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Italia > Segni

Roberto Loddo, la Sardegna e il mondo

a cura di Carlo Cefaloni

- Fonte: Città Nuova

Carlo Cefaloni

Un ricordo riconoscente al direttore de Il Manifesto sardo, per la dedizione intelligente e aperta alla costruzione di un mondo più giusto e libero dalla cultura della guerra

Provoca dolore e intima partecipazione la prematura scomparsa di Roberto Loddo, il direttore del periodico “Il Manifesto Sardo”, che ho avuto l’onore di incontrare grazie all’impegno comune nella liberazione della sua terra dall’economia di guerra con il sostegno al Comitato riconversione Rwm e la rete Warfree.

Una delle fragilità più grandi di qualsiasi realtà concretamente coinvolta nelle vertenze di ogni tipo, è quello di fermarsi all’ambito locale illudendosi di essere il centro del mondo invece di tessere reti e unire i puntini per capire la dimensione globale dei fenomeni ca comprendere in profondità coltivando la speranza di poter cambiare l’ingiusto “stato delle cose presenti”.

Roberto Loddo aveva una sana, consolidata, formazione internazionalista lontana da ogni chiusura di tipo etnico o nazionalista perché capace di valorizzare ogni cultura e tradizione in una visione solidale.

Riportiamo perciò il testo di un’intervista pubblicata sul Focus di Città Nuova “Sardegna isola di pace” che è di viva attualità. Pochi giorni prima della scomparsa di Roberto, è stato varato un piano urbanistico del Comune di Iglesias che permette alla multinazionale tedesca Rwm di ampliare l’area della fabbrica di armi. Associazioni e comitati faranno, come al solito, la loro parte per non soggiacere a tali scelte che rispondono a forti pressioni del governo italiano e della Commissione europea.

Nello sguardo sul mondo si percepisce spesso solo l’oscurità che avanza, ma come diceva lo storico March Bloch riprendendo una massima cinese, occorre saper distinguere il buio totale che sta alla base del faro che getta luce e speranza per i naviganti. Con questa consapevolezza che niente andrà perduto di ciò che si è vissuto secondo giustizia, riportiamo le parole di Roberto Loddo.

La Sardegna e il mondo

Intervista a Roberto Loddo, direttore de Il Manifesto sardo

Il Manifesto sardo è un periodico culturale espressione dell’associazione Luigi Pintor nata con l’intento di promuovere un’attività politico-culturale che si ispiri al pensiero di Pintor (trai fondatori del quotidiano nazionale Il Manifesto, ndr) e all’idea di società dove le relazioni tra gli uomini siano sorrette dai valori dell’uguaglianza, della solidarietà, della giustizia, con la messa al bando di ogni forma di sopraffazione, dalla guerra allo sfruttamento del lavoro.

Avete pubblicato il testo sulla “Sardegna e il mondo” a partire dalle pagine del vostro periodico. Che significa assumere uno sguardo planetario da questa isola?

Significa intercettare da questa isola delle disuguaglianze tutte le contraddizioni della globalizzazione in tutte le dimensioni della società. La violenza e la sopraffazione prodotte dal neoliberismo sui corpi delle persone sono simili in tutte le periferie del mondo e l’obiettivo del manifesto sardo è da sempre quello di costruire un nuovo modo di vivere, produrre e consumare. Il nuovo libro del fondatore del manifesto sardo Marco Ligas “Una storia. La Sardegna e il mondo negli scritti del Manifesto Sardo”, CUEC Editrice, fotografa quei meccanismi che originano l’esclusione sociale. Attraverso una raccolta dei suoi articoli questo libro parla dei dieci anni di pubblicazioni della piccola comunità politica del manifesto sardo, una voce collettiva che svolge un lavoro di ricerca su tutte le forme di disuguaglianza indicando soluzioni credibili e praticabili.

Chi decide sul territorio? Quali sono i gruppi di potere determinati a vostro parere?

È più facile comprendere chi non decide e chi non ha il potere rispetto a chi lo detiene. Le decisioni sul territorio non sono determinate da poteri occulti e misteriosi ma dagli strumenti che generano la partecipazione politica. E c’è qualcosa di sorprendente, spaventoso e preoccupante nella mutazione di questi strumenti, una mutazione dovuta (anche) a quei soggetti politici dell’egoismo populista che hanno agito (meglio di altri, certamente meglio della sinistra) il disagio, il dolore e la sofferenza di una terra sempre più martoriata anche a costo di alimentare la guerra sociale degli ultimi contro i penultimi. I migranti, le persone private della libertà, gli emarginati e tutti i perdenti della società sono i nuovi capri espiatori del nostro tempo.

Un parroco, a lungo direttore della Caritas iglesiente, nota giustamente che mantenere povera gran parte di una popolazione modesta come numero ( pochi più di un milione e mezzo, quasi la metà di Roma) risponde ad una certa strategia…

Non so se il mantenerci poveri sia frutto di una strategia, certamente parte della responsabilità di questo disastro è da indirizzare al modello di sviluppo fallimentare che la quasi totalità della classe politica dei governanti sardi mantiene immutato da sessanta anni. Tutte le energie impiegate nel riscatto sociale, dalle lotte sindacali all’elaborazione di piani di sviluppo del lavoro, sono orientate e piegate, ancora oggi, alle dannose e inquinanti esperienze dell’industrializzazione forzata.

È vero che il bel termine riconversione suona invece tragico per i lavoratori quando ad usarlo sono le aziende per giustificare tagli e demansionamenti. Quali politiche industriali vedi possibili con realismo in Sardegna e con quali risorse?

Ogni volta che parliamo di riconversione, e di quale modello di sviluppo economico alternativo sia possibile adottare per chiudere con il passato dell’industria petrolchimica (e di tutte le iniziative che hanno favorito attività estranee alle caratteristiche dei nostri territori, comprese le basi militari e la fabbrica di bombe Rwm), dobbiamo tenere bene a mente che parliamo di persone, lavoratrici e lavoratori che insieme alle loro famiglie non possono essere considerati numeri da spostare e trasformare con le parole. I risultati in termini di buona occupazione e sviluppo del territorio dell’attuale modello economico possono essere sintetizzati nel rigetto di un trapianto sbagliato, cioè quando il sistema immunitario di un paziente che è stato sottoposto a trapianto attacca il nuovo organo. Un rigetto, che non solo non ha risolto il problema occupazionale ma che ha danneggiato, in modo irreversibile, il paesaggio e l’ambiente. Prima di parlare di ciò che possiamo fare per cambiare la realtà che ci circonda, parliamo di ciò che siamo diventati con una forma di industrializzazione che non compete più con nessuno. Oggi siamo solo un’isola di vecchi, disoccupati e cassintegrati con un basso livello di istruzione e di conoscenza. Siamo l’isola che ha il più alto tasso di invecchiamento tra le regioni italiane e l’Europa accompagnato da uno dei più bassi indici di natalità. La riconversione non può rappresentare solo una formula retorica per voci minoritarie e inascoltate ma deve diventare la soluzione più credibile per un’isola in cui un giovane su due è senza lavoro e in cui un violento processo di spopolamento sta trasformando le zone interne in una landa desolata. Non è quindi preferibile pensare ad una riconversione del sistema industriale? Perché non immaginare strumenti in grado di garantire forme di reddito nella fase di passaggio della riconversione e favorire la produzione di energia attraverso l’uso delle fonti rinnovabili?

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