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Mondo > Scenari

Ankara, vertice di unità e amore?

di Michele Zanzucchi

Michele Zanzucchi, autore di Città Nuova

Il summit Nato si è tinto di una retorica insolitamente emotiva, dominata da concetti distanti dal realismo geopolitico. Che succederà? Le guerre continuano e le industrie degli armamenti gongolano, pur con qualche distinguo

Nella foto da sinistra: il segretario della NATO Mark Rutte, il presidente degli USA Trump e il presidente turco Tayyip Erdogan. Luglio 2026, foto Ansa EPA/GEORGI LICOVSKI

Unità”, parola pronunciate dal segretario generale della Nato Rutte, dal presidente statunitense Trump e da praticamente tutti gli omologhi al termine del summit Nato di Ankara. L’inquilino della Casa Bianca ha addirittura parlato di “amore”. La cosa stupisce, in un momento di profonde trasformazioni globali e tensioni interne ed esterne all’Alleanza atlantica; i leader presenti volevano evidentemente lanciare un messaggio di coesione politica (che evidentemente non aveva alcuna valenza filosofica o teologica) che andasse oltre le semplici questioni militari. Parlare di “amore” e “unità” in quel contesto, probabilmente non evocava  sentimenti astratti, bensì la volontà di manifestare dedizione almeno di facciata verso i valori democratici condivisi e la solidarietà incondizionata tra i popoli membri.

L’unità, d’altro canto, è emersa come lo scudo retorico apparentemente più potente contro le minacce esterne e i tentativi di frammentazione interna. Ankara, crocevia storico tra Oriente e Occidente, ha fatto da palcoscenico a un rinnovato patto di fiducia tra i membri vecchi e nuovi dell’Alleanza atlantica, volto a dimostrare che l’organizzazione non è solo una macchina burocratica o una sommatoria di bilanci della difesa, ma una comunità di intenti, unita da un destino comune. I discorsi ufficiali hanno teso a minimizzare le divergenze per dare priorità al fronte comune, apparentemente solido e indivisibile. Resta ora da vedere se queste parole in libertà sapranno tradursi in scelte politiche concrete ed eticamente rispettose degli esseri umani, o se rimarranno confinate nella cornice diplomatica, militare e industriale del vertice.

Sì, perché, a ben guardare, al vertice di Ankara si è parlato quasi esclusivamente di armi, di industrie belliche, di licenze per la costruzione di missili, di quote del Pil da destinare alla difesa (e forse anche all’attacco, viste le teorie geopolitiche e militari che oggi riprendono l’antico detto che “la miglior difesa è l’attacco”, e non è Arrigo Sacchi a pontificare, purtroppo). Si è promesso di incrementare quel che già nel 2025 s’è fatto, cioè un aumento di quarantacinque miliardi di dollari nella produzione di armi. Ora si parla di cinquanta miliardi per il 2026.

Forse l’insistenza bellicista sull’unità nella battaglia è stata determinata dall’inattesa crisi di benefici dell’industria bellica tradizionale, quella legata in vario modo ai governi nazionali (non perdono, ma hanno guadagnato meno del previsto), visto che le guerre ibride e asimmetriche degli ultimi anni hanno visto l’emergere di start up che, usando a piene mani le tecnologie digitali di ultimissima generazione e l’intelligenza artificiale, applicate in particolare agli strumenti di attacco “senza condizionamenti umani”, cioè a guida autonoma (i droni, per intenderci, sia in cielo che in mare), stanno mettendo in crisi i colossi tradizionali, drenando capitali freschi.

Sia come sia, ad Ankara l’amore è l’unità in realtà non avevano nulla di religioso, tantomeno di evangelico, perché sostanzialmente erano concetti selettivi basati sulla forza e sulla manifestazione di presunte superiorità militari: non per niente, in contemporanea si sono riaccesi i conflitti in Ucraina e in Iran, mentre in Terra Santa (Gaza, Palestina, Libano) le armi non hanno mai cessato di far intendere la loro musica mortifera. La Nato è in guerra, questa è la realtà, anche se con sfumature evidentemente diverse, e con mal di pancia distribuiti un po’ ovunque, con la consueta dispersione dei leader europei, accaniti nel riattualizzare il Cicero pro domo sua: va bene l’unità di facciata, ma in fin dei conti i benefici debbono restare a casa.

Sarebbe forse facile e scorretto chiedere ai leader Nato di evitare di usare termini “teologali” parlando di politica e di guerre, di burocrazie e di industrie, perché va ricordato che già Paolo VI parlava di “carità politica”, e più recentemente Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari, definiva la politica nientemeno come “l’amore degli amori”. Tuttavia, si potrebbe chiedere ai leader della Nato di ricordarsi che tali concetti hanno senso in politica solo se raggiungono l’universalità, se non sono rivolti contro veri o presunti nemici. E senza neppure dimenticare che amore e unità vanno sempre assieme a una terza parola, “gratuità”, che non sembra sia stata mai pronunciata ad Ankara.

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