Teresa ed io siamo sposati da 58 anni e viviamo sereni in una cittadina del nord Italia. Un problema di salute, impegnativo ma relativamente ordinario, si è trasformato in un calvario durato un anno, e in un’avventura che non ci saremmo mai aspettati: una valvola cardiaca che non funziona e un intervento di sostituzione valvolare. Successive complicanze gravi ed un reintervento in extremis mi hanno portato a vivere la concreta prospettiva di dover perdere Teresa.
Dopo il primo intervento, infatti, Teresa non stava bene, anche se ai medici sulle prime sembrava che tutto fosse in ordine. In qualche settimana la situazione si aggravava e si palesavano i segni di una endocardite infettiva.
Abbiamo vissuto un anno di prove che sembrava senza uscita perché superato un problema ne compariva un altro. Due mesi di ricovero fra un reparto e un altro, tra un ospedale e un altro ancora. Dal reparto di medicina Teresa passa al reparto di cure intensive, e dal nostro ospedale viene trasferta alla cardiochirurgia di un ospedale regionale in attesa di un reintervento.
Il mio animo era abbattuto, e la prospettiva di doverla perdere si faceva sempre più concreta. Non sentivo più la vitalità di essere due persone distinte ma un cuore solo con lei davanti a Dio. La presenza di Teresa mi aveva sempre dato questa certezza, ma ora non la sentivo più.
Se qualcosa siamo riusciti a fare nella vita è sempre stato grazie a questa “magica unità” tra noi. Ma ora Teresa stava lottando con l’endocardite, che tramite il sistema circolatorio stava cominciando a diffondere i danni in tutti gli organi. Chiedemmo al cardiochirurgo se il caso fosse molto grave e la laconica risposta ci spiazzò: «Di più…», ci disse preoccupato. Cademmo insieme nella disperazione.
Sentii svanire ogni risorsa umana: mi rimanevano solo la fede e la speranza. Chiedevo spesso a Dio un miracolo, ma non riuscivo a vederlo. Mi ripetevo che quel che stavamo vivendo era proprio parte del dolore di Gesù che muore in croce. Cercavo di offrire ogni dolore a Lui, eppure il dolore non si affievoliva.
Stavo vicino a Teresa in ogni momento in cui mi era permesso di rimanere in ospedale, e abbiamo avuto l’occasione di profonde e belle comunioni d’anima. Quando lei mi chiedeva il perché di tutto questo non avevo una risposta esauriente, e insieme nel buio dicevamo il nostro “Sì” a Dio.
Avevo coinvolto nella preghiera familiari e amici, sia vicini che lontani: anche un monastero di suore di clausura pregava per Teresa. Nella cappella dell’ospedale, che frequentavamo, il sacerdote durante la messa invitava i presenti a pregare per la guarigione di mia moglie. Persino amici non praticanti ci assicuravano preghiere; una di loro andò in chiesa ad accendere un cero.
Spesso invocavo l’intercessione anche di tutti in nostri amici passati alla vita eterna, e della beata Chiara Luce Badano, la cui immagine era affissa in cappella. L’unità era tanta, le preghiere di tutti ci facevano sentire famiglia; avevamo la sensazione d’essere sostenuti da una schiera d’angeli. Sentivamo che, quando il dolore è condiviso, la croce è più sopportabile. Scoprimmo la naturalezza di fidarci e di affidarci a Dio.
Giunse il giorno dell’intervento a cuore aperto, la situazione era così grave che il chirurgo ci disse con franchezza: «Io farò tutto il possibile, ma non posso garantirvi niente». Lì il mio cuore sembrava non reggere, e mi rivolsi a Dio con tutta la fede dell’anima. Col cuore mi abbandonai, aggrappato alla croce dove Lui era appeso, crocifisso, e con tutte le forze dissi: «Io da qui non mi muoverò», e mi parve che mi accogliesse. Fisicamente ero come uno zombie, ma dovevo tenere duro: c’erano i figli, la nuora, la nipote; non potevo lasciarmi andare alla disperazione.
Pregai con tutte le forze; dal cuore mi uscivano le parole di una nota preghiera di Charles de Foucauld che io conosco attraverso i versi di una canzone del Gen Rosso. E in cuore ripetevo quei versi: «Padre mio mi abbandono a Te, di me fa’ quello che ti piace». «Grazie di ciò che fai per me, spero solamente in Te…». «Perché si compia il tuo volere, niente desidero di più che fare quello che vuoi Tu». «Dammi che ti riconosca, dammi che ti resti accanto, dammi d’essere l’Amore». Questa era la mia meditazione, ripetuta più volte al giorno; sentivo una profonda unione con Dio. Il cuore piangeva, ma l’anima con tutta la sua forza Lo invocava.
Il decorso postoperatorio fu lungo; Teresa sentì con convinzione il desiderio del sacramento dell’Unzione degli infermi, che ricevette con fede profondissima in un momento di grande solennità per lei e per me.
Dopo due mesi di ospedale, finalmente, il ritorno a casa: Teresa era molto debole, ma era nutrita giorno per giorno anche dall’Eucarestia. La ripresa, seppure lenta, fu progressiva.
L’avventura è stata dura, ma abbiamo sperimentato che Dio non ci ha lasciato mai soli. Possiamo testimoniare che, seppure in un dolore molto profondo, Dio non si è lasciato vincere in generosità.
Dopo due mesi, alla visita di controllo, il cardiochirurgo, a sorpresa, rivolto a Teresa, disse: «Lo sa, signora, che lei è stata miracolata?». Ora, ad un anno di distanza, Teresa sta bene e viviamo momento per momento, ringraziando Dio e i fratelli.
Abbiamo narrato questa nostra storia col cuore pieno di gratitudine a Dio, non solo per il “miracolo” della guarigione, ma anche per tutto l’amore che c’è stato, anche quando il dolore bussava più forte e si faceva più schiacciante.
Se è importante chiedere nel bisogno, ci pare altrettanto importante ringraziare. Il Vangelo narra che Gesù, entrando in un villaggio della Galilea, guarì dieci lebbrosi, ma solo uno tornò a ringraziare (Luca 17:11-19). Noi vogliamo essere come il lebbroso del Vangelo di Luca che, pieno di gratitudine, non dimenticò di tornare a ringraziare Gesù per la sua guarigione.
M.B.
