Quest’anno il 9 Av del calendario ebraico cadeva il 23 luglio. È Tishà beAv, il giorno del ricordo delle distruzioni del Tempio di Gerusalemme: la prima ad opera dei Babilonesi (nel 586 aC) e la seconda ad opera dei Romani (nel 70 dC). È considerato dalla tradizione rabbinica il giorno più triste dell’anno. Oggi nel luogo in cui sorgeva il Tempio ebraico c’è la Spianata delle Moschee, con la Cupola della Roccia e la Moschea al-Aqsa, realizzate nel VII secolo dagli omayyadi, e considerate dai musulmani sunniti il terzo sito sacro del mondo islamico, dopo la Ka’ba alla Mecca e la Moschea del Profeta a Medina.
Per ribadire e imporre l’esclusiva proprietà ebraica del “Monte del Tempio”, un gruppo di qualche migliaio di ebrei fondamentalisti e ultrasionisti, guidati dal ministro Itamar Ben Gvir, ha invaso ancora una volta la Spianata delle Moschee durante Tishà beAv (23 luglio 2026) violando gli accordi dello Status quo del 1967, impedendo l’accesso ai musulmani e invocando la costruzione del Terzo Tempio. Costruzione che pretende, evidentemente, la distruzione delle Moschee. Le forze dell’ordine non sono intervenute.
Ma non bisogna lasciarsi ingannare pensando che questa ideologia di potere rappresenti la maggioranza degli israeliani e/o degli ebrei. Un esempio autorevole: il rabbino Ron Kronish, fondatore dell’Interreligious Coordinating Council in Israel (Icci) e famoso per una lettera aperta contro il governo Netanyahu (2025) sottoscritta da oltre 1000 rabbini e intellettuali ebrei, in numerosi interventi pubblici ricorda un passaggio della “Dichiarazione di Indipendenza” (14 maggio 1948), che ha valore di Carta Costituzionale: «Lo Stato di Israele sarà aperto all’immigrazione ebraica e al raduno degli esuli; promuoverà lo sviluppo del paese a beneficio di tutti i suoi abitanti; sarà fondato sulla libertà, la giustizia e la pace come auspicato dai profeti di Israele; garantirà la completa uguaglianza dei diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti, indipendentemente da religione, razza o sesso; garantirà la libertà di religione, di coscienza, di lingua, di istruzione e di cultura; salvaguarderà i Luoghi Santi di tutte le religioni».
Sono parole che hanno il sapore di una grande speranza. Diversamente dalle parole di Ben Gvir e dei suprematisti ebrei che esprimono solo pretese di possesso e indisponibilità ad ogni dialogo. Il 17 luglio, pochi giorni prima della manifestazione di Tishà beAv, il presidente della Knesset israeliana, Amir Ohana, aveva annunciato lo scioglimento dell’assemblea parlamentare per la conclusione della legislatura ed aveva fissato la data per le elezioni della nuova Knesset (120 membri), il prossimo 27 ottobre 2026, salvo imprevisti tutt’altro che imprevedibili. I partiti che si presenteranno verranno eletti con sistema proporzionale e soglia di sbarramento al 3,25%. Le elezioni determineranno quale coalizione sarà chiamata a formare il nuovo Governo.
In vista della consultazione elettorale sono in corso rimescolamenti e nuove alleanze politiche nelle opposizioni sia a destra che a sinistra. Ma la novità più interessante è forse la nascita di un nuovo partito, che si è dato il nome di Makom Lekulanu, che significa: un posto per tutti noi. È guidato da Rula Daood e Alon-Lee Green, già co-responsabili di Standing Together, movimento pacifista israelo-palestinese attivo dal 2015. Rula Daood ha detto il 17 giugno a Nazareth: «Il nostro futuro sta andando in fiamme. E so che per riparare le cose non basta dire soltanto a cosa ci opponiamo. Dobbiamo anche dire che cosa sosteniamo. Per questo oggi dico no a Netanyahu, a Ben-Gvir e a Smotrich ma dico anche sì. Sì alla pace israelo-palestinese, sì all’uguaglianza nazionale e civile, sì alla giustizia sociale».
A Makom Lekulanu aderisce anche Yonatan Zeigen, figlio della pacifista Vivian Silver uccisa nei raid di Hamas il 7 ottobre 2023. «Il nostro obiettivo – afferma Zeigen – è dare a Israele una legge costituzionale che sia improntata alla pace. Ciò significa che qualsiasi altra legge andrà poi interpretata con la lente di questa norma primaria, che è fondamento della Costituzione». E continua Zeigen: «In Israele vige un sistema parlamentare di coalizione. Noi, naturalmente, vogliamo collaborare con qualsiasi parte possa essere allineata ai nostri valori. In primis i partiti arabi, ovviamente, coi quali saremmo felici di collaborare».
Un partito pacifista arabo-israeliano ha qualche possibilità di successo? È difficile che vinca le elezioni, ma se riuscirà ad entrare in parlamento (superando la soglia del 3,25%) potrebbe aprire una strada nuova e offrire una speranza a molti (soprattutto donne e arabi israeliani) che hanno smesso di votare. Ad alimentare la speranza, è intanto nato, in Palestina, Masar Jadid (sentiero nuovo), un movimento politico alternativo ai partiti tradizionali del Consiglio Legislativo Palestinese (Hamas, Fatah e altri minori), in vista delle elezioni finalmente fissate (dopo 20 anni) per il 28 novembre 2026 in Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est.
