Da vari anni a questa parte, in maniera particolare dall’emergenza Covid in poi, il disagio abitativo si ripresenta con forza in Italia e in Europa: difficoltà per trovare alloggio, o per trovarlo a un prezzo ragionevole, specialmente nelle zone centrali delle città. Il problema si avverte non solo fra le persone con basso reddito, ma anche fra la cosiddetta “fascia grigia”, ovvero coloro il cui reddito è troppo elevato per accedere alle case popolari e al contempo troppo basso per permettere l’affitto o l’acquisto a prezzo di mercato.
L’Eurostat indica fra le cause della crisi abitativa l’aumento dei prezzi (più del 53% fra il 2010 e il 2024 nell’Ue) dovuto all’insufficienza dell’offerta, mentre secondo il Censis in Italia ci sono 8,5 milioni di case inutilizzate. Una problematica che inquieta i cittadini ma anche i dirigenti politici, tanto che a maggio la Commissione europea ha inserito l’esclusione abitativa tra le sfide prioritarie della prima Strategia Ue adottata contro la povertà.

Foresteria San Biagio a Castel Maggiore, Bologna, destinata ai lavoratori. Foto: Caritas di Bologna/Fondazione San Petronio ETS
Affianco alle istituzioni, ci sono degli enti ecclesiali e del terzo settore che lavorano sul campo per trovare delle soluzioni efficaci a questa difficoltà. È il caso della Caritas di Bologna, che insieme alla Fondazione San Petronio e grazie ai fondi dell’8×1000, hanno ideato un progetto orientato a favorire l’indipendenza abitativa, dal nome “BET – Abitare è un gioco serio”.
Nato nel 2022, i suoi primi anni di vita sono stati dedicati a mappare la realtà territoriale, individuare le categorie più bisognose e discernere l’ambito di azione più adatto. Ciò che è stato rilevato è che attraverso un piccolo intervento si avrebbe contribuito al raggiungimento dell’autonomia di un gran numero di persone e famiglie. Per questo motivo, alla base dell’iniziativa vi è la temporalità dell’adesione. In altre parole, dato che l’obiettivo è promuovere l’autonomia, il tempo trascorso negli alloggi di passaggio — fra i 12 e i 18 mesi — serve a stringere una rete di sostegno e a trovare delle soluzioni abitative consone alla propria situazione di vita. I beneficiari sono comunque tenuti a versare un contributo per il progetto, ma esso è inferiore al costo di un affitto a prezzo di mercato.
Beatrice Acquaviva, vice-direttrice della Caritas di Bologna e coordinatrice responsabile di BET, spiega che si tratta di un’iniziativa «per l’abitare, non per la casa». E approfondisce questo concetto: «Il verbo abitare indica un processo e anche un’azione di accompagnamento, per cui la risposta che intendiamo dare non è puntiforme, “ti consegno la casa e sei apposto per sempre”, ma un percorso da fare insieme».
Per questo, i promotori hanno coinvolto le parrocchie del territorio, dando origine a un’équipe di transizione composta sia da volontari sia da operatori della Fondazione e della Caritas. Questo gruppo, oltre a selezionare i destinatari, si occupa di monitorare il raggiungimento degli obiettivi intermedi che poi permetteranno l’indipendenza: mantenimento del posto di lavoro, risparmio, ricerca attiva della casa…
“Bet” è la prima lettera dell’alfabeto ebraico, e il suo significato etimologico è per l’appunto “abitare”, mentre in inglese significa “scommettere”. Così, forse da un gioco di parole, è emerso un gioco da tavola, uno strumento innovativo utile a mappare la rete di contatti della persona, e a ideare un percorso personalizzato in base al suo punto di partenza e alle risorse di cui dispone. Le carte consentono di conoscerla meglio, tirando fuori ciò di cui effettivamente ha bisogno, senza che nessuno fra operatore e beneficiario abbia più risposte dell’altro. Come racconta Acquaviva, questo metodo serve a sovvertire la logica dell’assistenzialismo e a smontare gli stereotipi che possono esistere nei confronti di chi cerca aiuto. La prima domanda da porre dunque è: “Tu, che casa vuoi?”.
La forza del progetto è senz’altro la comunità, poiché sono le relazioni che si intrecciano a determinare la positività dell’esperienza. Infatti, ogni relazione è un’occasione di integrazione e un potenziale aiuto verso l’autonomia. «Quello che chiediamo al gruppo di lavoro – prosegue Acquaviva – è la disponibilità ad essere dei ponti fra i destinatari di BET e le persone del territorio. È un progetto dove l’animazione della comunità è molto forte e ciò che serve è l’attitudine dei buoni vicini di casa».

Paolo e Silvia, due volontari della Caritas di Bologna che abitano alla Foresteria San Biagio, nell’ambito del progetto BET. Foto: Caritas di Bologna/Fondazione San Petronio ETS
Gli alloggi messi a disposizione sono al momento 15, e fra i beneficiari ci sono vari gruppi sociali: studenti universitari, persone migranti che attendono il ricongiungimento familiare, parenti di persone ospedalizzate nella città, madri con i loro bambini, profughi, nuclei familiari… In una dinamica di vicinato e di convivenza – alle volte i volontari vivono insieme agli aderenti al progetto – si innescano dei semplici meccanismi di conoscenza che fungono poi da “garanzia morale” di fronte ai proprietari al momento di affittare un’abitazione a qualcuno di fiducia.
In Italia, sono in particolare le persone straniere ad avere maggiori difficoltà a trovare qualcuno disposto a firmare un contratto abitativo con loro, come riferito dal rapporto di Oxfam Italia del 2025: Diritto alla casa. Non per tutti. «È un grave problema della società italiana – afferma Acquaviva –. È fallito il nostro sistema di integrazione e di accoglienza, ma la rete serve a contrastare un po’ questa tendenza».
L’approccio della Caritas di Bologna all’abitazione è pertanto pedagogico e si radica in quella che viene chiamata “opera-segno”, ovvero un’opera piccola – come dare ospitalità a un ridotto numero di persone – ma che diventa un segno grande per quello che pian piano genera nel tessuto delle relazioni e della comunità. «Crediamo che l’incontro effettivo con chi è in difficoltà momentanea possa generare un cambiamento culturale nella società civile – conclude la coordinatrice di BET –. Perché ci fa scoprire che non siamo solo persone che aiutano o persone da aiutare, ma una comunità in cui possiamo darci una mano a vicenda».
In questa maniera il bene si moltiplica, e il seme che è stato piantato cresce lentamente. La proposta è funzionante nei contesti parrocchiali perché attiva dei processi di prossimità, e oltre alle opere pie e alle comunità religiose anche i privati hanno messo a disposizione i loro spazi abitativi. La testimonianza poi di chi ha concluso il proprio percorso con successo costituisce una forte motivazione anche per altri, e così la voce si sparge e giungono nuovi arrivati. Come passo successivo, si auspica che, attraverso la condivisione delle buone pratiche, l’iniziativa possa essere replicata non solo nell’area metropolitana di Bologna, ma anche in altre diocesi del territorio nazionale.
