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In profondità > Chiesa

L’umanità del sacerdote

di Chiara D’Urbano

- Fonte: Città Nuova

Ma un prete può mostrare emozioni, sentimenti, segni di stanchezza, bisogni? Alcune riflessioni sul riconoscimento che il sacerdote è un essere umano come gli altri, sull’importanza di avere una comunità di riferimento nei momenti di crisi… e un grande grazie

Sacerdoti (foto Comunicazione Loppiano)

Un sacerdote, già in là negli anni, un tempo formatore di seminario, raccontava con arguta autoironia che tanto in famiglia quanto in seminario aveva assorbito la convinzione che il Salmo 8 riguardasse la figura del presbitero: «Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli». A parte lo sfasamento storico-temporale, il senso di queste parole, narrate col sorriso di chi è consapevole della formazione ricevuta, è che fino ad un recente passato il prete veniva compreso come un uomo eletto, privilegiato, sia come chiamata che come status, e come tale andava riconosciuto e trattato. A lui gli onori, e di conseguenza anche l’onere di mantenere la specialità della sua condizione, non mostrando segni di umanità: emozioni, sentimenti, segni di stanchezza, bisogni.

Il simpatico aneddoto non vuole sminuire la grandezza di una vocazione particolare, speciale, per le sue caratteristiche e la sua radicalità, vuole piuttosto richiamare quanto i sacerdoti siano stati gravati fino ad un recente passato, e penso ancora oggi, da una pesante quanto ingiusta zavorra: quella di dover essere “diversi” dalla comune umanità.

Di dover essere migliori, anzi di più, super-umani, senza cenni di debolezza, il che vuol dire: essere disponibili in modo incondizionato, non mostrare preferenze personali essendo a servizio della Chiesa e del popolo di Dio, non far trapelare emozioni meno nobili come gelosia, invidia, vergogna, non poter coltivare amicizie semplici e ordinarie al di fuori del “lavoro”.

Poi arriva la cronaca cruda e reale: un presbitero va in burn out perché non è riuscito a reggere il carico pastorale troppo oneroso, un altro si è innamorato e ha abbandonato il cammino, un altro ha discusso col suo vescovo, un altro ha chiesto di essere trasferito, un altro ancora è arrivato a togliersi la vita perché non è stato in grado di ritrovare il proprio equilibrio interiore, ha perso irrimediabilmente la rotta, e forse la fede.

Ogni storia è a sé, cerchiamo di mantenere la dovuta complessità quando si riflette sulle vicende umane. Le considerazioni binarie e dicotomiche non rendono mai giustizia alla ricchezza dei dinamismi intrapsichici e relazionali dell’essere umano. Possiamo, però, condividere qualche pensiero non sulle singole storie, ma su cosa possano indicarci tra le righe quelle notizie dolorose sulla vita di don Marco, don Paolo, di 20, 30, 50, 70 anni, alcuni di fresca esperienza, altri più navigati e magari in vista per il ruolo che avevano.

Rimaniamo, come si diceva, in una logica multifattoriale che, quindi, coinvolge la formazione iniziale, quella permanente, la comunità credente, la persona e l’Istituzione. Prendendo spunto dalle parole inziali di don Francesco, anziano presbitero, accompagnare l’intuizione vocazionale di un giovane (o meno giovane) che entra in seminario non è inserirlo in un ambiente-“bolla” che poi rimane scollegato dalla realtà nella quale il sacerdote andrà ad inserirsi una volta ordinato.

Normalizzare la formazione iniziale è riconoscere che si tratta di ragazzi e uomini come gli altri, che hanno bisogno di verificare quel desiderio, ancora vago, attraverso una progressiva integrazione dell’affettività-sessualità, all’interno di un percorso che ha delle sue caratteristiche specifiche.

Tutte le dimensioni meravigliosamente umane che riguardano le emozioni, gli affetti, le relazioni, l’orientamento eterosessuale/omosessuale vanno conosciute e progressivamente messe dentro la scelta di vita. Essere integrati si oppone a spezzarsi in due, scotomizzare o sentirsi frustrati in perenne stato di malessere.

Si cade, ci si rialza, si chiede aiuto: questa è la vita reale del fidanzato, del padre di famiglia, del marito, del seminarista e del sacerdote. Stesso discorso, ovviamente, per il mondo femminile. È più facile ragionare in bianco e nero che riconoscere e valorizzare tutte le sfumature possibili dei processi umani e vocazionali.

