Nel 1987, il Costa Rica viveva il culmine di una silenziosa crisi ambientale. La copertura forestale del Paese si era ridotta ad appena il 21% del territorio, vittima di decenni di espansione agricola e zootecnica incontrollata. 35 anni dopo, lo stesso Paese che sembrava avviarsi verso un disastro ecologico vantava il 57% del proprio territorio coperto da foreste, una trasformazione che ha collocato questa nazione centroamericana al centro del dibattito globale sullo sviluppo sostenibile.
Che cosa è cambiato?
La risposta, secondo esperti e organizzazioni internazionali, risiede in una scelta ambiziosa: trasformare la foresta in piedi in una risorsa economica più preziosa della foresta abbattuta. Il meccanismo scelto dal governo costaricano è stato il Pagamento per i Servizi Ambientali (Psa), creato nel 1997 e gestito dal Fondo Nazionale per il Finanziamento Forestale (Fondo Nacional de Financiamiento Forestal – Fonafifo).
La logica del pagamento per i servizi ambientali
Il principio è semplice e, allo stesso tempo, rivoluzionario: proprietari rurali e comunità hanno iniziato a ricevere incentivi finanziari per la conservazione e il recupero delle foreste. Non per elargire sovvenzioni, ma perché una foresta in piedi fornisce servizi ambientali misurabili, come il sequestro del carbonio, la protezione delle sorgenti d’acqua, la conservazione della biodiversità e il valore paesaggistico per l’ecoturismo. La legge forestale costaricana (n. 7575/1996) ha riconosciuto formalmente questi 4 servizi e ha creato le basi affinché il Paese potesse remunerare chi contribuisce alla loro conservazione. «L’esperienza del Costa Rica dimostra che è possibile conciliare lo sviluppo economico con il mantenimento della copertura forestale», ha dichiarato Gilmar Navarrete Chacón, direttore esecutivo del Fonafifo, durante un panel alla COP30, nel novembre 2025. «Il nostro successo risiede nella solidità della struttura giuridica, nella diversificazione delle fonti di finanziamento e nel riconoscimento del valore dei servizi ecosistemici per l’intera società».
Finanziamenti innovativi e risultati concreti
Fino al 2008, la maggior parte delle risorse del Fonafifo proveniva da una tassa del 3,5% sulle vendite di combustibili fossili, che rappresentava circa 10 milioni di dollari all’anno. In altre parole, una parte delle entrate generate dalle attività inquinanti veniva utilizzata per finanziare la conservazione. Il modello è stato successivamente integrato con prestiti della Banca Mondiale, donazioni del Fondo Globale per l’Ambiente e finanziamenti dell’agenzia tedesca KfW. I numeri parlano da soli. Tra il 1997 e il 2003, il programma non solo ha contribuito a frenare la deforestazione, ma ha anche favorito un’espansione netta delle aree forestali. Parallelamente, l’Indice di Sviluppo Umano (Isu) del Paese è passato dallo 0,665 del 1990, classificato come medio, allo 0,801 del 2016, classificato come molto alto. Nel frattempo, le entrate derivanti dall’ecoturismo hanno superato quelle generate da colture tradizionali come l’ananas e la banana.
Il riconoscimento internazionale è arrivato nel 2019, quando il Costa Rica ha ricevuto il premio Champions of the Earth, assegnato dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, nella categoria della leadership politica. Il premio non riguardava solo il Psa, ma anche l’ambizioso Piano Nazionale di Decarbonizzazione, che prevede il raggiungimento di emissioni nette pari a zero entro il 2050, in un Paese in cui il 98% dell’energia proviene già da fonti rinnovabili.
Il modello si diffonde nel mondo
L’esperienza costaricana ha ispirato iniziative in altri continenti, soprattutto in Africa e in Asia, dove ecosistemi altrettanto minacciati hanno iniziato a essere protetti secondo lo stesso principio: la natura conservata genera valore. Nell’Africa orientale, il Kenya ha sviluppato un innovativo programma di “affitto della fauna selvatica”. I pastori Masai, che tradizionalmente convivono con la fauna locale, ricevono incentivi finanziari in cambio del mantenimento delle loro terre aperte al libero movimento degli animali selvatici. Circa 357 famiglie nella regione di Kitengela hanno destinato 16.800 ettari di terreni privati al programma, ricevendo circa 900 scellini per acro all’anno. Il modello, che mira a preservare le rotte migratorie legate al Parco Nazionale di Nairobi, dimostra come le comunità tradizionali possano diventare alleate della conservazione, anziché essere considerate ostacoli. In Uganda, il programma Trees for Global Benefits (TGB) remunera gli agricoltori per la piantumazione di alberi destinati a compensare le emissioni di carbonio. L’iniziativa, che coinvolge già circa 400 produttori in 4 villaggi, è finanziata attraverso la vendita di crediti di carbonio a compratori internazionali.
