Don Valerio Chiovaro, sacerdote dell’arcidiocesi di Reggio Calabria-Bova, vive a Gerusalemme dal settembre 2022 come fidei donum del patriarcato latino e vi guida Casa Kerigma, casa di accoglienza dell’associazione Attendiamoci, da lui fondata. Da lì ha vissuto la guerra tra Israele e Hamas, scoppiata con l’attacco del 7 ottobre 2023 e combattuta nella Striscia di Gaza, oggi sospesa dal fragile cessate il fuoco in vigore dall’ottobre 2025.
Lunedì 14 settembre, alle 18, all’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, a Roma, presenta con il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, il libro Questa è l’ora dell’amore. Il cuore alla Parola, il volto al prossimo (Edizioni Attendiamoci, 2026), che nella prefazione mons. Rino Fisichella definisce una preziosa lectio divina, frutto di studio, riflessione e preghiera, capace di condurre «diritti al centro del kerygma».
Che cosa significa per un sacerdote di Reggio Calabria essere fidei donum a Gerusalemme?
«Significa anzitutto riscoprire una cosa molto semplice: il legame con la propria Chiesa non chiude, ma apre. Io rimango profondamente figlio della Chiesa di Reggio Calabria-Bova: non sono andato via da Reggio, in qualche modo Reggio è venuta con me in Terra Santa, e oggi provo a mettere quello che sono e quello che ho ricevuto a servizio della Chiesa Madre, la Chiesa di Gerusalemme. Ma il fidei donum è uno scambio: si parte pensando di portare qualcosa e ci si accorge che si sta soprattutto ricevendo. Mi sono sentito molto accolto e benvoluto dal patriarca e, in maniera molto fraterna, anche dal custode: in una terra di tradizioni ecclesiali diverse, questa fraternità è un segno importante. Gerusalemme, poi, ha una forza particolare: qui i luoghi del Vangelo diventano i luoghi della tua vita quotidiana. Puoi celebrare al Santo Sepolcro al mattino e, poche ore dopo, ritrovarti nei problemi concreti di una famiglia o di un giovane. Forse è proprio questo l’esercizio di chi vive qua: tenere insieme il Vangelo e la vita, senza separarli».
Vivere a Gerusalemme ha significato abitare una terra segnata dalla guerra a Gaza. Che cosa cambia quando la Terra Santa diventa il luogo della propria vita?
«Credo che la parola decisiva sia abitare. Quando abiti Gerusalemme, lentamente i luoghi diventano volti: accanto al Santo Sepolcro e al Getsemani cominciano ad esserci nomi, amicizie, famiglie, giovani. Durante la guerra l’ho percepito ancora più forte: quando conosci le persone, il conflitto non è più una notizia; entra nelle case, nelle telefonate, nelle attese, nelle paure. Penso ad alcuni giovani israeliani che in questi mesi hanno frequentato la casa: vivono questo tempo con inquietudine, ma in casa progressivamente si sentono in famiglia. Un luogo nel quale sentirsi accolti senza essere subito definiti da un’appartenenza è già qualcosa di importante. Dal patriarca, instancabilmente presente dentro le ferite di questa terra, ho imparato che prima ancora di trovare le parole giuste bisogna semplicemente esserci: non hai una spiegazione della sofferenza né una soluzione al conflitto, puoi però rimanere, ascoltare, pregare insieme. Forse è qui che ho compreso più profondamente che cosa possa significare la parola consolazione».
Da Casa Kerigma a Efeso, fino alla nascente Consolatio: c’è un filo che tiene insieme tutto questo?
«Casa Kerigma nasce da un’intuizione molto semplice: fare casa. Volevamo che ci fosse a Gerusalemme una porta che si apre. Ed è diventata tante cose semplici: una tavola intorno alla quale sedersi, un giovane che si ferma a parlare, i carabinieri del Consolato italiano, lontani da casa, che si sentono un po’ a casa loro. Una casa non risolve la complessità che c’è fuori; offre però un luogo nel quale, almeno per qualche ora, si può tornare semplicemente ad essere persone. Poi il movimento si è rovesciato: questa estate abbiamo portato un po’ di Terra Santa in Italia, accogliendo in Calabria diversi gruppi di giovani. È il significato più bello del fidei donum: uno scambio di doni tra Chiese, comunità e persone. E da Gerusalemme il cammino si è allargato a Efeso, dove, grazie all’accoglienza fraterna dell’arcivescovo di Smirne, mons. Martin Kmetec, è nata Casa Efeso. Gerusalemme ci riporta al mistero pasquale, alla Chiesa che nasce; Efeso ci conduce alla vita delle prime comunità cristiane, alla presenza di Maria. Sono due luoghi nei quali tornare alle sorgenti per imparare nuovamente a essere Chiesa. Tra Calabria, Gerusalemme ed Efeso ha preso forma Consolatio: il tentativo di dare forma a ciò che questi anni ci hanno fatto sperimentare, consolare educando ed educare consolando. Non sono progetti diversi, ma un unico cammino: creare luoghi e formare persone capaci di accogliere, accompagnare e consolare».
