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Italia > Se ne discute

“Papà è tornato a casa”: la frase che provocava le stragi a Gaza secondo il film Naza

di Sara Fornaro

Sara Fornaro

Il film Naza, che riporta le testimonianze di militari e agenti dell’intelligence di Israele sui crimini commessi a Gaza, è al primo posto al botteghino. Una visione che lascia impietriti davanti alla banalità del male che si sta consumando ancora oggi

Un ragazzino ferito piange per l’uccisione del padre e della madre da parte dell’esercito israeliano. Ospedale Al-Shifa di Gaza City, Striscia di Gaza, 4 giugno 2026. Foto Ansa, EPA/MOHAMMED SABER

Dopo la Seconda Guerra mondiale, i tedeschi conobbero finalmente le atrocità commesse dai nazisti nei campi di concentramento, che fino a quel momento venivano definiti “centri di rieducazione politica” o “campi di custodia protettiva”.

Le brutalità commesse da padri di famiglia e bravi ragazzi sconvolsero il Paese e gli psicologi iniziarono a indagare su come fosse stato possibile che persone comuni si fossero trasformate in torturatori e assassini. Furono condotti diversi esperimenti, come quello di Stanley Milgram, che dimostrò che si può arrivare a livelli di grande crudeltà, se guidati da un’autorità ritenutae legittima, senza sentirsene responsabili. Mi sono ricordata di questo esperimento, e anche del libro di Hannah Arendt La banalità del male, guardando il coraggioso film Naza, diretto dagli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, gli stessi che hanno ricevuto l’Oscar per No other land.

I cineasti israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor con il Premio speciale della giuria per il documentario “NAZA” all’83ª edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il 12 settembre 2026. Ansa, EPA/BUESRA TASDEMIR

I registi hanno intervistati in forma anonima, su una terrazza di Tel Aviv, la capitale di Israele, 24 tra militari (uomini e donne) e membri dell’intelligence israeliana, che raccontano con freddezza e, quasi sempre, senza emozioni né rimorsi, quanto commesso nello sterminio di Gaza. Anzi, nel genocidio: uno degli intervistati conferma l’accusa formulata dall’Onu. «Credi che sia un genocidio?», chiede l’intervistatore. «Sì, lo è», è la risposta.

Scopriamo così che Naza, il nome che dà il titolo al film, significa danni collaterali: cioè i bambini, anche neonati, gli uomini e le donne innocenti uccisi mentre si cercava di assassinare gli obiettivi di Hamas. Non solo membri o affiliati, ma anche persone vicine, “colpevoli” di essere un contatto telefonico, senza nessuna prova di colpevolezza, senza un giudizio né un processo. «Avevate prove?», è la domanda. «Ovviamente no», risponde un intervistato, ma «se li uccidevi erano terroristi». I Naza potevano essere figli, mogli, genitori innocenti. Spesso uccisi senza centrare l’obiettivo. Ma i “danni collaterali” erano spesso anche tutti gli abitanti di un condominio, sterminati per un solo obiettivo. O tutti i residenti di un intero quartiere. Per questo film, i due registi rischiano di perdere la nazionalità israeliana, sono stati minacciati di morte, stati dichiarati traditori e, in Israele, un gruppo di persone ha assaltato la loro abitazione.

Nel cinema di Roma dove ho visto Naza, alla fine del film gli spettatori sembravano annichiliti. Nessun fuggi fuggi. Molti fissavano lo schermo ormai spento. Qualcuno piangeva, qualcun altro faceva i calcoli: se Israele riteneva che gli affiliati di Hamas fossero circa 40 mila e ora ne restano 20 mila (un anno fa, secondo il quotidiano Time of Israel), e se per ognuno di quei 20 mila morti spesso è stata fatta una strage, allora il numero reale degli uccisi a Gaza non è 70mila né 100mila persone, ma molto più alto?

Distruzione di Gaza ANSA EPA/MOHAMMED SABER

20, 100, 500 “danni collaterali” per ogni obiettivo

Per ogni militante di Hamas, erano consentiti anche 20 Naza, spiega un soldato. Per gli ufficiali si poteva arrivare a 100 vittime innocenti. Per un membro di altissimo livello, ne sono state uccise 500. Un soldato che ha detto di aver ucciso centinaia di persone, ha spiegato che solo una era armata. Un altro ha ricordato come sparava sulle persone che correvano per cercare cibo. Venivano uccisi anche 20 palestinesi affamati, ogni ora…

I militari predisposti per ucciderli facevano parte di forze speciali di élite, che finito l’orario di lavoro tornavano alla vita normale: andavano a casa, uscivano con gli amici. Quando erano al lavoro, invece, si divertivano. Sì, ha ammesso uno, c’era divertimento totale, eccitazione. Quasi estasi, nell’uccidere i palestinesi.

Grazie all’Intelligenza artificiale gli operatori delle forze speciali si collegavano ai cellulari dei loro obiettivi. Vedevano le loro foto, ascoltavano ciò che avveniva nella loro casa. La frase che faceva premere il dito sul pulsante che lanciava le bombe era pronunciata spesso da un bambino: «Papà è tornato a casa». A quel punto, attraverso il software Lavender, partiva il missile, poi crudelmente soprannominato Where’is daddy? (Dov’è papà?).

