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Italia > Politica

Noi e la pistola di Erdogan nel riarmo mondiale

di Carlo Cefaloni

- Fonte: Città Nuova

Carlo Cefaloni

Il vertice della Nato di Ankara ha confermato gli impegni di spesa finalizzati al massiccio riarmo. Il segretario generale Rutte chiede una vera e propria rivoluzione industriale aumentando i ritmi di produzione. Direttive già in atto che avranno bisogno di una forte maggioranza politica per impegnare in Italia 500 miliardi di euro entro il 2035, secondo le stime dell’Osservatorio Milex

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump (al centro), il segretario generale della NATO Mark Rutte (a sinistra) e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan (a destra) durante il vertice NATO del 2026 ad Ankara, in Turchia, l’8 luglio 2026. ANSA EPA/FILIP SINGER

Mario Draghi lo aveva definito “dittatore”, ma il cosiddetto realismo politico ha poi prevalso. Erdogan governa la Turchia con il pugno di ferro, come dimostra la repressione dell’opposizione politica, ma controlla il secondo esercito della Nato che proprio ad Ankara ha celebrato, dall’8 al 9 luglio, un vertice che ha visto il segretario generale Mark Rutte visibilmente felice ed eccitato per il successo degli accordi raggiunti sul piano strategico incentrato sul riarmo. Non è apparsa perciò fuori luogo l’idea del presidente turco di donare a ciascun rappresentante dei Paesi dell’Alleanza atlantica una pistola con tanto di caricatore a sei colpi e incisione del nome sul calcio dell’arma.

Il modello è un piccolo gioiello prodotto dal complesso militar industriale di una nazione che non nasconde la propria nostalgia verso l’impero ottomano dissoltosi all’inizio del secolo scorso, ma che oggi può ripresentarsi con una nuova capacità di penetrazione non solo di carattere bellico, come si riscontra dalla Siria alla Libia, ma in forza di una capacità produttiva nel settore della Difesa.

Al precipitare della crisi in Ucraina con l’invasione russa del 24 febbraio 2022, l’allora presidente del Consiglio Draghi si attivò per sottrarre flussi finanziari a Mosca cercando alternative alla fornitura di gas, a costo di sopportare scelte di austerità nei consumi. È rimasta emblematica perciò la sua domanda aperta: vogliamo la pace (raggiungibile anche tramite le sanzioni economiche, ndr) o i condizionatori accesi?

Tra le forniture alternative di fonti fossili, dalla cui dipendenza tardiamo a liberarci, l’Italia ha scelto anche l’Azerbaijan, nonostante il coinvolgimento di questo Paese nel conflitto con l’Armenia fino allo svuotamento forzato nel 2023 della presenza di oltre 100 mila persone dalla regione del Nagorno-Karabakh abitata dagli armeni da circa duemila anni.

La vittoria azera si è realizzata grazie alle forniture dei temibili ed efficaci droni kamikaze assicurati dalla Turchia e perciò reclamizzati nei grandi consessi internazionali dedicati all’incontro tra fornitori e acquirenti delle industrie degli armamenti.

Non sorprende perciò l’operazione conclusa il 30 giugno del 2025 con il «definitivo trasferimento dei complessi aziendali di Piaggio Aero Industries e Piaggio Aviation – le due società in amministrazione straordinaria che operano sotto il marchio Piaggio Aerospace – alla società turca Baykar».

Come ha ribadito il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, l’acquisizione, autorizzata dalla presidenza del Consiglio dei Ministri nell’ambito della normativa golden power, rappresenta «un passaggio strategico per il rilancio di uno dei marchi storici dell’industria aeronautica italiana con un investitore internazionale di grande rilievo, il cui piano industriale apre ancora più importanti prospettive di mercato nel settore dei velivoli senza pilota, rafforzando così la competitività dell’industria aerospaziale italiana ed europea». Il presidente di Baykar è Selçuk Bayraktar, genero di Erdogan.

Come ha sottolineato il comunicato del ministero, «l’acquisizione si inserisce nel quadro di una più ampia cooperazione industriale tra Italia e Turchia, che comprende anche la creazione di una joint-venture tra Baykar e Leonardo per lo sviluppo congiunto di velivoli senza pilota».

Leonardo e Baykar sono azionisti paritetici (50% ciascuno) della nuova società, denominata LBA Systems. «La joint venture – secondo il comunicato del 16 giugno 2025 di Leonardo – nasce per valorizzare le significative sinergie industriali tra i due gruppi e avrà come ambito di attività progettazione, sviluppo, produzione e supporto di sistemi aerei a pilotaggio remoto (UAS)».

