Le ondate di caldo sempre più intense che colpiscono l’Europa, il Mediterraneo e vaste aree del pianeta non possono più essere considerate estati eccezionali. Sono una manifestazione evidente di un’emergenza climatica mondiale già in corso. Siccità, incendi, temperature estreme e riscaldamento dei mari dimostrano che non stiamo parlando di un problema futuro.
Nell’accelerazione del cambiamento climatico merita particolare attenzione il metano e la contemporanea enorme espansione dell’estrazione di petrolio e gas mediante fracking: negli Stati Uniti questa tecnologia ha avuto uno sviluppo straordinario, moltiplicando pozzi e infrastrutture e trasformando il Paese in uno dei maggiori produttori mondiali di idrocarburi. Oggi una forte espansione è in corso anche in Argentina, nel bacino di Vaca Muerta.
Il fracking comporta emissioni di metano nelle fasi di perforazione, estrazione, trattamento e trasporto, difficili da individuare e controllare. Il metano è un gas serra molto più potente della CO₂ nel breve periodo: ridurne rapidamente le emissioni è quindi uno degli strumenti più immediati per frenare il riscaldamento. Se una tecnica estrattiva determina dispersioni che non siamo in grado di controllare, non basta intervenire sulle perdite facilmente identificabili: è la tecnica stessa che deve essere messa in discussione.
Siamo di fronte a un’emergenza mondiale e dobbiamo affrontarla insieme. Ma la dimensione globale non può diventare un alibi per aspettare gli altri. L’azione internazionale è la somma delle azioni dei singoli Paesi. Ogni nazione deve intervenire subito su ciò che può controllare e contemporaneamente contribuire a una strategia mondiale.
Per l’Italia una priorità deve essere liberarsi rapidamente dalla dipendenza dal gas naturale. È legittimo discutere del nucleare, ma bisogna essere realistici sui tempi. Anche decidendo oggi di costruire nuove centrali, sarebbero necessari molti anni per legislazione, localizzazioni, autorizzazioni, progettazione e costruzione. L’emergenza richiede invece risultati nei prossimi due-cinque anni.
Il primo grande intervento dovrebbe riguardare l’eolico, compreso quello offshore. In Italia molti ostacoli non sono tecnologici, ma burocratici e politici. La tutela del paesaggio è importante, ma deve essere confrontata con il costo dell’alternativa, il continuare a bruciare combustibili fossili.
Il caso della Sardegna è emblematico. È giusto proteggere un patrimonio paesaggistico, ma non è razionale considerare l’impatto visivo di una turbina senza confrontarlo con il danno prodotto dal mancato abbandono delle fonti fossili. Un impianto eolico può essere smontato e il territorio ripristinato; i gas serra accumulati nell’atmosfera producono conseguenze molto più durature. La tutela dell’ambiente deve comprendere anche il danno provocato dal non fare. Occorre quindi semplificare drasticamente le autorizzazioni e imporre tempi certi alle decisioni amministrative.
Eolico e fotovoltaico pongono però il problema della discontinuità. La loro espansione deve essere accompagnata da un grande piano per l’accumulo. Oltre alle batterie, l’Italia dovrebbe valorizzare bacini idroelettrici e sistemi di pompaggio: quando c’è energia in eccesso l’acqua viene pompata verso un bacino superiore, per essere poi utilizzata per produrre elettricità quando sole e vento non bastano. Parallelamente bisogna accelerare il fotovoltaico sui tetti, nei parcheggi, nelle aree industriali e, dove opportuno, sul territorio.
Non basta però produrre energia diversamente: bisogna consumarne meno. Una parte rilevante dell’energia italiana serve a riscaldare e raffreddare edifici inefficienti. Occorre un programma nazionale obbligatorio di riqualificazione energetica che porti progressivamente il patrimonio immobiliare verso la classe A.
Il costo dovrebbe essere principalmente a carico dei proprietari. Lo Stato dovrebbe fornire prestiti agevolati, ad esempio decennali, con sostegni specifici per chi non dispone delle risorse necessarie. Il proprietario restituirebbe l’investimento nel tempo beneficiando della riduzione dei consumi, senza ripetere sistemi di sovvenzione generalizzata troppo onerosi per lo Stato.
Un’altra azione deve riguardare il gas importato. L’Italia, preferibilmente insieme all’Unione europea, dovrebbe introdurre un dazio climatico basato sulle emissioni dell’intera filiera, con particolare severità verso il gas ottenuto mediante fracking e altre produzioni con elevate dispersioni di metano. Per le filiere maggiormente emissive il dazio dovrebbe raggiungere il 50%. Non è accettabile ridurre le emissioni in Europa importando gas prodotto altrove con processi che aggravano il problema climatico.
Ma l’azione nazionale ed europea non basta. L’Italia dovrebbe promuovere presso l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite un programma straordinario contro il riscaldamento globale, con obiettivi concreti, scadenze e verifiche periodiche.
Il metano dovrebbe essere uno dei primi obiettivi. L’Onu dovrebbe affermare che il rilascio intenzionale o evitabile di quantità significative di metano costituisce un grave illecito ambientale e, nei casi più gravi, un crimine ambientale. Ma occorre andare oltre: quando una tecnica di estrazione provoca emissioni significative che non possono essere adeguatamente misurate, recuperate e controllate, deve essere la tecnica stessa a essere vietata.
Non si può sostenere che un’emissione sia accettabile perché è impossibile evitarla continuando a utilizzare il processo che la genera. Se il processo non permette di rispettare limiti climaticamente compatibili, deve essere sostituito. Questo principio deve valere anche per il fracking.
Le aziende petrolifere, del gas, del carbone e della gestione dei rifiuti dovrebbero essere obbligate a misurare le emissioni, riparare le perdite ed eliminare lo scarico volontario di metano. I controlli dovrebbero comprendere rilevazioni indipendenti, anche aeree e satellitari, senza affidarsi esclusivamente ai dati delle aziende.
Il principio è quello già applicato all’SO₂ e ad altri inquinanti industriali: quando un’emissione è riconosciuta come gravemente dannosa si impongono tecnologie di abbattimento e limiti severi. Se una tecnologia non permette di rispettarli, deve essere sostituita.
Il rilascio deliberato di metano, l’occultamento delle emissioni o l’impiego consapevole di tecniche che producano dispersioni incontrollabili dovrebbero comportare severe sanzioni e responsabilità penali per crimine ambientale.
L’Onu dovrebbe inoltre promuovere penalizzazioni commerciali per petrolio e gas prodotti con tecniche incompatibili con questi standard. Deve diventare economicamente più conveniente recuperare il metano che disperderlo. I Paesi industrializzati dovrebbero aiutare quelli più poveri nella transizione, fornendo tecnologie e finanziamenti.
Se definiamo il cambiamento climatico un’emergenza, dobbiamo comportarci di conseguenza. Nessun Paese può risolverlo da solo, ma nessun Paese può usare questo fatto come giustificazione per non agire. L’azione mondiale esiste soltanto se ogni nazione fa immediatamente la propria parte.
Le tecnologie fondamentali sono già disponibili. Quello che manca non è una soluzione miracolosa, ma la decisione politica di trattare questa situazione per quello che è: un’emergenza mondiale ancora affrontabile, a condizione di agire adesso.
