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Mondo > Manoscritti

Al via un nuovo progetto internazionale sulle pergamene di Qumran

di Bruno Cantamessa

- Fonte: Città Nuova

Bruno Cantamessa Autore Citta Nuova

Il progetto “Tracing scribes and scrolls” ha l’obiettivo di tracciare “una geografia della conoscenza nell’antica Giudea: dove lavoravano gli scribi, quali materiali utilizzavano, come circolavano i testi, quali erano i centri di produzione e come manoscritti nati in luoghi differenti finirono nelle stesse grotte”

Il “Grande Rotolo di Isaia”, uno dei più antichi e meglio conservati Manoscritti del Mar Morto, esposto al Santuario del Libro del Museo d’Israele. Il testo contiene anche la celebre profezia: «Forgeranno le loro spade in vomeri». Credit: ANSA/EPA.

Qumran, nel deserto della Giudea, è il luogo in cui, a partire dal 1947, sono stati rinvenuti in 11 grotte situate fra la riva occidentale del Mar Morto e le rovine dell’antica città di Gerico i famosi Manoscritti (o Rotoli) del Mar Morto. È uno dei più affascinanti ritrovamenti dell’archeologia moderna: si tratta di circa 950 rotoli (e oltre 25 mila frammenti), molti dei quali in pergamena ed alcuni in papiro. Le lingue in cui sono scritti sono note: in ebraico la maggior parte, ma anche aramaico e greco, naturalmente nelle versioni antiche. Si ritiene che siano infatti databili in genere tra il 150 a.C. e il 70 d.C., ma vi sarebbero anche testi risalenti al III secolo a.C.

Il rotolo più famoso e completo è quello che riporta il testo del Libro biblico di Isaia: misura oltre 7 metri di lunghezza e raccoglie, in 54 colonne di scrittura, tutti i 66 capitoli del Libro di Isaia. Risalirebbe al 125 a.C. circa (II secolo a.C.), oltre 60 anni prima della conquista romana della Palestina, ma soprattutto è di oltre mille anni più antico dei manoscritti biblici di Isaia che sono arrivati fino a noi. I manoscritti rinvenuti nelle grotte di Qumran (la maggior parte dei quali si trovano al Museo di Israele, a Gerusalemme) comprendono testi della Bibbia ebraica (40%), testi biblici apocrifi o pseudoepigrafici (30%) e manoscritti cosiddetti settari (30%) come la Regola della Comunità, il Rotolo della guerra, un Commento ad Abacuc e la Regola della Benedizione.

Lo scopo del nuovo progetto internazionale, che partirà nel 2027, è quello di ricostruire la provenienza dei rotoli mettendo a confronto tramite intelligenza artificiale i dati forniti da archeometria, chimica analitica, paleografia e codicologia. Ma soprattutto, nella prima fase, la creazione di un database della “firma chimica” dei Rotoli di Qumran, vale a dire lo studio della materia, in particolare delle pergamene: la composizione delle pelli animali, il collagene, i residui delle tecniche di lavorazione, gli inchiostri e le sostanze organiche conservate nei frammenti.

Il progetto si chiama Tracing scribes and scrolls (Tracciare scribi e rotoli), è finanziato dal Consiglio europeo di ricerca (Erc) ed è guidato da Mladen Popović, dell’Università olandese di Groningen, in collaborazione con l’Autorità israeliana per le antichità e vari centri di ricerca europei come l’Università di Pisa, l’Università Federico II di Napoli, l’Università danese di Odense, l’Università di Lovanio e istituzioni museali e collezioni di papiri in Egitto, a Berlino e Torino. Il nuovo progetto fa seguito al precedente dell’Erc che si chiamava: The hands that wrote the Bible (Le mani che hanno scritto la Bibbia), i cui risultati sono stati pubblicati lo scorso anno.

Le grotte in cui sono state rinvenute le giare con gli antichi rotoli si trovano non lontane dal sito archeologico di Qumran, che venne studiato fin dagli anni ’50 dal domenicano francese Roland de Vaux, dell’École Biblique di Gerusalemme. Ma lo scopo della ricerca odierna non è tanto di capire chi abitasse a Qumran tra il II secolo a.C. e il I secolo d.C., ma cercare di stabilire da dove provenissero i manoscritti. Si ipotizza che alcuni siano stati copiati in loco, ma che le grotte fossero anche un luogo di conservazione di libri provenienti da altre parti della Giudea o da altrove. Le grotte sarebbero state utilizzate come deposito in un momento critico, probabilmente poco prima della distruzione del Tempio di Gerusalemme ad opera dei romani nel 70 d.C. Si tratta di capire, quindi, se la “Biblioteca di Qumran” si costituì riunendo alle copie manoscritte in loco anche acquisizioni, scambi e spostamenti. E in questi ultimi casi, da dove provenissero.

Ne dà notizia, tra gli altri, anche un accurato articolo di Giuseppe Caffulli pubblicato su AsiaNews in data 19 agosto 2026. L’autore conclude il suo articolo su Tracing scribes and scrolls con queste parole: «Il nuovo progetto vuole ricostruire una geografia della conoscenza nell’antica Giudea: dove lavoravano gli scribi, quali materiali utilizzavano, come circolavano i testi, quali erano i centri di produzione e come manoscritti nati in luoghi differenti finirono nelle stesse grotte. La risposta all’enigma di Qumran potrebbe essere nascosta nella pelle, nell’inchiostro, nelle fibre del papiro e nelle tracce minime lasciate dal viaggio di quei manoscritti prima del loro ultimo, misterioso approdo nelle grotte del Mar Morto».

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