«Ma dai, e io che invece avevo sempre creduto che fosse una buona idea andare a correre a mezzogiorno nel parcheggio del supermercato»: ormai reagiamo così ai – tanti, troppi – articoli che parlano delle temperature estreme che si stanno registrando in molti Paesi in questa estate 2026. Sia chiaro, il pericolo che queste pongono alla salute è reale e non va sottovalutato: al di là dei casi conclamati di colpo di calore (che può essere anche fatale), il nostro corpo è costantemente costretto a sforzi fuori della norma per termoregolarsi, e portare avanti tutte le nostre funzioni fisiologiche anche in condizioni di stress aumentato. I rischi concreti quindi ci sono per tutti, anche se diventano particolarmente evidenti per anziani, bambini e malati cronici – ai quali è peraltro suggerito di confrontarsi con il proprio medico a proposito dei dosaggi dei farmaci che assumono abitualmente, dato che le alte temperature possono influenzare la maniera in cui li metabolizziamo.
È bene però saper guardare anche oltre l’immediata contingenza, allargando l’orizzonte a come la crisi climatica e ambientale in tutti i suoi aspetti – non solo le ondate di calore – impatta sulla nostra salute: lo facciamo con il dottor Agostino Di Ciaula, presidente del comitato scientifico di Isde Italia – Associazione Italiana Medici per l’Ambiente, che sin dal 1989 porta avanti l’approccio oggi conosciuto come “one health” – ossia salute umana e ambientale come indissolubilmente legate, impegnando i medici a tutelarle insieme.
Dott. Di Ciaula, quali sono le conseguenze sulla salute di queste temperature elevate?
Lavoro in ospedale, e in questo periodo vedo in prima persona gli effetti delle ondate di calore – sia per conseguenze dirette, come nel caso dei lavoratori esposti a temperature molto elevate o di bambini che ancora non riescono a termoregolarsi bene, che per complicanze di patologie già esistenti, come può essere per i malati cronici e per gli anziani. Va anche detto che queste temperature estreme fanno sentire le loro conseguenze in particolare sulle categorie fragili, non solo dal punto di vista sanitario, ma anche sociale: pensiamo a chi vive in case non adeguatamente raffrescate, o a tutti coloro per cui la perdita di ore di lavoro a causa del caldo costituisce un aggravio economico difficile da affrontare. Non si tratta quindi di agire solo sul fronte medico, ma anche sociale.
Vede reale consapevolezza in proposito?
No, non vedo reale consapevolezza, né da parte della popolazione generale né degli addetti ai lavori. Secondo i dati della rivista Lancet, in Italia tra il 2012 e il 2021 ci sono stati in media 7.400 morti l’anno legati alle ondate di calore, più del doppio dei decenni precedenti. Ma i danni diretti delle temperature elevate sono solo la punta dell’iceberg: dobbiamo infatti guardare anche a ciò che causa queste modificazioni del clima, in primo luogo le emissioni di gas climalteranti. L’inquinamento atmosferico è esso stesso causa di un gran numero di decessi: sempre Lancet stima 1.400 decessi l’anno in Italia tra il 2020 e il 2024 solo per quello legato agli incendi, anch’essi in aumento in questo quadro di crisi climatica. È quindi necessario allargare lo sguardo a 360 gradi su ciò che causa queste modificazioni climatiche, dai combustibili fossili agli allevamenti intensivi.
C’è poi da dire che le ondate di calore aggravano le malattie croniche, in particolare quelle legate alla malnutrizione: gli eventi climatici estremi, infatti, non solo riducono la quantità dei raccolti, ma anche la loro qualità. Il 60% del suolo italiano è interessato da eventi meteo estremi tra cui la siccità, con conseguente necessità di fare maggior ricorso ai fertilizzanti. Questo fa sì che il costo del cibo aumenti, alimentando le disuguaglianze tra chi si può permettere un pasto di buona qualità e chi no, con relative conseguenze sulla salute.
Che cosa può fare ciascuno di noi?
Sicuramente le azioni individuali volte alla tutela dell’ambiente e della propria salute hanno un grande valore, ma non dobbiamo spostare interamente la responsabilità sul singolo cittadino: sono necessari interventi a livello più ampio perché il danno a carico dei singoli è amplificato dall’invecchiamento della popolazione, dalle disuguaglianze sociali che colpiscono le fasce più vulnerabili, dalla minor qualità del cibo e dell’aria. Il singolo può fare la sua parte scegliendo stili di vita più sani, come ridurre i propri consumi in particolare di carne, ma per avere un reale cambiamento bisogna che tutto questo sia accompagnato da azioni della comunità internazionale.
