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Mondo > Politica

Elezioni in Israele: chi sono i favoriti dai sondaggi?

di Bruno Cantamessa

- Fonte: Città Nuova

Bruno Cantamessa Autore Citta Nuova

Manca meno di un mese alle elezioni politiche israeliane, fissate per il 27 ottobre 2026. La campagna elettorale è in corso da anni, anzi di fatto dal giorno dopo le elezioni del novembre 2022, che diedero vita all’esecutivo più longevo e più a destra della storia di Israele, il Netanyahu VI

Discorso Netanyahu all’Onu, foto dell’ufficio stampa di Netanyahu, Ansa

Il discorso del premier Benjamin Netanyahu all’Assemblea generale dell’Onu del 24 settembre scorso si comprende forse meglio se lo si inquadra nella prospettiva elettorale israeliana, perché i sondaggi rilevano che la riconferma dell’attuale governo non è scontata, anche se non è da escludere. La campagna elettorale si gioca da mesi sulla contrapposizione fra Netanyahu e il principale esponente dell’opposizione, l’ex capo di stato maggiore Gadi Eizenkot, leader del partito di centro destra Yashar!, da lui fondato nel settembre 2025 proprio per opporsi alle politiche del Likud e dell’estrema destra, alleati con alcuni partiti religiosi ultraortodossi, che formano l’attuale governo israeliano.

Cosa ha detto Netanyahu alle Nazioni Unite?

Ha detto poche cose, nessuna nuova, e sembra che le abbia dette soprattutto, se non esclusivamente, per convincere qualche israeliano in più a votare per lui. In sostanza ha difeso l’operato del suo governo attaccando e demonizzando i nemici, com’è nel suo stile. La frase più incisiva, pungente e precisa – come afferma David Horowitz su Times of Israel – l’ha rivolta contro il sindaco musulmano (e socialista) di New York, la città in cui Netanyahu era ospite: «Ecco la semplice verità. Israele non ha commesso un genocidio. Israele ha impedito un genocidio. Ed è esattamente ciò che gli amici di Hamas del signor Mamdani ci avrebbero fatto se non li avessimo fermati. Ci avrebbero uccisi tutti, fino all’ultimo».

Questa è la logica del premier israeliano: non è colpa sua se per attaccare “il nemico” palestinese Israele ha “dovuto” ammazzare molte decine di migliaia di terroristi. E secondo una certa ideologia che non dispiace a Netanyahu ed ai suoi alleati di estrema destra, tutti i palestinesi sono terroristi, nessuno escluso. Anche gli oltre 20 mila bambini uccisi a Gaza.

I corpi di Abdallah Qadoum e di sua figlia Mariam giacciono all’ospedale Al Shifa di Gaza City, 7 giugno 2026. Abdallah e la figlia di otto anni sono stati uccisi il 6 giugno insieme ad altri cinque palestinesi, mentre oltre 20 persone sono rimaste ferite in seguito a un raid aereo israeliano nel quartiere di Al Remal a Gaza City. Foto Ansa, EPA/MOHAMMED SABER

Ironia della sorte, dietro il “mondo al contrario” di Netanyahu salta fuori una famosa dottrina: la dottrina Dahya, formulata già una ventina d’anni fa dall’allora comandante settentrionale delle Idf, che rispondeva al nome di Gadi Eizenkot, quell’Eizenkot. Dayha è il quartiere sciita di Beirut in cui avevano sede i vertici di Hezbollah.

Gadi Eisenkot, leader del partito Yashar, durante la presentazione della lista dei candidati alle elezioni per la 26ª Knesset, Rosh HaAyin, Israele, 7 settembre 2026. Credit: ANSA/EPA/ABIR SULTAN.

Diceva all’epoca (2006) Eizenkot parlando dei bombardamenti su Dahya: «Eserciteremo un potere sproporzionato contro [di loro] e causeremo danni e distruzioni immensi. Dal nostro punto di vista, queste sono basi militari. […] Questo non è un suggerimento. È un piano che è già stato autorizzato. […] Danneggiare la popolazione è l’unico mezzo per frenare Nasrallah».

Personalmente preferisco quanto affermava già nel 2014 Richard Falk, professore di diritto internazionale a Princeton: questa «dottrina della violenza occorre chiamarla con il suo nome proprio: terrorismo di Stato». So che la “dottrina del più forte” va oggi per la maggiore da molte parti, in particolare a Washington e Tel Aviv, ma spero e temo che non durerà molto: se non altro, quando saremo estinti come genere umano il problema sarà radicalmente ridimensionato. Nonostante tutto, però, spero fortemente che il partito di Eizenkot – Yashar! – e la coalizione che guiderà riescano a prevalere.

Quello che mi sembra interessante è il programma in 10 punti di Yashar!. Alcuni di questi punti sembrano particolarmente portatori di novità, se saranno attuati. Il primo prevede l’istituzione di una Commissione statale per indagare sull’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e sulle responsabilità del governo israeliano di non aver reagito in anticipo per scongiurare la strage. Il terzo punto del programma di Yashar! ipotizza l’integrazione nel servizio militare degli haredi ultraortodossi e degli arabi israeliani. Il settimo sostiene la tutela dei diritti delle minoranze, dei diritti umani e lo stato di diritto, preservando l’indipendenza legislativa e giudiziaria e introducendo limiti al mandato del primo ministro. L’ottavo punto chiede di ridurre la polarizzazione sociale per rinnovare la fiducia pubblica e «preservare Israele come stato ebraico e democratico», promuovendo «un ebraismo inclusivo e rispettoso, in modo che tutti i cittadini possano mantenere la propria fede e il proprio stile di vita», ampliando inoltre l’indipendenza delle autorità locali.

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