Guardando i bombardamenti israeliani a Gaza e le violenze dei coloni verso i palestinesi cristiani e musulmani in Cisgiordania ci si sente spesso impotenti.
Cosa può fare chi assiste da lontano a ciò che accade in Terra Santa? Per il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei latini, bisogna pregare, se si è credenti. Bisogna parlarne per non far calare l’attenzione, sostenere i progetti in Terra Santa e riprendere i pellegrinaggi.
Cardinale Pizzaballa, gli ultimi sviluppi riguardanti la Palestina – da Gaza alla Cisgiordania – sembrano aver portato l’opinione pubblica internazionale ad una posizione più favorevole verso una vera pace. Può essere un segno di speranza?
«È difficile parlare di speranza dal punto di vista di quello che sta accadendo, perché è tutto ancora molto confuso, molto controverso. Diciamo che l’attenzione e la sensibilità, anche a livello istituzionale, stanno crescendo molto, stanno cambiando, e questo è un segno innanzitutto di quanto questo conflitto prenda la popolazione, i territori nei vari Paesi, e di quanto ancora una soluzione sia lontana».
Chi guarda dall’Italia ciò che succede in Terra Santa si sente impotente. C’è qualcosa che si può fare pur essendo lontani?
«Il credente può pregare. Si deve parlare, si deve tenere alta l’attenzione, perché questo crea quella necessaria pressione perché prima o poi le cose vengano prese sul serio. E poi si possono sostenere progetti e, forse, è anche tempo di cominciare a pensare che si può venire in pellegrinaggio».
Lei ha lanciato “Within Your Gates: The Forum for the universal vocation of Jerusalem” (“Dentro le tue porte: il Forum per la vocazione universale di Gerusalemme”). Si può ripartire da questo progetto per rilanciare un dialogo vero in Terra Santa?
«Abbiamo lanciato il Forum su Gerusalemme, un’idea nata con una lettera pastorale che prende come modello la città. La città è il luogo della convivenza delle relazioni complesse, faticose a volte, e Gerusalemme è la città di riferimento, l’immagine universale, per così dire. L’idea è quella di un Forum interdisciplinare. Volendo semplificare, anche se non è proprio così, potremmo dire che adesso ciascuno si incontra a seconda dei temi. C’è così il rischio di creare un forum solo accademico. C’è la società civile che si occupa delle cose del mondo e ci sono i religiosi che fanno le loro processioni. Noi vogliamo mettere insieme il mondo accademico, il mondo religioso e la società civile per un confronto a partire dalla vita, ma non solo. Vogliamo ascoltare la realtà, ma anche cercare di elaborare qualche proposta a livello culturale, e non solo, che possa aiutare a uscire da questa impasse nella quale ci troviamo, dove si è o tutti di qua o tutti di là, in una situazione così polarizzata. Siamo solo all’inizio, i tempi saranno lunghi. Sicuramente non vogliamo avere esiti immediati, ma essere un luogo di confronto libero, sereno, cosa che in questo momento non c’è e di cui credo ci sia estremo bisogno».
Il Movimento dei Focolari è presente in Terra Santa: quale può essere il suo contributo per la pace?
«Questo è il momento della comunità. Le istituzioni hanno mostrato la loro fragilità, la loro debolezza, la loro incapacità a rispondere al dramma che stiamo vivendo. E invece le comunità possono ancora fare quello che le istituzioni non riescono a fare. In questo momento il Movimento dei Focolari, che è radicato nella vita delle comunità, soprattutto di quella arabo-palestinese ma non solo, può fare quello che le istituzioni non fanno: fare incontrare, fare ascoltare, mettere in relazioni delle realtà che in questo momento non vogliono incontrarsi».

Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei latini, all’ambasciata italiana presso la Santa Sede a Roma. Tra i relatori, la giornalista Marina Valensise e don Valerio Chiovaro, fondatore e assistente spirituale dell’Associazione Attendiamoci ODV ETS. Foto di Sara Fornaro
Il convegno all’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede a Roma
Il cardinale Pizzaballa è intervenuto a Roma lunedì 14 settembre presso l’ambasciata d’Italia presso la Santa sede, ospite dell’ambasciatore Francesco Di Nitto, per la presentazione del libro “Questa è l’ora dell’amore. Il cuore alla parola, il volto al Prossimo” di don Valerio Chiovaro. «Davanti a ciò che la Terra Santa ha vissuto e alle ferite che porta, che cosa significa pronunciare queste parole: “Questa è l’ora dell’amore?” Come possiamo dirle – si è chiesto Pizzaballa nel suo intervento – senza ferire chi soffre, senza apparire lontani dalla realtà?».
