La possibilità di una predica, si sa, non si nega a nessuno. Nel bel film di Roberto Faenza del 2003, Il posto dell’anima, che narra lo scontro dei lavoratori contro una multinazionale, i dipendenti e i loro familiari applaudono il vescovo che porta loro sostegno e solidarietà, ma sanno in cuor loro che poco o nulla si potrà fare davanti ad un potere destinato ad imporsi.
Ancora più arduo appare oggi il successo dell’appello alla coscienza collettiva lanciato il primo maggio 2026 dal cardinale arcivescovo di Torino, Roberto Repole, davanti alla trasformazione progressiva dell’economia del territorio in assetto di guerra, auspicata dai vertici della Commissione europea e accolta come una grande opportunità dal mondo delle imprese del settore Difesa.
Può essere la realtà ecclesiale un luogo dove coltivare il fermento di una diversa politica industriale?
Il cattolicesimo sociale deve limitarsi a curare le ferite di un sistema ingiusto o può concorrere con altre realtà ad un cambiamento strutturale più forte delle suggestioni del Re Arm Eu e dei piani dell’ attuale direzione di Leonardo che coltiva un progetto ambizioso su Torino?
Ne abbiamo parlato con Alessandro Svaluto Ferro, direttore dell’Ufficio di pastorale sociale e del lavoro della diocesi torinese. Svaluto Ferro è un laico, giovane padre di famiglia, con una competenza maturata sul campo della cooperazione sociale. La pastorale sociale torinese ha organizzato per il 26 settembre un seminario dal titolo Se vuoi la pace, costruisci la pace, che è l’opposto al detto latino oggi molto in voga si vis pacem para bellum:
Di solito si immagina la Pastorale Sociale come un luogo in cui si fanno meditazioni sul lavoro, non come un soggetto che mette realmente in discussione gli assetti di potere e le scelte strategiche, per di più in una città complessa come Torino, ricca di gruppi di potere. Come avete organizzato il prossimo incontro in programma il 26 settembre? Quali sono gli obiettivi e come si sta sviluppando questo cammino?
Le finalità sono molteplici e strettamente interconnesse. La prima è certamente dare seguito alla riflessione lanciata dall’arcivescovo: uno dei cinque laboratori del seminario si concentrerà proprio su economia e disarmo, partendo dalla prospettiva del suo messaggio.
La seconda finalità è lavorare ad ampio spettro sul tema della pace, riprendendo le riflessioni della Chiesa universale e italiana, inclusa la presentazione della nota pastorale durante la mattinata.
La terza finalità è sollecitare l’intera comunità cristiana diocesana a ragionare sulla pace. Non è un compito affidato unicamente alla Pastorale Sociale; il nostro ruolo è renderci spazio e luogo di confronto insieme alle parrocchie, alle associazioni e ai movimenti. Non a caso, l’iniziativa è co-intestata insieme alla Consulta delle aggregazioni laicali. Vogliamo riprendere lo spunto di papa Leone che, un mese dopo la sua elezione, sollecitò i vescovi italiani affinché ogni comunità diventi una Casa della pace. Vogliamo calare tutto questo sul territorio torinese, toccando temi vicini come la conversione e riconversione dell’industria bellica nel suo ampio spettro.

Il cardinale e arcivescovo Roberto Repole presso il Duomo. Torino 15 dicembre 2024 ANSA/TINO ROMANO
Un percorso rivolto solo all’interno della comunità ecclesiale ?
No di certo. Vogliamo alimentare il dialogo con l’intera realtà laica e civile. Nei mesi scorsi abbiamo incontrato realtà istituzionali e laiche: la questione della pace non riguarda solo i cristiani, ma l’umanità intera, ed è un’occasione d’incontro su un consesso di valori condivisi. Certamente il messaggio del vescovo ha suscitato reazioni calde, e qualcuno che sente questo tema distante dalla propria prospettiva cerca oggi di negarlo o di far calare il silenzio per inibire il dibattito Questo seminario del 26 settembre vuole quindi raccogliere le riflessioni delle varie associazioni e costruire un percorso solido sul disarmo.
Entrando nel merito delle scelte concrete: ci troviamo in uno scenario del piano di riarmo deciso dai vertici europei e da realizzare entro il 2030 in previsione di uno scontro ritenuto ormai imminente con la Russia. Il Piemonte è un territorio molto significativo in questo senso, data la presenza del ministro Crosetto, la base di Cameri e i progetti di Leonardo. A che punto è la consapevolezza di tale complessità in ambito ecclesiale e civile? Quali sponde e alleanze avete trovato sul territorio?
