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Italia > Se ne discute

Rabbino malmenato, attacchi alla Chiesa e islamofobia. Perché il ddl antisemitismo?

di Sara Fornaro

Sara Fornaro

Voce ebraica per la pace: «È il momento di opporsi a ogni forma di censura e difendere il diritto di criticare, discutere e dissentire». Intervista a Ilaria Del Mastro, infermiera di Sanitari per Gaza e volontaria della Global Sumud Flotilla: il momento più duro, in carcere in Israele, fu quando vedemmo le divise da detenuti per i bambini

Presidio davanti Montecitorio, a Roma, sede della Camera, per protestare contro il ddl antisemitismo. Foto di Sara Fornaro

Un rabbino è stato aggredito nei giorni scorsi a Milano, mentre era alla fermata del bus. Tre ragazzi lo hanno deriso e gli hanno sottratto il cappello, poi quando il rabbino ha iniziato a filmarli, uno gli ha sferrato un calcio. Le aggressioni e gli atti vandalici per motivi religiosi non sono, purtroppo, una novità e non solo per l’antisemitismo. Sono infatti in aumento anche gli attacchi ai simboli cristiani e l’slamofobia.

Lo scorso 22 agosto, ad esempio, mentre papa Leone XIV visitava San Marino, qualcuno ha profanato e vandalizzato il vicino convento dei Padri Serviti di Valdragone. Negli stessi giorni nel parco urbano Murata Gigotti di Coppito, in Abruzzo, è stata decapitata una statua della Madonna. Numerosi gli episodi simili in tutta Europa. Il più grave in Ucraina, dove il 23 agosto scorso è stato ucciso un monaco cristiano e un altro è stato ferito gravemente nei pressi del Monastero della Santa Dormizione di Sviatohirsk, nella regione di Donetsk.

Un sacerdote della rete Preti contro il genocidio a Gaza al presidio davanti Montecitorio, a Roma, sede della Camera, per protestare contro il ddl antisemitismo. Foto di Sara Fornaro

L’Agenzia dell’Ue per i diritti fondamentali (FRA): il conflitto a Gaza ha provocato picchi di antisemitismo e odio verso i musulmani

Secondo il rapporto 2025 dell’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (Fra), «il perdurare del conflitto a Gaza ha contribuito a picchi di antisemitismo e di odio anti-musulmano nell’UE». Se cresce l’antisemitismo, infatti, non se la passano meglio i musulmani. Quasi un musulmano su due ha dichiarato di subire discriminazioni razziali. Le più colpite sono le donne con il velo islamico, l’hijab. Qui è come se scattasse una sorta di cocktail letale, per tre diversi fattori: il loro genere (la violenza sulle donne è tra le più diffuse), l’etnia (sono solitamente straniere) e la religione musulmana, subito evidente per l’uso di abiti tradizionali. Vengono insultate, spintonate e discriminate nella ricerca del lavoro e di un’abitazione. Sotto accusa, secondo l’Agenzia, anche le campagne d’odio dell’estrema destra, che spesso portano alla “caccia allo straniero” o a plateali provocazioni, anche di esponenti delle forze politiche.

Presidio davanti Montecitorio, a Roma, sede della Camera, per protestare contro il ddl antisemitismo. Foto di Sara Fornaro

La legge Mancino contro le discriminazioni e il ddl antisemitismo

Tornando al caso del rabbino di Milano, fortunatamente le forze dell’ordine hanno tempestivamente fermato il responsabile del calcio, accusato di «propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, religiosa e etnica». La legge di riferimento è la 205 del 25 giugno 1993, la cosiddetta Legge Mancino, che sanziona e condanna frasi, gesti, azioni e slogan aventi per scopo l’incitamento all’odio e alla violenza, la discriminazione e la violenza per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali. Non ci sarebbe dunque assoluto bisogno di una legge ulteriore, come invocato da forze dell’ordine di centro destra e centro sinistra, che stanno portando avanti il cosiddetto disegno di legge (ddl) sull’antisemitismo.

Un provvedimento contestato da giornalisti, docenti universitari, organizzazioni come Amnesty international e preti contro il genocidio a Gaza, che il 22 settembre faranno una processione al centro di Roma, anche da una parte degli ebrei presenti in Italia, che l’additano come una legge bavaglio nei confronti del dissenso politico al governo israeliano, reo – secondo l’Onu – di aver commesso – e di continuare a farlo – il genocidio di palestinesi a Gaza e di impossessarsi delle loro terre in Cisgiordania.

Presidio davanti Montecitorio, a Roma, sede della Camera, per protestare contro il ddl antisemitismo. Foto di Sara Fornaro

Secondo quanto pubblicato su Instagram dall’organizzazione Voce ebraica per la pace, infatti, «combattere l’odio contro gli ebrei non significa mettere a tacere il dissenso. Proteggere la libertà di espressione significa permettere anche le opinioni scomode, radicali e controverse». Il problema, spiegano, «non è combattere l’antisemitismo – è sacrosanto farlo –, ma il rischio che un parametro controverso finisca per creare un clima di paura e autocensura attorno alla critica politica verso Israele».

