Il caso Ranucci-Lavitola impone qualche riflessione ulteriore. Non ci interessa fare un processo, né ragguagliare fatti di cronaca e men che meno dare giudizi morali, ma segnalare un clima, che è politico, sociale, ideologico, che nell’insieme è un racconto dello stato dell’informazione oggi in Italia. La vicenda non è semplice, mostra una complessità che dovrebbe invitare alla prudenza. Innanzitutto, perché il giornalista in questione non è né indagato né imputato. Poi perché in ballo c’è il destino di una trasmissione molto apprezzata dal pubblico, il futuro di una redazione e di un modo di fare giornalismo.
Sebbene si possa capire l’animosità e il rancore di quella parte politica più volte colpita dalle inchieste di Report, resta, però, inaccettabile che un potere politico, specie se esprime una maggioranza di governo, possa demonizzare e attaccare un giornalista. Ancor più grave è che la seconda carica dello Stato, figura di garanzia per sua natura istituzionale, possa addirittura dare indicazioni sulla necessità di un cambio del conduttore. Siamo al di là del pur legittimo diritto di critica.
Non si comprende neppure la canea della stampa “filogovernativa” che rasenta la violazione del Codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti nel quale, all’articolo 1, si parla di «rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede». Non si tratta di nascondere i fatti o di edulcorarli, ma di adottare quella temperanza necessaria per dar conto in maniera corretta di una vicenda complicata, senza portarla oltre il proprio limite. L’articolo 24 del Codice, relativo alla cronaca giudiziaria, precisa che il giornalista «si adopera affinché risultino chiare le differenze tra documentazione e rappresentazione, tra cronaca e commento, tra indagato, imputato e condannato». Solo in questo modo si fa legittima informazione e si tutela la dignità di chi, al momento, è vittima.
Certo, le inchieste di Report hanno colpito duramente alcuni parlamentari ed esponenti del governo, ma la funzione del giornalismo d’inchiesta è quella di fare luce negli angoli oscuri del potere. Non a caso è scomodo, ma è necessario per la salute della democrazia. I Paesi più democratici sono anche quelli in cui la libertà di stampa è maggiormente tutelata. Lo rivela il World press freedom index, l’indice sulla libertà di stampa messo a punto da Report senza frontiere. Nel 2026 l’Italia ha perso ben 7 posizioni e addirittura 15 dal 2023. Un dato assai inquietante che, alla luce di quello che accade a Ranucci, deve far riflettere sugli esiti delle pressioni politiche sull’informazione nel nostro Paese.