Che cosa le ha insegnato Gerusalemme sul modo cristiano di stare dentro le ferite della storia?
«Gerusalemme mi ha insegnato soprattutto a non avere paura delle contraddizioni. La città che chiamiamo santa è profondamente ferita, il luogo nel quale annunciamo la risurrezione è circondato da storie di morte, la città nella quale invochiamo la pace vive dentro il conflitto. Eppure il cristianesimo è nato qui. Forse significa che il Vangelo non ci promette un luogo senza ferite; ci insegna piuttosto come abitare le ferite senza permettere che abbiano l’ultima parola. Un’altra esperienza che mi sta a cuore è l’accoglienza di giovani che chiedono un tempo vero di discernimento: persone che sentono che alcune domande non possono essere liquidate velocemente e chiedono tempo, silenzio, accompagnamento, vita fraterna, preghiera. Accompagnandoli, una domanda è diventata per me sempre più forte: che tipo di uomo abbiamo bisogno di formare per questo tempo? Non semplicemente un uomo forte: uomini e donne capaci di stare davanti alla fragilità senza fuggire, di ascoltare senza avere subito una risposta, di incontrare qualcuno senza chiedergli prima da quale parte stia. È questa l’intuizione che vorremmo custodire in Consolatio: formare persone capaci di diventare presenze consolanti. Perché la consolazione non significa rassicurare, né promettere che tutto andrà bene, ma avvicinarsi, riconoscere la ferita, attraversarla insieme e aiutare l’altro a ritrovare uno spazio nel quale la vita possa nuovamente generare vita. È un modo di guardare l’altro, un modo di stare nella storia».
Titolo e sottotitolo raccolgono espressioni di Leone XIV. Perché queste parole del Papa per un percorso di antropologia biblica?
«Quando ho ascoltato Leone XIV dire “questa è l’ora dell’amore” nell’omelia di inizio pontificato, quelle parole mi sono rimaste dentro: mi mancava una frase capace di raccogliere tutto. Mi ha colpito soprattutto una cosa: questa è l’ora dell’amore. Non un’altra, non quando saremo finalmente in pace, quando avremo risolto i conflitti, quando l’altro avrà cambiato idea: questa. Anche il sottotitolo riprende parole di Leone XIV e dice il movimento del libro: la Scrittura educa il cuore, ma proprio per questo ci costringe a rivolgere il volto verso qualcuno. Non possiamo rivolgere il cuore a Dio e sottrarre il volto all’uomo. Nella Bibbia l’amore non è mai semplicemente un sentimento: prende il corpo, cambia lo sguardo, modifica le relazioni, diventa prossimità. La domanda del libro è prima antropologica che morale: che cosa accade all’uomo quando ama? La mia convinzione è che, amando, l’uomo non faccia semplicemente qualcosa di buono, ma diventi più pienamente uomo».
Perché proprio questa, l’ora delle guerre, delle polarizzazioni e delle paure, dovrebbe essere l’ora dell’amore?
«Forse è la frase più difficile da pronunciare oggi: a Gerusalemme ci sono giorni nei quali parlare di amore potrebbe sembrare ingenuo. Ma l’amore cristiano non è mai ingenuo perché nasce dalla croce, e la croce significa che il cristianesimo guarda il male fino in fondo, ma proprio lì afferma qualcosa di straordinario: il male non deve necessariamente generare altro male. Per me è questo il punto! Ogni volta che siamo feriti possiamo restituire la ferita oppure interromperne la catena. Qui l’amore diventa concreto: è decidere se davanti all’altro vedo anzitutto un nemico oppure un volto, se davanti alla sofferenza mi allontano oppure mi avvicino; se utilizzo il potere che ho per possedere, difendermi dall’altro oppure per prendermene cura. In fondo c’è un’unica domanda: quale uomo vogliamo essere dentro questo tempo? Non possiamo scegliere il tempo nel quale vivere né aspettare che il mondo diventi migliore per cominciare ad amare. Possiamo però scegliere come abitare questo tempo. Per questo, oggi più che mai, possiamo dire: questa è l’ora dell’amore».