Con il ddl approvato al Senato, che sarà discusso il 2 ottobre alla Camera, spiegano da Voce ebraica per la pace, sarà difficile distinguere la critica politica dall’accusa di antisemitismo. Eppure, antisemitismo è diverso da antisionismo. Ecco perché, affermano, «è il momento di opporsi a ogni forma di censura e difendere il diritto di criticare, discutere e dissentire. Perché una democrazia non si misura da quanto facilmente riesce a zittire il dissenso. Si misura da quanto è capace di proteggerlo».

Tra le tante organizzazioni che si oppongono al ddl antisemitismo ci sono anche i Sanitari per Gaza. Medici, infermieri e personale sanitario di tutta Italia che, a partire dalla Toscana, da anni hanno avviato il digiuno per Gaza e protestano contro il “sanitaricidio”. Personale sanitario e giornalisti, del resto, sono tra le categorie più prese di mira e uccise dai soldati israeliani dell’IDF.

Presidio davanti Montecitorio, a Roma, sede della Camera, per protestare contro il ddl antisemitismo. Foto di Sara Fornaro

Tra coloro che hanno manifestato il 9 settembre a Montecitorio, davanti alla Camera dei deputati, nella manifestazione 100 associazioni contro il ddl antisemitismo, c’era anche Ilaria Del Mastro. Infermiera presso l’ospedale romano San Giovanni Addolorata, ha anche preso parte all’ultima missione di pace verso Gaza della Global Sumud Flotilla. Un’esperienza fortissima, racconta, durante la quale, quando sono stati incarcerati, si sono ritrovati tra le mani le divise da carcerati per i bambini… Israele, del resto, come denunciato da Save the children, è l’unico Stato al mondo che persegue e processa i (soli) bambini palestinesi nei tribunali militari.

L’infermiera Ilaria Del Mastro, di Sanitari per Gaza, al presidio davanti Montecitorio, a Roma, sede della Camera, per protestare contro il ddl antisemitismo. Foto di Sara Fornaro

Ilaria Del Mastro, come mai ha partecipato alla manifestazione “No al DDL Antisemitismo”?

Io ho partecipato con Sanitari per Gaza, di cui faccio parte, ma erano presenti tantissime associazioni con cui noi facciamo rete. Mi sento di dire che faccio parte anche della Global Sumud Flotilla, perché sono partita con loro. Faccio parte della causa e la causa è non chiudere la bocca alle persone che vogliono lottare per i diritti umani: che siano quelli dei palestinesi, che sia per quanti muoiono nel cimitero del Mediterraneo… I diritti di chiunque. Di chiunque non viene preso in considerazione come essere umano. Il nostro governo sa con cosa sta “giocando”? Con i diritti delle persone, con i diritti degli esseri umani. Noi siamo sempre più allibiti.

Perché come personale sanitario vi siete mobilitati per Gaza e la Palestina?

Noi ci mobilitiamo perché innanzitutto non è finito quello che è cominciato, in un certo modo, da tantissimi anni in modo così crudele e, anche adesso, in forma genocidaria. Noi protestiamo contro il “sanitaricidio”, perché è stato fatto anche questo in Palestina da Israele, cioè l’uccisione mirata degli operatori sanitari e il considerare le strutture ospedaliere e sanitarie come dei bersagli dei bombardamenti. È questo il sanitaricidio. In questo modo, Israele toglie la possibilità al popolo palestinese di essere curato, di vivere la vita, ma noi abbiamo giurato di difendere la vita, di curare le persone. Lì viene impedito a noi ed ai nostri colleghi palestinesi. Il nostro è un segno di solidarietà con loro. Se potessimo, noi partiremmo tutti per andare a stare al loro fianco.

Lei è partita con la Global Sumud Flotilla: una missione che richiede coraggio e anche una certa forza mentale e fisica. Cosa avete vissuto quando i soldati israeliani vi hanno sequestrati?

Abbiamo vissuto la paura. L’abbiamo vissuta tutti. Anche prima di partire. Eravamo tutti molto convinti di ciò che stavamo per fare, ma la paura c’era. Ci chiedevamo: cosa mi faranno? Cosa mi succederà? Anche considerando quello che era successo l’ottobre precedente agli altri attivisti. 

Come lo avete affrontato?

Devo dire che il Movimento della Global Sumud Flotilla ci ha preparati molto bene. Già prima di partire sapevamo quello a cui saremmo andati incontro. Abbiamo anche fatto delle simulazioni e mi ha aiutato molto. Non mi hanno tolto tutte le paure, però mi hanno aiutato molto. Avevo un obiettivo e mi dicevo: quello che mi sta succedendo adesso, quello che ho vissuto in questi giorni, in questo mese e mezzo, al popolo palestinese succede da anni e loro resistono, perché mai non dovrei farcela io? Questo è stato il mio pensiero continuo, dire: loro ce la fanno, forza Ilaria, non ti arrendere.

Qual è stato il momento più duro?

In tantissimi momenti ho provato sconforto, paura, perché il tempo non passava mai, perché non sapevo cosa ci avrebbero fatto il momento dopo, il giorno dopo. Ma ho avuto un momento di emozione fortissima, che mi ha preso nel profondo del cuore, quando hanno distribuito le divise da detenuti dentro il carcere e hanno tirato fuori da questi sacconi enormi anche le divise dei bambini. Vederle [racconta con le lacrime agli occhi, ndr] mi ha fatto piangere. In quel momento mi sono detta: non ti scoraggiare, Ilaria, non è possibile. Anzi, credici ancora di più, sempre di più.

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