Il modello è in fase di espansione nel nord del Paese, dove un nuovo progetto prevede la conservazione di 65.000 ettari di foresta naturale e la piantumazione di 6 milioni di alberi autoctoni, con contratti di 25 anni basati sui pagamenti per servizi ambientali. Anche la Tanzania sta avanzando in questa direzione. Studi condotti nei corridoi ecologici del Paese stanno valutando l’implementazione di programmi di Psa per contenere l’espansione agricola nelle aree ad alta sensibilità ambientale. Le ricerche indicano che, sebbene i costi sostenuti dalle comunità possano superare i benefici immediati, il vantaggio per la società nel suo complesso, rappresentata dal governo, può giustificare l’adozione di meccanismi di compensazione per gli agricoltori. A Zanzibar, le comunità locali beneficiano della conservazione del Parco Nazionale di Jozani Chwaka Bay attraverso accordi che condividono i benefici economici del parco con i nove villaggi circostanti.
Il Ruanda ha avviato nel 2024 un progetto pilota di Psa nel bacino idrografico di Giciye, nella Provincia Occidentale, con il sostegno dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (Iucn) e del Rwanda Water Resources Board. Il programma mira ad affrontare problemi quali frane, erosione e deforestazione, remunerando le comunità per pratiche sostenibili di utilizzo del territorio e gestione delle risorse idriche. Nel bacino del Congo, considerato il secondo “polmone del pianeta”, la Wildlife Conservation Society (WCS) ha lanciato l’iniziativa HIFOR (High Integrity Forest Investment Initiative). Il meccanismo consente alle aree forestali ad alta integrità, che assorbono circa 1,8 miliardi di tonnellate di CO₂ all’anno, di generare certificati sottoposti a verifiche indipendenti. La vendita di questi certificati genera entrate condivise tra governi nazionali, gestione dei parchi e comunità locali.
Il primo progetto pilota è stato avviato nel Parco Nazionale Nouabalé-Ndoki, nella Repubblica del Congo, un’area di 400.000 ettari che ospita popolazioni significative di elefanti delle foreste, gorilla e scimpanzé. Secondo Richard Malonga, direttore nazionale della WCS in Congo, un finanziamento stabile basato su innovazioni come HIFOR è essenziale per proteggere questo patrimonio dalla caccia illegale e dalla crescente deforestazione della regione. In Madagascar, il Ministero dell’Ambiente e dello Sviluppo Sostenibile, con il sostegno del WWF, sta sviluppando una strategia nazionale per i pagamenti per servizi ambientali. La regione di Menabe è stata identificata come una delle aree prioritarie, con particolare attenzione alla conservazione delle mangrovie. «Le mangrovie sono la nostra fonte di vita», ha affermato Laurent Alex, presidente di un’organizzazione comunitaria locale. «Proteggerle attraverso meccanismi come questo ci porterà molti vantaggi e rafforzerà ulteriormente il nostro impegno per una conservazione sostenibile».
Il progetto Tahiry Honko, nel sud-ovest del Paese, ha già dimostrato concretamente il potenziale del modello. Le comunità locali ricevono benefici dalla conservazione di 1.300 ettari di mangrovie, attraverso lo sviluppo di infrastrutture, la creazione di fonti alternative di reddito, come l’apicoltura, e il rafforzamento del ruolo delle donne, che oggi rappresentano il 30% del consiglio esecutivo dell’area marina gestita localmente. In Asia, le Isole Salomone offrono un altro esempio significativo. L’Associazione Tribale Padezaka, sull’isola di Choiseul, ha firmato un accordo trentennale di Pagamento per i Servizi Ambientali nell’ambito del Progetto di Conservazione della Foresta Tropicale di Babatana. L’accordo garantisce ritorni economici e assistenza tecnica alla comunità in cambio della protezione di una superficie compresa tra 6.800 e 9.800 ettari di foresta primaria, oggi registrata come Area Protetta.
Il progetto, certificato secondo lo standard Plan Vivo, è riconosciuto come un modello di conservazione forestale comunitaria nel Pacifico, combinando compensazione delle emissioni di carbonio, protezione della biodiversità e sviluppo sostenibile, oltre a rappresentare un’alternativa alle pratiche predatorie di sfruttamento illegale del legname.