Ahmoud Shakshak, 36 anni, con i corpi dei suoi due figli Fady, 5 anni, e Sara, 8 anni, uccisi dagli israeliani nel campo profughi di Al Shatea a Gaza City, Ansa, EPA/MOHAMMED SABER

Nel corso del film non si vedono violenze. Solo qualche esplosione. Mentre si ascoltano le atrocità commesse, l’occhio della telecamera scruta negli appartamenti di Tel Aviv, mostrando squarci di vita quotidiana. Sembra quasi irreale rispetto alle violenze raccontate.

La distruzione sistematica di case, hotel, scuole, strade e persone a Gaza doveva avvenire il più in fretta possibile, spiega un intervistato, prima di perdere la legittimazione internazionale. Prima di andar via, bruciavano tutto. Alcuni soldati si erano talmente specializzati, che per ridurre in cenere un’abitazione in un caso hanno impiegato solo 9 minuti. Un soldato racconta dei corpi dei palestinesi uccisi dai soldati e poi mangiati dai cani: non è riuscito a guardarli fino alla fine. Altri colleghi, invece, sì. Un soldato ricorda di essere stato in Polonia, a visitare i campi di concentramento. «Credo ancora – afferma – che i nazisti sono il male, ma intanto mi chiedo: cosa sono io?».

Il ddl antisemitismo approvato in Commissione

Del film Naza si parla anche a proposito del ddl antisemitismo che il 2 ottobre (è però probabile uno slittamento) sarà discusso alla Camera. Oggi, il disegno di legge è stato approvato in Commissione, col voto favorevole della maggioranza, di Italia Viva e di Azione. Hanno votato contro M5S, Avs e Futuro nazionale, si è astenuto +Europa mentre il Pd, diviso al suo interno (uno dei disegni di leggi confluito nel ddl è di Graziano Delrio) non ha partecipato al voto.

Dal primo a tre ottobre sono previsti presidi e manifestazioni in tutta Italia. Il 2 ottobre, a Roma, è stata convocata una manifestazione nazionale contro quella che è stata definita una legge bavaglio dalla Federazione nazionale della stampa e da oltre cento organizzazioni, tra cui Amnesty international, Anpi, la Rete italiana pace e disarmo. Contro il ddl si sono espressi anche intellettuali ebrei e circa 3mila accademici, tra docenti, ricercatori e dottorandi. Tra loro, anche organizzazioni e figure di spicco del panorama culturale ebraico, come Voce ebraica per la pace, Carlo Ginzburg, Anna Foa, Simon Levis Sullam.

Se, come si evince dal Rapporto annuale sull’antisemitismo in Italia del Cdec (Fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea) allegato al disegno di legge, sono da considerare atti di antisemitismo anche vignette e sketch comici che prendono di mira il premier israeliano Netanyahu, a maggior ragione un film come Naza, che denuncia il genocidio a Gaza.

Le critiche al ddl antisemitismo riguardano l’adozione della definizione di antisemitismo dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (International Holocaust Remembrance Alliance – IHRA). Per molti oppositori del disegno di legge può portare a ritenere antisemitismo anche la critica al governo israeliano. Preferibile dunque la Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo (JDA), proposta nel 2021 da un gruppo di studiosi esperti di storia dell’Olocausto, studi ebraici e sul Medio Oriente.

Un palestinese mutilato cammina tra le rovine del quartiere di Al Tuffah nella parte orientale di Gaza City. Foto Ansa, EPA/MOHAMMED SABER

Tornando a Naza, il film – programmato inizialmente per soli tre giorni, dal 28 al 30 settembre – è stato sold out sin dal primo giorno, tanto che si valutano altre proiezioni, mentre The Guardian, l’autorevole quotidiano britannico che lo ha prodotto, ha annunciato che da novembre verrà reso pubblico sul proprio sito.

L’esperimento di Milgram e la banalità del male, ancora oggi

I militari israeliani intervistati nel film Naza alla domanda: «Perché lo hai fatto?». Hanno risposto: «non lo so», oppure: «eseguivo gli ordini». Torniamo dunque all’esperimento di Milgram, compiuto per la prima volta nel 1961: tre mesi prima era iniziato a Gerusalemme il processo ad Adolf Eichmann, ritenuto uno dei principali responsabili dello sterminio nazista.

La domanda a cui Milgram voleva dare risposta era: è possibile che Eichmann e gli altri complici stessero solo eseguendo gli ordini? Si organizzò quindi un esperimento: vennero reclutati tramite annunci sui giornali 40 volontari, tutti maschi, dai 20 ai 50 anni. Fu dato loro il ruolo di “istruttore” che doveva punire con scosse elettriche un allievo (un complice dello sperimentatore) se sbagliava delle risposte. Le scosse andavano da un minimo di 15 a un massimo di 450 volt. A 300 volt la vittima, d’accordo con lo sperimentatore, fingeva di svenire. All’istruttore veniva fatta provare una scossa di 45 volt. Ebbene, si sperimentò che, nonostante le grida di dolore e nonostante quel comportamento violasse i loro principi morali, 26 persone inflissero il massimo della potenza alle scosse (400 volt) perché pressate dallo sperimentatore con frasi come: «è indispensabile che lei continui», «non ha scelta, deve proseguire». Solo in un caso l’esperimento fu interrotto. Tre istruttori ebbero le convulsioni, alcuni si fermarono prima o subito dopo la scossa da 300 volt. L’esperimento di Milgram dimostrò che persone comuni e mentalmente sane possono compiere atti di crudeltà se guidate da un’autorità ritenuta legittima, non ritenendosi responsabili di ciò che compiono.

Ma la loro coscienza: anche quella sarà tranquilla e sentirà di aver solo eseguito gli ordini?

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