Se già altre Regioni, come Toscana, Piemonte ed Emilia Romagna, avevano messo mano – o cercato di mettere mano – da sé all’annosa questione della riforma della medicina generale, almeno per quanto di propria competenza, in questi frangenti in cui il tempo stringe è arrivata la mossa del Veneto. Per garantire la piena operatività delle 120 case di comunità della Regione, su cui pende come una spada di Damocle la scadenza del 30 giugno in quanto finanziate con i fondi del Pnrr (che prevedono appunto che entro tale data il denaro in questione sia andato a buon fine), è stato infatti raggiunto il 15 giugno scorso un accordo tra la Regione – rappresentata dal presidente Alberto Stefani, dall’assessore alla Sanità Gino Gerosa e dal direttore dell’area Sanità e Sociale Giancarlo Ruscitti – e i sindacati dei medici di medicina generale. La firma effettiva dell’accordo è prevista per venerdì 19.
L’accordo, si legge nel comunicato diramato dalla Regione, prevede che i medici di medicina generale convenzionati garantiscano la presenza nelle case di comunità dal lunedì al venerdì, nella fascia oraria compresa tra le 8 e le 20, attraverso una turnazione che assicurerà la copertura del servizio, ferma restando l’attività della continuità assistenziale nelle restanti fasce orarie. Le ore garantite su base volontaria sarebbero minimo quattro a settimana, con flessibilità fino a 6-10 ore aggiuntive: il modello è quindi quello proposto da alcune categorie professionali in vista del rinnovo della convenzione, prospettando un monte ore variabile a seconda del numero di assistiti in carico al singolo medico.
Per quanto riguarda invece i medici operanti a regime orario, l’intesa conferma il loro impiego nelle case di comunità per 38 ore settimanali, con una prevalente attività nelle ore notturne e nei fine settimana. Anch’essi potranno svolgere ulteriori attività fino a un massimo di 6-10 ore aggiuntive settimanali, remunerate a 60 euro lordi l’ora.
In tali fasce operative, i medici delle case di comunità potranno assistere non soltanto i propri pazienti, ma tutti i cittadini che accederanno alle strutture. Idealmente, quindi, tutti coloro che non hanno un bisogno di urgenza tale da richiedere il pronto soccorso, ma che per qualche motivo non possono accedere al proprio medico: ad esempio per problematiche trattabili in ambulatorio, ma che si presentano al di fuori dell’orario di apertura dello stesso, per ricette che non possono attendere il giorno successivo, persone che non hanno un medico di medicina generale assegnato a causa delle carenze che attualmente ci sono (caso che si presenta in particolare con le mancate sostituzioni di chi va in pensione) o perché si trovano fuori sede (come lavoratori o studenti).
«Con questa intesa – ha sottolineato l’assessore Gerosa – diamo piena concretezza a un progetto che rappresenta uno degli assi portanti della nostra sanità. Le case di comunità diventeranno luoghi realmente operativi e capaci di intercettare i bisogni assistenziali prima che si trasformino in emergenze e prima dell’accesso alle strutture ospedaliere. Puntiamo, oltre a ridurre gli accessi impropri ai pronto soccorso, a garantire una maggiore prossimità ai cittadini, soprattutto alle persone fragili e ai pazienti cronici. Ringraziamo i rappresentanti dei medici di medicina generale per l’approccio responsabile e per il dialogo che hanno sempre mantenuto con la Regione: insieme stiamo costruendo un modello organizzativo che mette al centro il cittadino e valorizza il ruolo dei professionisti sanitari».
«Il Veneto è laboratorio di buone pratiche oltre che modello di riferimento per l’intero Paese – ha dichiarato Stefani –. Fin dalla loro progettazione abbiamo sostenuto che le case di comunità dovevano diventare il punto di riferimento della medicina territoriale, il luogo in cui il cittadino trova assistenza e continuità di cura in modo diffuso. Abbiamo attivato una task force e ho voluto seguire personalmente l’accordo fino ad oggi, giorno per giorno. Scegliamo di investire nel territorio, riattivare il circuito delle visite domiciliari, aprire le porte della sanità al cittadino. Oggi dimostriamo che, quando ci sono responsabilità e volontà di collaborare, le soluzioni si trovano».
Dichiarazioni soddisfatte anche da parte dei medici di medicina generale, in particolare in merito al fatto di aver ottenuto le necessarie garanzie e chiarimenti sul modello organizzativo; pur rimarcando che questo accordo costituisce una prima fase, e che alcuni ulteriori dettagli andranno poi definiti.
In quanto agli altri professionisti che opereranno nelle case di comunità – dagli infermieri, agli psicologi, a vari specialisti – per ora è previsto l’impegno su base volontaria durante l’orario di servizio, o percependo lo stesso trattamento economico dei medici di medicina generale nel caso di regime di libera professione; mentre rimane ancora da definire l’accordo con i pediatri, con cui è previsto un incontro nel corso dell’estate. Il servizio ai più piccoli, dunque, è quello che al momento presenta i maggiori interrogativi.
Anche se il maggiore interrogativo rimane il prosieguo della riforma a livello nazionale; e come, a quel punto, si integrerà con quanto già portato avanti dalle singole Regioni. Ad ora si parla di un accordo che preveda sei ore settimanali in casa di comunità per i medici di medicina generale, e ore aggiuntive su base volontaria – quindi di fatto ore di straordinario – per i medici specialisti ospedalieri.
