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Italia > Segni

L’illusione della deterrenza, la Russia e il Metodo Rondine

di Carlo Cefaloni

- Fonte: Città Nuova

Carlo Cefaloni

Alla radice dell’esperienza della Cittadella della pace dove si cerca di capire come “attraversare il conflitto” senza esserne consumati. Intervista a Franco Vaccari

Proteste in Russia nel 2002 contro la guerra in Cecenia. ANSA-CD

Il Metodo Rondine, noto non solo nel mondo associativo ma anche a livello istituzionale, insegna a non avere paura del conflitto, per farne invece la base per la costruzione della pace. Rondine Cittadella della pace si trova in provincia di Arezzo ed è stata fondata dallo psicologo Franco Vaccari nell’ambito di quel particolare contesto culturale che contrassegna la radicalità del cattolicesimo sociale degli anni 70, da Turoldo a Carlo Carretto, e particolarmente vivo in Toscana: La Pira, Balducci, Nomadelfia, Milani, ecc.

Come è riportato nel sito di Rondine, l’idea della Cittadella parte dal 1988 quando Vaccari decide di aprire un canale di comunicazione con l’Unione Sovietica, attraverso Raissa Gorbačëva, allora presidente del Fondo sovietico per la cultura. I rapporti di fiducia creati in quel grande Paese attraversato da profondi cambiamenti lo condussero nel 1995 a gestire «una complessa mediazione di pace tra il governo russo e la secessionista Repubblica di Cecenia». Da questa esperienza è nata Rondine come risposta alla richiesta di poter creare un luogo dove formare alla costruzione della pace alcuni «giovani provenienti da Paesi dilaniati dalla guerra».


Il presidente Franco Vaccari con gli studenti della World House di Rondine Foto Rondine

Partiamo dalle origini. Il percorso di Rondine ha un legame molto stretto con la Russia. Come è nato questo rapporto e come ha vissuto il passaggio dalle grandi speranze dell’era Gorbaciov alla drammatica situazione attuale?

Siamo entrati in scena quando la disgregazione dell’Impero sovietico era ormai chiara. Ricordo il mio primo viaggio in Unione Sovietica con gli amici fiorentini, da Fioretta Mazei ad Arpioni, legati all’insegnamento di Giorgio La PiraGorbaciov era un segnale di speranza e di vero disgelo. Ma allo stesso tempo capimmo anche quanto quell’impero fosse fragile e sul punto di cadere. L’Occidente ha celebrato il 1989 come una vittoria definitiva, ignorando il sentimento di umiliazione che covava nelle pieghe della società russa.  La transizione dall’era di Gorbaciov — accolta con l’entusiasmo della glasnost e della perestroika — all’odierna logica della “fortezza assediata” non è stata un accidente della storia, ma il fallimento di un’egemonia culturale occidentale che ha scambiato la fragilità sovietica per una resa incondizionata. Senza un’adeguata “manutenzione” del dialogo, questa percezione di accerchiamento, alimentata da frustrazioni reali e presunte, ha trasformato la Russia in un attore che non vede altra via d’uscita se non il ricorso alla forza muscolare. Di fatto, il dialogo è saltato.

A proposito di questo stato di cose, che rischia di far precipitare l’Europa verso l’innesco di un conflitto mondiale, continua a fare scandalo ed essere censurata la frase di papa Francesco a proposito dell’ «abbaiare della NATO alle porte della Russia». Qual è la tua lettura nel merito?

Quella frase affonda in una verità, ma ne dice solo un pezzo. È un dato di fatto che ci sia stato un avanzamento della NATO e noi come Rondine, essendo presenti come attività di riconciliazione nel Caucaso, abbiamo visto cosa ha significato la crisi del 2008 in Georgia, segnata dall’invasione russa dell’Ossezia del Sud, avvenuta dopo che la Russia aveva già ripreso il controllo dell’Abkhazia sul Mar Nero. In quell’occasione, rimasi colpito dal vedere bandiere dell’Unione Europea esposte su tutti gli edifici pubblici. Alla mia domanda sul perché fossero lì, dato che le procedure di adesione non erano ancora iniziate, mi fu risposto: «Ma noi ci sentiamo già europei». La verità che porta alla guerra è sempre multidimensionale, ma l’espansione verso est è un fatto che ha alimentato il sentimento di minaccia e la logica dell’assedio in Russia, visto come una costante ripetuta nella storia, da Napoleone ad Hitler con l’apporto di Mussolini. Dopo il 2010 nel Donbass sono stati commessi errori anche da parte ucraina, come il divieto di parlare russo ai russofoni.

Spesso si usa il caso dell’Ucraina, che ha rinunciato al possesso delle armi nucleari, per giustificare la necessità della deterrenza armata. Vediamo infatti la corsa al riarmo con molti Paesi che sono ad “un giro di cacciavite” dal costruire la bomba nucleare. Tu, invece, con una serie di articoli su Avvenire e nel libro appena pubblicato da Ares Parole inquiete. Forza, difesa, deterrenza, armi, sostieni che la deterrenza sia una strada senza uscita. Perché?

