Catherine Belzung, neuroscienziata, da anni studia stress e traumi, anche nei contesti di guerra. Docente all’Università di Tours in Francia, coordina un istituto di ricerca e una Cattedra Unesco sul maltrattamento dei bambini. Ha ricevuto la Legion d’onore per il suo impegno nel dialogo interdisciplinare: il gruppo di lavoro che lei guida riunisce studiosi di 15 discipline, tra cui filosofia, psicologia, neurologia, pediatria, linguistica, biochimica e fisica. Per il Movimento dei Focolari è co-responsabile, insieme con Osvaldo Barreneche, del dialogo con la cultura contemporanea.
Come è nato il suo interesse per questi temi?
Ho incontrato e ascoltato persone segnate dallo stress e da traumi: adulti che da bambini hanno subito abusi sessuali, ma anche persone sottoposte a forti pressioni sul lavoro, schiacciate dall’obbligo di ottenere risultati. In collaborazione con una docente di una università di Gaza, studiamo l’impatto dei traumi nei contesti di guerra e cerchiamo di mettere a punto nuove terapie che possano ridurre i sintomi e anche l’odio.
Parliamo di una delle parti più sofferenti dell’umanità, anche perché l’incidenza dello stress cresce ogni anno. Oggi c’è sicuramente una maggiore sensibilità rispetto al passato: la parola “stress” è presente in tutte le lingue e in tutte le culture. Il problema è che spesso vengono meno proprio quei fattori che aiutano a ridurre l’impatto dei traumi, come una famiglia o degli amici capaci di accoglierti e di ascoltarti. Non conta soltanto lo stress in sé, ma il modo in cui viene vissuto. E questo dipende molto dal supporto sociale.
Come si possono ridurre le conseguenze dello stress e dei traumi?
Esistono terapie cognitivo comportamentali centrate sul trauma. C’è anche una tecnica basata sul movimento degli occhi, non sappiamo ancora bene perché funzioni, ma funziona. Si stanno inoltre sviluppando terapie fondate sulla compassione. È importante però essere consapevoli che la ferita del trauma non può mai essere cancellata completamente. E non sarebbe neppure sano dimenticarla: l’amnesia non è una terapia.
Il papa nella Magnifica Humanitas dice che bisogna assumere lo sguardo delle vittime…
In tutti i drammi dell’umanità, come la povertà o gli abusi, bisogna entrare nella sofferenza, assumere il punto di vista di chi l’ha vissuta. Solo da dentro la ferita si capiscono davvero le cose. È importante mettersi nei panni delle vittime, perché hanno una conoscenza diretta, molto più qualificata di qualsiasi teoria elaborata da uno studioso.
Le persone che compiono abusi sessuali sono malate?
Non mi piace dire che sono malate, perché in qualche modo questo rischia di scusarle. Esistono profili molto diversi. C’è chi diventa abusatore sessuale a causa dell’alcool, che può essere un fattore aggravante; ci sono abusatori che hanno una scarsa stima di sé; altri sono stati a loro volta vittime da bambini; altri ancora vivono un sentimento di onnipotenza. In alcuni casi esistono distorsioni profonde, per cui la persona prova piacere nel far soffrire. L’accompagnamento dipende dal profilo. Se una persona abusa perché è alcolista, bisogna curare l’alcolismo.
In generale, nei casi più gravi, occorre insegnare che l’altro ha diritti e dignità: un concetto che spesso manca. Va detto comunque, che la percentuale di persone non responsabili dei propri atti è minima. Come neurobiologa, combatto la tendenza ad attribuire tutta la responsabilità al cervello, riducendo il soggetto al suo funzionamento cerebrale. Salvo casi estremi, c’è sempre una parte di libertà. Un noto esperimento del neuroscienziato James Falon ha dimostrato che, anche se il cervello presenta una predisposizione psicopatologica, resta un margine di libertà, per cui si può non agire da psicopatici.
Lei ha partecipato a una commissione che ha studiato gli abusi di autorità e spirituali nell’ambito del Movimento dei Focolari…
L’abuso di autorità consiste nell’utilizzare una posizione di potere per servire i propri interessi. L’abuso spirituale è una forma di manipolazione della coscienza che passa attraverso il linguaggio religioso, l’autorità morale o la mediazione spirituale. La dinamica, di solito, è a tre: l’abusante, la vittima e chi osserva senza intervenire.
Gli abusi possono dipendere dal fatto che vengono poste in posizione di autorità persone con una psicopatologia, oppure con una formazione umana o spirituale insufficiente. Ma possono dipendere anche dall’organizzazione. In passato non esisteva una cultura sugli abusi: mancavano strutture cui rivolgersi per denunciare, mancavano sanzioni, mancava l’accoglienza delle vittime. Si viveva in un mondo utopico, in cui gli abusi sembravano impossibili. Cera molta autoreferenzialità e poco contatto con il mondo esterno.
Ci sono anche fattori specifici del Movimento dei Focolari?
Sì. Il primo è una concezione sbagliata dell’unità, a volte confusa con l’uniformità. L’unità non elimina la diversità, al contrario fa crescere le differenze, perché permette a ciascuno di essere sé stesso. L’unità è basata sull’amore che porta a valorizzare l’altro così come è, dunque dovrebbe favorire al massimo la distinzione. Nel pensiero di Chiara Lubich, vivere l’unità non significa perdere se stessi, ma diventare più pienamente se stessi. La persona, infatti, non si realizza nell’isolamento, ma nel dono di sé e nell’incontro con l’altro. L’unità non è uniformità, non chiede di cancellare le differenze, ma di metterle in comunione, perché ciascuno possa esprimere ciò che è, e contribuire alla ricchezza di tutti. L’unità non richiede che pensiamo tutti allo stesso modo; possiamo volerci bene anche se abbiamo opinioni differenti. Il rischio è che la coscienza delle persone venga, anche in modo impercettibile, messa in secondo piano. Non per cattiva volontà, ma perché si pensa che l’unità venga prima di tutto, che il conflitto vada evitato, che l’armonia sia il segno distintivo. E così può accadere che una persona non esprima un dubbio, non verbalizzi un disagio, non segua fino in fondo ciò che sente vero.
Un altro esempio è una comprensione sbagliata di Gesù abbandonato, che non chiede di subire la sofferenza, ma di attraversarla, per scoprire la compagnia di Dio. Anche la “volontà di Dio” per Chiara non è qualcosa che arriva dall’esterno, come un ordine già pronto. È qualcosa che si scopre passo dopo passo nella vita concreta, nella relazione con Dio e nel rapporto con gli altri. Tanti aspetti del carisma sono stati compresi e trasmessi male e questo ha contribuito a creare una cultura favorevole agli abusi.
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L’intervista completa uscirà su Città Nuova n. 10/2026