A Gerusalemme le necessità sono enormi e coinvolgono tutta la vita delle comunità. «Occorre – ha affermato il patriarca – sostenere famiglie, accompagnare persone ferite, aiutare i giovani a intravedere un futuro».
Ma noi cosa vediamo quando guardiamo qualcuno? «In Terra Santa – ha commentato Pizzaballa – il conflitto tende a precedere l’incontro. Prima di vedere una persona sappiamo già da quale parte collocarla. Un nome, una lingua, un luogo di nascita diventano sufficienti per attribuirle intenzioni e responsabilità. Il volto scompare dietro una categoria e, quando questo accade, anche il dolore dell’altro diventa più facile da ignorare».
Ma la dignità di una persona, afferma Pizzaballa, non dipende dal nostro consenso. «Vale per il palestinese, per l’israeliano, per chi ci è vicino e per chi suscita in noi diffidenza. So bene quanto queste parole possano sembrare insufficienti davanti al dolore delle famiglie israeliane colpite dalla violenza, davanti alla distruzione di Gaza e alle profonde ferite della Cisgiordania. Ogni storia chiede di essere ascoltata nella sua concretezza. Ci sono responsabilità da riconoscere, ingiustizie da denunciare, diritti da rendere effettivi. L’amore evangelico ci impegna dentro questa ricerca di verità e ci impedisce di usare la sofferenza di alcuni per giustificare quella inflitta ad altri».
A volte, ha spiegato Pizzaballa, «vorremmo arrivare rapidamente a una risposta, offrire una spiegazione, pronunciare una parola di speranza. Ma una parola può raggiungere l’altro soltanto se prima abbiamo lasciato che la sua voce raggiunga noi. Lo vediamo anche nella relazione tra le comunità religiose della Terra Santa. La perdita della fiducia rende difficile persino ascoltarsi. Qualche volta, il primo passo possibile è semplicemente riconoscere un dolore che fino a ieri non riuscivamo a vedere. Da lì poi si può ricominciare una relazione».
Perché Dio tace di fronte alle violenze?
Chi soffre può chiedere dove sia Dio, perché taccia, perché non intervenga. «La fede – ha affermato il patriarca Pizzaballa– ha spazio per questo grido e ci insegna ad ascoltarlo senza affrettarci a correggerlo. Davanti alla sofferenza innocente sento che dobbiamo vigilare sulle spiegazioni troppo pronte. La promessa dell’amore fedele ci affida un compito: farci vicini a chi si sente abbandonato. La consolazione comincia spesso da una presenza. Quante volte davanti a tante tragedie ci siamo, anche se non sappiamo cosa dire? Però è importante esserci… Anche il dubbio e la protesta possono essere portati, insieme, davanti al Signore».
Ecco allora che l’ora dell’amore – come Pizzaballa chiedeva nella parte iniziale del suo intervento – «può anche essere un’ora nella quale tutto sembra contraddirlo. Gesù ci rivela la libertà di un amore che attraversa il rifiuto senza lasciarsene determinare». È difficile custodire questa libertà, quando «il male subìto può occupare la memoria e diventare il criterio di ogni decisione. Può suggerirci che per difendere chi amiamo, dobbiamo imparare a odiare. Il Vangelo ci chiede di riconoscere questa tentazione, e ci offre una relazione più profonda alla quale attingere. È una strada esigente».
Quando parliamo di perdono, ha sottolineato Pizzaballa, «dobbiamo farlo con umiltà, soprattutto davanti alle vittime. Il perdono ha i suoi tempi e appartiene alla libertà di chi ha sofferto. Nessuno può pretenderlo per chiudere in fretta la vicenda. La ricerca della giustizia rimane necessaria. Proteggere la vita, impedire che la violenza si ripeta, riconoscere le responsabilità sono esigenze concrete dell’amore. Il perdono può aprire dentro questo cammino la possibilità che il torto subìto non possieda per sempre il futuro».
A sostenere la speranza dei credenti c’è la certezza che il Signore conosce i nostri limiti e continua a fidarsi di noi. «Ci dice che, nonostante la nostra piccolezza, anche noi possiamo operare per la pace. Non abbiamo la certezza di vedere presto i risultati, sappiamo però che nessun seme di bene va perduto in Dio. Il futuro rimane aperto all’azione di Dio e alla libera risposta degli uomini. A noi è chiesto di assumere la responsabilità che oggi ci compete, senza pretendere di vedere necessariamente i risultati del nostro bene. Ci sostengono – ha aggiunto Pizzaballa – il desiderio del bene e l’esempio di ».