Arriva all’ordinazione non chi è migliore degli altri o ha già risolto tutto e per sempre, chi non ha mai sbagliato e ha sempre camminato al meglio, ma colui che ha verificato, con la Chiesa, che la via del sacerdozio è la strada per diventare un uomo migliore, felice, e così espandere tutta la propria fragile umanità, senza doverla recidere o nascondere, ma integrandola con fatica serena, all’interno di quella vocazione.

C’è dunque una responsabilità congiunta e multipla in questo processo di integrazione perché possa riuscire al meglio.

La responsabilità è della persona: si è aperta, si è lasciata conoscere e accompagnare in questo processo sempre in atto di integrazione, negli anni del discernimento?

La responsabilità è di chi accompagna: è in grado di stare accanto a questi processi senza intervenire prendendo il posto dell’altro, né scandalizzarsi dei passi incerti e instabili di chi è in cammino, delle cadute e delle incoerenze? È in grado di affiancare la maturazione psicoaffettiva del seminarista nella sua globalità, o si fissa su questo o quell’aspetto in particolare, perdendo la visione d’insieme? Molto dipende dal lavoro personale: se e quanto il formatore, il rettore, il vescovo abbia fatto un lavoro su di sé o, invece, pensi di occuparsi di formazione senza un lavoro personale previo.

La responsabilità è dell’istituzione: quale “format” di sacerdote ha in mente il seminario o la comunità formativa nel proporre delle tappe di crescita e poi delle verifiche? I programmi di formazione permanente rispondono a quale “modello sacerdotale”?

Il sacerdote ben integrato è colui che viene aiutato a essere autenticamente uomo, con tutte le proprie fragilità, a servizio della Chiesa, della sua Diocesi, e della gente che gli verrà affidata, senza dover tenere un’immagine fittizia che non renda ragione del suo essere un umano tra gli umani, perché alla lunga la sola “immagine” non regge. L’inautenticità si paga nel tempo, questo è certo.

Infine, la responsabilità è della comunità. Talvolta, sia dentro che fuori le nostre comunità parrocchiali, si sentono ancora persone che faticano a concepire “il prete in vacanza”, o che chiede una pausa perché ha bisogno di recuperare energie, o che va in psicoterapia: «Che bisogno vuoi che abbia proprio un prete, se è lui che deve aiutare altri?».

Appunto! Come i professionisti della salute fisica e mentale hanno bisogno di confrontarsi con colleghi o con un’équipe, di aggiornarsi, di fermarsi per riprendere la carica, i sacerdoti per il tipo di servizio delicato e oneroso di ascolto, di accompagnamento, di impegno pubblico hanno bisogno di altrettanta cura. È una consapevolezza da acquisire in prima persona, ma che tanto l’istituzione quanto la comunità credente, a sua volta, devono acquisire: il sacerdote non è solo colui che eroga una prestazione, o che porta avanti l’azienda-diocesi. Che abbia concluso la formazione non equivale allo “stare a posto per sempre”.

È innanzitutto una persona che dovrà custodire un equilibrio psicoaffettivo perché non si logori, data anche la tipologia di impegno. Non possiamo più pensare alla riuscita vocazionale sono in chiave strettamente personale: c’è un io, certamente, ma c’è anche una comunità che contribuisce (o meno) all’equilibrio delle coppie, come dei presbiteri e delle vocazioni religiose.

La domanda si potrebbe leggere in modo speculare: il singolo ha una comunità di riferimento? Questo è un macrotema, magari da riprendere e approfondire: quanto siano effettivamente “allenati” alla fratellanza i sacerdoti all’interno della stessa diocesi (il presbiterio), o di una medesima comunità.

Conosco sacerdoti che si sono aiutati l’un l’altro, quando negli anni hanno avuto momenti molto duri di dubbio vocazionale, sono riusciti a chiedere una mano, e hanno potuto recuperare il proprio equilibrio, riprendendo meravigliosamente la missione pastorale. Altri, invece, che non ce l’hanno fatta.

A tutti, proprio a tutti voi sacerdoti, gratitudine perché innumerevoli volte siete stati accanto a noi, ai nostri anziani, ai bambini, nelle celebrazioni di festa e in quelle di lutto.

Speriamo anche noi, laiche e laici, di poter restituire altrettanto bene, di poter aver cura di voi, e che voi possiate trovare porte aperte nelle nostre case quando ne abbiate bisogno.

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