Il drone da combattimento turco Bayraktar Kizilelma, prodotto da Baykar, in mostra durante la fiera della difesa e dell’aerospazio Saha Expo a Istanbul, Turchia, il 22 ottobre 2024. ANSA EPA/ERDEM SAHIN

L’amministratore delegato di Leonardo, Lorenzo Mariani, era ovviamente presente ad Ankara nel forum dedicato all’industria della difesa, che ha preceduto il summit dell’Alleanza Atlantica, per confermare l’intenzione di rendere i droni prodotti dalla LNA Systems, “operativi” anche sui “mercati delle esportazioni”.

A chi verranno vendute tali forme sofisticate di armamenti? La legge 185 del 1990 pone dei limiti con riferimento ai Paesi che violano i diritti umani e/o sono coinvolti in conflitti armati fuori dal controllo dell’Onu. Ma tale limite, che si vuole rimuovere con lo svuotamento della legge stessa, viene aggirato dall’esistenza di accordi di cooperazione militare, come dimostra appunto l’esistenza della joint venture con la società turca.

Nel settore dei droni esiste tuttavia la forte concorrenza della produzione ucraina che può vantare l’efficacia dei propri modelli testati sul campo. L’Ucraina, che riesce dunque ad esportare sistemi d’arma competitivi sul mercato, riceverà nel 2026, secondo il comunicato finale del summit di Ankara, «70 miliardi di euro in equipaggiamento militare, assistenza e addestramento». Cifra che verrà onorata anche nel 2027.

Nello stesso comunicato si afferma che «nel 2025, gli Alleati europei e il Canada hanno aumentato i loro investimenti nei requisiti fondamentali di difesa di oltre 139 miliardi di dollari», mentre «oggi ad Ankara annunciamo nuovi appalti per oltre 50 miliardi di dollari e ci impegniamo ad ampliare la capacità produttiva collettiva e a collaborare con l’industria per accelerare l’innovazione».

Si comprendono perciò i toni entusiastici del segretario generale della Nato Mark Rutte, che ha sottolineato ad Ankara la necessità di «una rivoluzione industriale nel settore della difesa transatlantica. Il ronzio dei macchinari deve trasformarsi in un ruggito. So che può sembrare un’esagerazione, ma è possibile. Vi chiedo di compiere uno scatto».

Il Segretario Generale della NATO Mark Rutte (a sinistra) e il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan (a destra) accolgono il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump durante il vertice NATO del 2026 ad Ankara, in Turchia, l’8 luglio 2026. ANSA EPA/GEORGI LICOVSKI

In questo scenario, l’Italia si è impegnata a rispettare l’obiettivo di raggiungere il 5% del Pil in spesa per la Difesa entro il 2035, riservandosi tuttavia di scegliere tempi e modalità di attuazione di tale traguardo, come ha precisato la presidente Meloni.

Secondo l’Osservatorio Milex sulle spese militari, si tratta di un incremento di 498 miliardi di euro. Un impegno che appare impossibile da rispettare senza forzare sui limiti di bilancio, anche se la Meloni ha detto di considerare improprio contrapporre la spesa in armi con quelle sociali o della sanità.

Francesco Vignarca di Rete italiana pace e disarmo cita il Fondo monetario internazionale secondo cui, con il nostro indebitamento, un tale livello di spesa si può raggiungere solo aumentando le tasse o tagliando altre spese.

Lo sa bene Rutte che come premier olandese ha guidato il gruppo dei Paesi nord europei autodefinitisi “virtuosi”  che hanno negato, in nome del rigore fiscale, ogni tolleranza alle spese sociali dei Pigs (acronimo per indicare Portogallo, Italia, Grecia e Spagna e che si legge in inglese “maiali”). La Germania ha cambiato la sua Costituzione per superare i vincoli di bilancio che impedivano la priorità delle spese militari perseguita come obiettivo strategico dei prossimi anni per conquistare il primato tedesco in Europa nel campo della Difesa.

Mentre ad Ankara si è parlato di numeri concreti, sembra che l’opinione pubblica italiana sia distratta dai commenti sulla volubilità di Trump nei giudizi sui suoi alleati. Ci si illude su una pretesa maggioranza della popolazione che nei sondaggi si dichiara contraria al riarmo, mentre nella realtà si sta consolidando quella trasformazione progressiva dell’economia in assetto di guerra richiesta apertamente dai vertici della Commissione europea.

È un obiettivo condiviso da una parte significativa dell’opposizione, come dimostra l’intervista rilasciata dall’ex ministro dem della Difesa Lorenzo Guerini alla Stampa per rivendicare che «quando noi siamo stati al governo abbiamo incrementato le spese militari».

L’impegno assunto ad Ankara richiede, tuttavia, una solida maggioranza parlamentare per compiere scelte che possono rivelarsi impopolari, anche se presentate come “necessarie” per prepararsi allo scontro inevitabile con la Russia. La legge elettorale in dirittura d’arrivo in estate, per essere applicata a partire dal 2027, va vista anche in questa direzione.

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