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Italia > Dibattiti

La guerra nel carteggio Ricchiuti Schlein

a cura di Carlo Cefaloni

- Fonte: Città Nuova

Carlo Cefaloni

Scambio di lettere su Avvenire tra il vescovo presidente di Pax Christi e la segretaria del Pd in un contesto profondamente mutato dalla storica corrispondenza nel 1976 tra Bettazzi e Berlinguer. La necessità di approfondire le ragioni profonde di un disagio

Esercitazione Joint Star 2023, Sardegna, 22 Maggio 2023. ANSA/GIUSEPPE LAMI.

Il quotidiano Avvenire ha assunto, dalla direzione di Marco Tarquinio in poi, un ruolo attivo, fuori dall’ingessatura istituzionale a cui lo costringerebbe il fatto di essere il giornale della Cei. Da ultimo si è prestato addirittura a fare da piattaforma di adesione al consenso alla proposta del professor Eugenio Mazzarella di riconoscere il Nobel della Pace ai bambini di Gaza e, prima ancora, ad accogliere e sostenere l’istanza per una festa della Repubblica liberata dai fasti militari.

Non sorprende perciò il fatto che la testata abbia accolto e rilanciato, come avveniva in altri tempi, la corrispondenza pubblica tra il vescovo Giovanni Ricchiuti, presidente del movimento cattolico Pax Christi, e la segretaria del Pd Elly Schlein.

È stato inevitabile in vari commenti il paragone con lo scambio di lettere avvenuto 50 anni addietro tra Luigi Bettazzi, vescovo di Ivrea e anch’egli presidente di Pax Christi, con l’allora segretario del Pci Enrico Berlinguer. Ma i tempi sono radicalmente diversi.

Innanzitutto, il Pd non è il successore diretto del Pci, anche se molte sedi sono rimaste le stesse, ma una realtà nata dal confluire di diverse culture politiche, in primo luogo la componente cattolico democratica. Il partito guidato da Berlinguer era radicato in larga parte nei ceti popolari e non solo, con una capacità attrattiva che nel 1976 ne faceva presagire il sorpasso elettorale sulla Dc.

Bettazzi pubblicò l’8 luglio 1976 sul giornale diocesano la sua lettera aperta a Berlinguer facendo esplicito riferimento al pericolo avvertito dal mondo cattolico verso l’avvento di un governo marxista repressivo, permeato da un radicato ateismo. Il timore cioè che ha alimentato quell’istintivo anticomunismo che è sopravvissuto in Italia alla fine del partito di ispirazione cristiana, dissoltosi poco dopo il crollo del blocco sovietico.

In realtà, fin dal dopoguerra il Pci ha avuto al proprio interno una significativa presenza di quadri intellettuali di formazione cattolico comunista, come ad esempio Franco Rodano o Franco Tatò, stretto collaboratore di Berlinguer. L’acuto e tagliente Fortebraccio che scriveva brevi e graffianti commenti su l’Unità non era altro che Mario Melloni, partigiano “bianco” e già direttore de Il Popolo, uscito dalla Dc in polemica con la scelta atlantista. Significativa era poi, in quegli anni, la presenza di pensatori cattolici nelle fila dei parlamentari della Sinistra indipendente, come ad esempio Raniero La Valle, ex direttore de Il Popolo e poi di Avvenire.

Berlinguer rispose alla lettera del presidente di Pax Christi dopo parecchio tempo, solo il 7 ottobre 1977, con un testo molto denso, intestato laicamente “Signor Vescovo”, che conteneva storiche citazioni come il discorso di Togliatti a Bergamo nel 1963 sulla auspicabile collaborazione tra masse cattoliche e comuniste senza pregiudiziali religiose e adesioni a testi ateistiche, rivendicando allo stesso tempo, la rigorosità dell’analisi marxista necessaria alla «causa della pace e dell’avvento al potere delle classi lavoratrici» per «costruire una società nuova».

Era evidente nella lettera di Berlinguer quella tensione escatologica che attrasse intere generazioni e che spinse ad esempio il segretario del Pci nel 1980 ad andare davanti ai cancelli della Fiat di Torino per sostenere i lavoratori in sciopero da 35 giorni, dichiarando la disponibilità del suo partito a sostenere anche l’occupazione della fabbrica.

Il Pd, invece, soffre da tempo di una non chiara identità, con diverse gestioni che lo hanno portato alla crisi finanziaria, solo quest’anno tutti i dipendenti sono usciti dalla cassa integrazione, e sulla soglia del 18% dei consensi espressi dalla metà dell’elettorato che si reca alle urne.

Schlein ha conquistato la segreteria nazionale del partito grazie al sistema delle primarie aperte ai non iscritti e attualmente le intenzioni di voto secondo i sondaggi collocano il Pd al 20%, contro FdI stabile al 26,5% dopo una crescita vertiginosa dal 2% raccolto nel 2013, al momento cioè della separazione da Berlusconi.

