francesco, per tutto il suo pontificato, non ha mai smesso di parlare dei migranti. È stato profetico».  

Pochi mesi dopo, in ottobre, si verificò la grande tragedia del naufragio: 368 persone, bambini, donne e uomini che cercavano di raggiungere l’Europa perirono nel Mediterraneo. Venti risultarono dispersi.

«Papa Francesco – continua Giusi Nicolini – non ha mai smesso di parlare della tragedia dei migranti. Le sue parole ci fanno ricordare che tutti noi non abbiamo contribuito ad alzare argini contro questo dilagare dell’odio e dell’indifferenza. Che oggi, dopo tanti anni, fanno ancora più paura: il razzismo, la xenofobia, il fatto che si possano sentire frasi come quelle pronunciate da Vannacci, ci fanno comprendere che non abbiamo fatto abbastanza per arginare questa deriva. In questi anni le politiche si sono imbarbarite. I porti chiusi, la guerra alle Ong, hanno caratterizzato gli anni successivi. Poi, dalla pandemia a oggi, ci sono state altre derive, fino alla tragedia di Cutro, per cui si sta celebrando il processo in questi giorni. Era chiaro, dagli audio di quella notte, che si era ben compreso che quell’imbarcazione era carica di migranti, ma li hanno lasciati morire. Oggi papa Leone ha parlato delle tragedie dei migranti come frutto “di decisioni prese e di decisioni mancate”. Ha voluto lanciare un messaggio all’Europa. L’Europa deve dotarsi di una politica di accoglienza di largo respiro finalizzata all’integrazione. Non si può vivere solo di provvedimenti episodici. E non lo ha mai fatto». 

Lampedusa 2013 – 2026

2013-2026. Due date che restano. Eppure, a distanza di 13 anni tante cose sono cambiate. «Oggi i migranti sono rinchiusi nel centro di accoglienza – spiega Giusi Nicolini –, noi lampedusani non li vediamo più. Questa decisione è stata frutto anche di scelte locali, di richieste di albergatori e ristoratori, che pensano di difendere il turismo. Eppure, i dati sul turismo hanno dimostrato che non c’è mai stato alcun calo. Ma anche questo è un segnale di ciò che sta accadendo in questi anni». 

L’accoglienza dei migranti

Anna Sferlazza è una memoria storica di Lampedusa. Insieme ad altri isolani è stata a lungo impegnata nell’accoglienza dei migranti, quando le istituzioni non c’erano ancora. «Ricordo ancora la notte di Natale del 1989 – racconta –, all’uscita dalla messa incontrammo alcuni migranti. Erano ancora bagnati, infreddoliti. Li abbiamo soccorsi, sfamati, riscaldati e ospitati nelle stanze della parrocchia. Per tanti anni abbiamo aiutato come volontari nelle operazioni di soccorso al molo. Nel 2011, per due mesi, a Lampedusa rimasero migliaia di migranti, dormivano all’aperto. I lampedusani hanno svuotato le loro case: hanno donato vestiti, coperte. Poi sono stati portati via. Oggi il centro di accoglienza di contrada Imbriacola è isolato, non ci sono contatti con l’esterno. I migranti vengono portati lì, rifocillati e accuditi. Poi lasciano l’isola. Ma non ci sono più contatti con i lampedusani». 

Lampedusa è cambiata. Anche se non all’apparenza. «È davvero curioso che adesso Lampedusa venga protetta dalla vista dei migranti – aggiunge Giusi Nicolini –, prima li vedevamo per le strade, potevamo parlare con loro o offrire un gelato. Oggi non è più così e sono stati anche alcuni lampedusani a chiederlo. È cresciuta anche l’indifferenza, qui come in tutta Europa. C’erano 4mila persone per la visita di Papa Leone a Lampedusa, erano quasi 15mila per Francesco. Molti turisti oggi sono rimasti nelle spiagge. L’isola era più blindata, le strade chiuse fin dalle 8 del mattino. Chi voleva recarsi al Molo Favarolo o allo stadio per la messa doveva farlo prima di quell’ora. È stato un viaggio di una portata storica. Eppure, molti non lo hanno compreso».

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