Perché la deterrenza è un boomerang e non garantisce una vera pace. Quando Kiev rinunciò al terzo arsenale nucleare al mondo, compì un gesto di fiducia multilaterale senza precedenti. Tuttavia, il fallimento non risiede in quella scelta, ma nel successivo abbandono dei processi di pace, come gli Accordi di Minsk, l’unico binario diplomatico capace di gestire la complessità interna. Uscire dalla deterrenza non è un atto ingenuo, ma significa sostituirla con una vera difesa e presidiare i processi di pace. Il modello che dovremmo studiare è quello del Trentino-Alto Adige, un esempio di convivenza che era stato proposto anche per il Donbass prima che i nazionalismi e i sovranismi prendessero il sopravvento.

Parlando di difesa, hai affermato che non si può escludere in modo assoluto l’uso delle armi, anche se in maniera ridotta. In che modo?

Immaginiamo la difesa lunga un decimetro. Nove centimetri devono essere “difesa non armata”: costruzione di società solide, democrazia e difesa popolare nonviolenta. L’ultimo centimetro è quello delle armi, ma queste dovrebbero essere solo nelle mani di soggetti terzi, come una sorta di “polizia internazionale”. Il problema attuale è la mancanza di un’autorità terza autorevole (come un’ONU che funzioni), il che spinge i singoli stati a farsi giustizia da soli, mentre l’azione politica deve spingere per ripristinare il multilateralismo e la sicurezza condivisa.

Se la difesa armata è a volte necessaria, come si può riconoscere l’obiezione di coscienza oggi se non come un tradimento?

L’obiezione di coscienza va sempre salvaguardata e anche ripensata insieme alla forma della guerra. Oggi, la sfida si sposta sulle filiere tecnologiche: conosco ingegneri della Silicon Valley che rifiutano di convertire processi civili in applicazioni belliche. Questa scelta, come quella dei portuali che rifiutano di caricare le armi sulle navi, non è un disimpegno, ma una forma di difesa dei valori democratici. Nello scenario attuale in cui il furto di file digitali o la manipolazione dei prezzi energetici (come predetto da Kissinger nel suo scontro con l’OPEC) possono diventare casus belli, la coscienza individuale deve presidiare ogni snodo del sistema produttivo. L’obiezione non è solo il rifiuto di uccidere, ma il rifiuto di essere ingranaggi di una macchina che progetta lo sterminio. Una scelta che va sempre rispettata quando si è disposti a pagarne il prezzo.

Giovani in formazione presso Rondine Foto Rondine

Torniamo a Rondine. Perché ha questo nome? Come è nata l’idea della Cittadella e chi la abita oggi?

Il nome lo abbiamo trovato: era un borgo abbandonato che, con un gruppo di amici, chiedemmo al vescovo per farne una comunità dedicata al servizio dei poveri e della pace. Un’istanza comune in un periodo storico segnato dalla possibilità di poter cambiare il mondo. Oggi è una cosa un po’ diversa. Non siamo mai andati ad abitare quel luogo per farne una comunità stabile, ma quel borgo ospita la World House, con circa 30 giovani laureati provenienti da Paesi in guerra, e una classe di studenti del quarto anno di liceo con ragazzi provenienti da tutta Italia. Attraverso il Metodo Rondine, insegniamo a non avere paura del conflitto, ma a trasformarne l’energia per costruire pace.

Quali sono le radici personali del tuo impegno per la pace? 

Il mio ripudio della guerra nasce in casa. Mio padre, generale dell’esercito, catturato dagli inglesi durante il secondo conflitto mondiale, ha vissuto la prigionia in India per sei anni. Anche i miei zii erano militari e mi hanno sempre detto «Nessuno come noi ripudia la guerra, perché siamo i primi a morire». Questo senso della Costituzione mi è stato trasmesso direttamente dalle mani dei miei genitori. Per questo motivo a Rondine si insegna che il dialogo non è un esercizio per “anime belle” o un compromesso al ribasso. È, al contrario, la capacità di “attraversare il conflitto” senza esserne consumati, riconoscendo l’altro nella sua alterità radicale.

Franco Vaccari Foto Rondine

La prefazione al tuo libro sulla deterrenza è scritta dalla ex responsabile dei servizi segreti in Italia, Elisabetta Belloni, mentre a Rondine avete promosso l’incontro anche tra posizioni opposte, come il confronto tra il presidente di Leonardo, Macrì, la senatrice Craxi con il coordinatore nazionale di Pax Christi, De Lellis, e il direttore della Pastorale sociale della Cei, don Bignami. Perché?

Il vero pericolo che corrono le nostre democrazie è il “mutismo civico”. Quando la polarizzazione estrema cancella lo spazio del confronto, perdiamo letteralmente la capacità cognitiva di risolvere le divergenze senza violenza. Il dialogo deve essere inteso come una pratica istituzionale quotidiana, una lingua che se non viene parlata costantemente finisce per essere dimenticata, lasciando il campo alla pura prepotenza.

Hai avuto anche esperienze dirette in campo politico?

Non ho intrapreso una carriera politica attiva, ma ho sempre nutrito una grande passione per la politica intesa come “impegno per il cambiamento del mondo”, un sentimento maturato negli anni della mia giovinezza caratterizzati dal clima post-conciliare. L’unico vero atto di politica diretta è stata una mia candidatura alle elezioni europee che sapevo fin dall’inizio senza grandi possibilità di vittoria. Ma ho accetto la sfida rispondendo a chi mi diceva «Tu che parli tanto di Europa, sporcati le mani». È stata un’esperienza importante per le molteplici occasioni di incontro che la campagna elettorale riesce a suscitare.

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