Lezioni e limiti di un modello pionieristico
L’esperienza costaricana non è una favola priva di contraddizioni. Studi condotti in Costa Rica hanno evidenziato che, nei primi anni, i maggiori proprietari terrieri hanno beneficiato in modo sproporzionato del programma, limitandone il potenziale come strumento di riduzione della povertà rurale. Sono emerse anche critiche da parte di popolazioni indigene, secondo le quali il Psa avrebbe «trascurato i valori culturali, spirituali e sociali della foresta», trattando la natura come una semplice merce. Inoltre, il meccanismo non ha impedito che le foreste continuassero a essere minacciate da attività quali la monocoltura dell’ananas e il turismo su larga scala. Lo stesso successo dell’ecoturismo ha generato, paradossalmente, nuove pressioni su ecosistemi sensibili.
La stessa sfida si ripete in altre aree del mondo. In Kenya, gli specialisti sottolineano che gli importi pagati ai pastori sono ancora insufficienti rispetto ai sacrifici richiesti. In Tanzania, alcuni studi avvertono che, nelle comunità caratterizzate da forti valori biocentrici, il Psa può risultare economicamente inefficiente, poiché le persone conservano già la natura per convinzione e non necessariamente per ottenere un incentivo finanziario. Nonostante le critiche, il modello è ampiamente considerato un punto di riferimento. Durante la COP30, il Ministero dell’Ambiente brasiliano ha evidenziato il Psa come una «componente fondamentale della strategia di controllo della deforestazione e di promozione della sociobioeconomia», indicando il Progetto Floresta+Amazônia come un’iniziativa ispirata all’esperienza costaricana.
Un concetto che può essere ampliato
Il principio che ha guidato il Costa Rica — «la foresta non deve generare reddito soltanto quando viene abbattuta, ma anche quando viene conservata» — potrebbe essere applicato ad altri ecosistemi altrettanto minacciati. Mangrovie, foreste costiere, zone umide, barriere coralline e altri ecosistemi marini e costieri forniscono servizi ambientali altrettanto importanti quanto quelli delle foreste tropicali. La sfida, come dimostrano le esperienze del Costa Rica, del Kenya, della Tanzania, del Ruanda e delle Isole Salomone, consiste nel combinare l’efficacia ambientale con la giustizia sociale, garantendo che i benefici raggiungano effettivamente coloro che proteggono la natura.
Resta da capire se il mondo sia pronto a seguire questa strada e ad adattarla alle diverse realtà, dalla savana africana alle foreste tropicali del Pacifico. Il Costa Rica dà il buon esempio, ma occorrerebbe operare una “conversione ecologica dell’economia mondiale”: quando vai al supermercato, se la frutta biologica costa più di quella prodotta inquinando, la lascerai sullo scaffale. Il punto è: chi paga il danno ambientale generato dall’inquinamento? Se questo danno fosse incluso nel prezzo e non “esternalizzato”, la frutta biologica costerebbe meno, e allora la compreresti, per il bene tuo e del pianeta.
Il problema è che per la maggior parte dei decisori politici, ispirati dalle teorie economiche classiche, lo sviluppo coincide con la crescita del Pil. In un recente testo sullo sviluppo sostenibile, ad esempio, si legge: «Un’economia sostenibile potrebbe quindi essere definita succintamente come un sistema che continua a focalizzarsi sulla crescita e la massimizzazione del profitto tenendo conto di alcuni aspetti ecologici e sociali». Insomma, l’esaurimento delle risorse naturali o l’iniqua distribuzione dei beni non sembrano turbare troppo i sonni degli economisti mainstream che li definiscono “esternalità”, effetti non compensati di decisioni economiche, fastidiosi disturbi dei loro perfetti modelli. I più illuminati sperano nel “disaccoppiamento”, cioè che il Pil e la distruzione delle risorse smettano di crescere simultaneamente, grazie a scienza e tecnologia che permetterebbero di aumentare la produzione senza intaccare la natura. Purtroppo, come ammette candidamente il testo appena citato: «Ci sono pochissimi esempi di disaccoppiamento della crescita economica dal consumo di risorse». Inoltre, come abbiamo visto, il Pil non è un indicatore appropriato del benessere autentico di una società.
Comunque, il Costa Rica, Paese di circa 5 milioni di abitanti e responsabile di appena lo 0,4% delle emissioni globali, ha dimostrato, nelle parole dell’ex presidente Carlos Alvarado Quesada, che «il paradigma dello sviluppo sostenibile è profondamente presente nel Dna dei costaricani». In effetti, anche se la lezione che il Costa Rica offre al mondo non è un manuale pronto all’uso, dimostra concretamente che è possibile crescere economicamente e, allo stesso tempo, recuperare la natura.