I numeri raccontano una progressiva egemonia nella società italiana della destra che, grazie alla stabilità del governo, occupa postazioni strategiche in ogni settore. Fratelli d’Italia si pone in diretta continuità con il Msi. Giorgia Meloni, come ha affermato in una recente intervista al New York Times, non condanna il fascismo ma cerca di storicizzarlo.

La lettera aperta del vescovo Ricchiuti è incentrata sulla questione del riarmo europeo, strettamente collegato con la questione della guerra in Ucraina che si trascina da prima del 2014, ma che ha avuto una svolta epocale con l’invasione russa del 24 febbraio 2022 e l’incapacità della diplomazia internazionale di fermare la strage che si consuma da oltre 4 anni, con il rischio costante di un’escalation incontrollabile.

In conformità con la linea espressa da Draghi, a capo di un governo unitario con l’eccezione di FdI, il Pd ha optato anche in Europa per il sostegno militare a Kiev, tralasciando ogni analisi sulle cause del precipitare degli eventi. All’interno del Pd è proprio la componente ex Dc, ad esempio l’ex ministro Guerini, a manifestare, assieme a storici esponenti dell’ex Pci come Piero Fassino, un europeismo indistinto dalla stretta fedeltà atlantista, che rigetta ogni critica sull’espansione della Nato verso Est. Poche voci dissidenti sono quelle dei cattolici Tarquinio, eletto nella lista dem in Europa come indipendente, e Paolo Ciani, che è segretario del piccolo partito Demos alleato del Pd.

Nella sua risposta al “reverendo arcivescovo” Ricchiuti, Elly Schlein ha confermato il sostegno in tutti i sensi all’Ucraina, assieme all’opposizione alla spesa del 5% del Pil in armi chiesto dalla Nato. Schlein si dichiara contro il riarmo che sta avvenendo a livello nazionale, senza cioè una politica estera e di difesa comune in Europa, che sarebbe invece possibile secondo la segretaria del Pd, con il superamento della regola dell’unanimità del consenso all’interno della Unione europea. Eppure, è proprio la coalizione dei “volenterosi”, dalla Francia alla Germania, che si sta muovendo nella direzione di impegnare alcuni Paesi su obiettivi comuni, come ad esempio lo schieramento di truppe in Ucraina.

Il piano di riarmo europeo, inoltre, è sempre più intrinsecamente connesso con l’industria bellica ucraina, che permette di testare le armi sul campo e ha sviluppato notevoli progressi nel settore dei droni. Il ministro della Difesa Crosetto ha, infatti, nominato come consulente il suo ex collega alla Difesa ucraina, Mykhailo Fedorov, per aiutare l’Italia ad «adattarsi alle tecnologie belliche moderne». Lo stesso Fedorov ha anche fondato una società in collaborazione con Palantir, l’azienda del visionario Peter Thiel, grande sostenitore del vicepresidente Usa J.D.Vance.

Esistono quindi ragioni e motivi validi per alimentare un serio dibattito nel merito oltre il cortese scambio di missive su Avvenire.

La lettera del vescovo Ricchiuti non può essere archiviata in fretta come istanza pacifista di una parte della Chiesa cosiddetta progressista, da affiancare ai settori conservatori e reazionari.

Quella richiesta di dialogo va letta come segnale di un disagio profondo di chi è portatore di una visione personalista della società, al centro della Costituzione, che non può tacere anche davanti a legislazioni bipartisan sul fine vita considerate come soluzioni affrettate prodotte dalla società dello scarto dei più deboli. Va intesa in questo senso la proposta di Renzo Pegoraro, vescovo presidente della Pontificia Accademia per la Vita, di destinare meno risorse alle armi e più fondi per le cure palliative da rendere obbligatorie, in modo da accompagnare con dignità, e senza accanimento terapeutico, la fase finale dell’esistenza segnata da malattie inguaribili ma non incurabili.

Come ha osservato acutamente il politologo Carlo Galli, con riferimento al dibattito emerso negli Usa sul superamento della deriva woke, la trasformazione del Pd in un partito dei diritti individuali ha finito per accettare le logiche del neoliberismo, avendo rinunciato ad una critica strutturale all’economia. I partiti della sinistra liberal non si pongono più l’obiettivo espresso da Berlinguer di un cambiamento della società a favore delle classi sfruttate e in tal modo perdono consensi.

Se quindi nel 1976 era l’ateismo al centro del dibattito, oggi la questione dirimente resta la possibilità o meno di opporsi al dogma del preteso realismo della guerra, senza essere classificati tra gli innocui e velleitari idealisti, o peggio, tra i pacifinti. Un discorso da continuare.

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