Il cambiamento climatico non colpisce tutti allo stesso modo. In un mondo segnato da profonde disuguaglianze, gli eventi estremi non fanno altro che rendere più visibili ingiustizie che esistevano già.
Per molti anni la crisi climatica è stata descritta quasi esclusivamente come una questione ambientale, legata all’aumento della temperatura media del pianeta, allo scioglimento dei ghiacciai, all’innalzamento del livello dei mari o alla perdita della biodiversità.
Sebbene questi fenomeni siano reali e allarmanti, questa narrazione nasconde una dimensione altrettanto decisiva: l’emergenza climatica è anche una crisi sociale, economica ed etica. I suoi effetti non si distribuiscono in modo uniforme. Al contrario, gravano soprattutto su coloro che, storicamente, hanno avuto minore accesso al reddito, alle infrastrutture, ai servizi igienico-sanitari, alla salute, all’istruzione e alla partecipazione politica.
Questa realtà si manifesta in ogni parte del mondo. Mentre i piccoli Stati insulari del Pacifico vedono minacciata la propria stessa esistenza dall’innalzamento del livello del mare, le popolazioni del Sahel africano affrontano siccità sempre più lunghe e una crescente insicurezza alimentare.
Allo stesso tempo, grandi metropoli del Nord America, dell’Europa, dell’Asia e dell’America Latina registrano un aumento delle ondate di calore, delle alluvioni e dell’inquinamento atmosferico, fenomeni che colpiscono soprattutto le periferie urbane e le comunità socialmente più fragili.
È in questo contesto che acquista sempre maggiore rilevanza il concetto di razzismo ambientale.
Più che un’espressione di denuncia, il razzismo ambientale rappresenta una categoria di analisi che mette in luce come determinati gruppi sociali siano sistematicamente esposti ai maggiori rischi ambientali e climatici. In molti Paesi questa condizione riguarda comunità afrodiscendenti, popoli indigeni, popolazioni tradizionali, minoranze etniche, migranti, abitanti delle periferie urbane e altri gruppi storicamente emarginati.
In altre parole, mentre alcuni vivono in quartieri ricchi di verde, protetti da parchi urbani, efficienti sistemi di drenaggio e infrastrutture resilienti, milioni di persone convivono quotidianamente con alluvioni, frane, ondate di calore estremo, inquinamento industriale, scarsità di acqua potabile e precarietà abitativa. È come se esistesse un grande “condizionatore della disuguaglianza”: alcuni riescono ad attenuare gli effetti del riscaldamento globale, mentre altri rimangono completamente esposti alle sue conseguenze.
Il clima non è mai stato democratico
Si dice spesso che la natura non faccia distinzione tra ricchi e poveri. Eppure, sono le società umane a crearla.
Uno stesso evento meteorologico può produrre conseguenze completamente diverse a seconda del luogo in cui si verifica. In città come New York, Mumbai, Lagos, San Paolo o Giacarta, i quartieri dotati di infrastrutture adeguate riescono a rispondere più efficacemente agli eventi estremi. Le comunità che vivono sui pendii instabili, nelle pianure alluvionali o lungo le coste vulnerabili subiscono invece perdite materiali, sfollamenti forzati e, troppo spesso, la perdita del bene più prezioso: la vita.
Lo stesso vale per le ondate di calore. Le famiglie con maggiori disponibilità economiche dispongono generalmente di climatizzazione, isolamento termico, aree verdi e un accesso più rapido ai servizi sanitari. Al contrario, milioni di persone vivono in quartieri densamente edificati, con scarsa vegetazione, vaste superfici asfaltate e infrastrutture insufficienti. In questi contesti, le cosiddette “isole di calore urbane” fanno aumentare sensibilmente le temperature, provocando un incremento dei casi di disidratazione, delle malattie cardiovascolari e dei disturbi respiratori.
Il cambiamento climatico, dunque, non crea le disuguaglianze. Le rende semplicemente più profonde e più evidenti.
Il razzismo ambientale come fenomeno strutturale
L’espressione “razzismo ambientale” nacque negli Stati Uniti negli anni Ottanta grazie alle denunce di Benjamin Franklin Chavis Jr. e dei movimenti per la giustizia ambientale. Le loro ricerche mostrarono come discariche di rifiuti tossici e impianti altamente inquinanti fossero sistematicamente localizzati in quartieri abitati da comunità afroamericane e da popolazioni a basso reddito, esponendole in misura sproporzionata ai rischi ambientali e sanitari.
Da allora numerosi studi, condotti in diversi continenti, hanno dimostrato che questa dinamica continua a ripetersi. Negli Stati Uniti le comunità afroamericane e latinoamericane restano maggiormente esposte all’inquinamento industriale.
In Canada e in Australia molti popoli indigeni subiscono gli effetti dell’estrazione mineraria, dello sfruttamento petrolifero e delle grandi opere infrastrutturali. In Africa, territori ricchi di risorse naturali convivono con gravi forme di degrado ambientale e conflitti territoriali. In numerose città europee, quartieri abitati da migranti e famiglie a basso reddito risultano più vulnerabili alle ondate di calore e all’inquinamento atmosferico.
Anche in America Latina questa realtà è particolarmente evidente. Miniere, raffinerie, poli petrolchimici, grandi dighe, discariche e complessi industriali vengono frequentemente localizzati in aree occupate da comunità con minore capacità di incidere sulle decisioni politiche ed economiche. Popoli indigeni, comunità quilombolas, popolazioni rivierasche, pescatori artigianali e abitanti delle periferie urbane convivono spesso con i più elevati livelli di rischio ambientale.
Questa distribuzione diseguale dell’inquinamento non è casuale. È il risultato di scelte urbanistiche, politiche pubbliche, interessi economici e processi storici che concentrano benefici in alcuni territori e trasferiscono i rischi su altri.
Quando comunità indigene perdono le proprie terre a causa di grandi progetti minerari, quando pescatori artigianali devono convivere con ripetuti sversamenti di petrolio, quando popolazioni tradizionali vengono colpite dalle grandi dighe o quando interi quartieri periferici restano esposti alla contaminazione industriale, ci troviamo di fronte alla medesima forma di ingiustizia ambientale istituzionalizzata.
Chi inquina di meno è chi soffre di più
La crisi climatica contemporanea è attraversata da una profonda contraddizione.
Le popolazioni più vulnerabili sono proprio quelle che contribuiscono meno al riscaldamento globale.
Molti popoli indigeni, comunità tradizionali, piccoli agricoltori e Stati insulari producono emissioni di carbonio nettamente inferiori rispetto alle economie altamente industrializzate. Eppure sono proprio loro ad affrontare alcuni degli effetti più drammatici del cambiamento climatico: siccità prolungate, innalzamento del livello del mare, erosione costiera, insicurezza alimentare, riduzione delle risorse ittiche, perdita di biodiversità e migrazioni forzate.
Lo stesso fenomeno si osserva nelle grandi città. Chi utilizza prevalentemente i mezzi pubblici, consuma meno energia e produce meno rifiuti vive spesso nei pressi di corsi d’acqua inquinati, in aree soggette ad alluvioni o in quartieri con una scarsa presenza di spazi verdi.
L’ingiustizia climatica si manifesta proprio in questo paradosso: coloro che hanno contribuito meno alla crisi climatica sono spesso quelli che ne pagano il prezzo più alto.
Che fare? In un seguente articolo i segnali di speranza che nascono dall’autoroganizzazione dei territori