Quest’estate abbiamo organizzato un primo incontro per raccogliere la ricchezza già presente sul territorio, sia laica che ecclesiale: realtà come il Sermig, il Centro Studi Sereno Regis, il coordinamento dei comuni per la pace, l’Azione Cattolica e molti altri. C’è stata una bellissima partecipazione e sono emerse idee che riprenderemo nel seminario.
Tuttavia, non dobbiamo dare per scontato che questi ragionamenti siano recepiti in modo automatico nella nostra stessa comunità cristiana. Esiste ancora una mentalità diffusa che immagina la pace solo come una “difesa responsiva” di fronte a un possibile attacco. Anche per questo abbiamo pensato a un laboratorio sulla comunicazione, apparentemente distante dal disarmo, ma essenziale per “disarmare il linguaggio” e far comprendere che la pace ha bisogno di altri presupposti culturali. Vogliamo connettere ed evitare la frammentazione delle tante esperienze positive già esistenti (come Sant’Egidio o le ACLI) per fare sistema.
In estate abbiamo anche sollecitato con successo le parrocchie a mobilitarsi a favore della proposta di legge per “un’altra difesa possibile”. C’è un forte bisogno di alimentare questa consapevolezza: anche prima del messaggio del vescovo, capitava che a margine degli incontri parrocchiali qualcuno mi dicesse “bello il tuo discorso, ma dobbiamo difenderci dagli attacchi che arriveranno”. Dobbiamo far capire che la pace non è un’utopia astratta, ma un disegno concreto, come richiamato anche da papa Leone nella sua visita in Africa.

Operai al lavoro nello stabilimento di Mirafiori, Torino , Torino, 25 novembre 2025 ANSA/ALESSANDRO DI MARCO
Dietro all’idea di riarmo, come sappiamo, non c’è solo un dibattito geopolitico, ma anche una questione legata all’occupazione …..
Certo, ma quando parliamo di occupazione non dobbiamo guardare solo alla quantità di posti di lavoro, ma a cosa quel lavoro effettivamente produce . Se produce distruzione e morte, dobbiamo porci degli interrogativi. Questa è stata proprio una delle provocazioni del nostro arcivescovo: non possiamo dare per scontato che la struttura dello sviluppo economico si basi sulla distruzione. Il recente messaggio per la giornata del Creato richiama esattamente questo: come possiamo pensare di basare il nostro sviluppo umiliando la terra e le persone che la abitano?
Pensando alla grande tradizione del cattolicesimo sociale torinese, dove si possono trovare oggi interlocutori per sostenere una politica industriale che entri nel merito delle scelte aziendali e non si limiti a un richiamo morale?
Lo sforzo auspicato da Repole è proprio quello di non sottrarsi al confronto, offrendo lo spazio ecclesiale come luogo di dibattito aperto per e tra le varie realtà sociali, produttive e industriali. Storicamente la Chiesa di Torino ha spesso agito su questo campo, cercando di far confrontare le diverse forze sul futuro della città. Oggi vediamo il tentativo di cercare scorciatoie comode e pericolose (come gli investimenti facili nel riarmo). Tuttavia, riscontriamo complessità e segnali positivi: diverse realtà di impresa hanno risposto bene al messaggio. Ci sono imprenditori che condividono questa visione e fanno scelte diverse: il nostro giornale diocesano ha raccontato la storia di un imprenditore che ha rifiutato commesse dall’industria bellica, avviando una riconversione aziendale. Anche il mondo agricolo ci sollecita chiedendo investimenti alternativi alle armi, così come il mondo cooperativo. L’obiettivo, a partire dalle criticità del nostro territorio (interessato dagli investimenti di “Rearm Europe” e dalle attività di grandi player industriali), è dare voce a chi produce un’economia diversa, che non risponda alle logiche di distruzione.
Anche l’UCID ha risposto immediatamente con una lettera all’arcivescovo. Stiamo ragionando insieme a loro nell’ambito del percorso attuale e portando avanti una riflessione interna per costruire iniziative comuni che vadano anche oltre il 26 settembre, partendo proprio dal mondo imprenditoriale e sindacale. Speriamo che si continui a parlarne, nonostante il tentativo di qualcuno di far calare il silenzio.
