Ginevra, Svizzera, 16 settembre 2025. Navi Pillay, presidente della Commissione internazionale indipendente di inchiesta dell’Onu sui Territori palestinesi occupati, affermava: «Israele ha commesso un genocidio contro il popolo palestinese a Gaza» e sta continuando a commetterlo. Gli eventi del 7 ottobre 2023 (il massacro degli israeliani da parte di Hamas, ndr) «sono stati preceduti da decenni di occupazione e repressione illegali sulla base di un’ideologia che imponeva l’allontanamento della popolazione palestinese dalle proprie terre e la sua sostituzione».
Oggi, 9 ottobre 2026, poco più di un anno dopo, Navi Pillay ha ricevuto il premio Nobel per la Pace per il suo eccezionale coraggio, per l’integrità con cui «ha aperto la strada verso un ordine legale globale più completo» e per essere stata «determinante nel garantire che i crimini di guerra, i crimini contro l’umanità e il genocidio siano perseguiti».
In un momento storico in cui i «giudici sono sanzionati, e le loro istituzioni sono attaccate», per il Comitato per il Nobel «abbiamo bisogno di persone di coraggio, visione e determinazione» come Pillay. Chi sperava – già da qualche anno, in realtà – che il Premio venisse assegnato ai bambini palestinesi o ai medici che operano in condizioni disumane a Gaza, non è stato deluso. Se è stato riconosciuto il genocidio, è anche grazie al suo lavoro. Pillay ha dedicato il Premio «ai sopravvissuti a crimini internazionali», spiegando che «i diritti umani sono sotto attacco politico, dobbiamo essere uniti nel difendere lo stato di diritto».
Del Nobel a Pillay dovrà farsene una ragione il presidente statunitense Donald Trump, che ancora ieri rivendicava il Premio spiegando: «Ho risolto 8 conflitti e ho evitato, forse, la distruzione totale del mondo, perché l’Iran non avrà mai un’arma nucleare». A lui si è riferita Pillay dopo la notizia del riconoscimento: «Se applaudite un po’ più forte – ha scherzato –, forse dividerò il premio con Trump», un chiaro riferimento a quanto fece lo scorso anno Maria Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana all’allora presidente Nicolás Maduro, poi deposto e rapito dagli Stati Uniti.

Navi Pillay, premio Nobel per la Pace 2026, è stata presidente della Commissione internazionale indipendente di inchiesta dell’Onu sui Territori palestinesi occupati. Ansa, EPA/MARTIAL TREZZINI
Chi è Navi Pillay
85 anni compiuti lo scorso 23 settembre, Navi Pillay è una sudafricana di origini Tamil: il gruppo etnico originario dell’area tra India e Sri Lanka. Donna e di colore, ha conosciuto la discriminazione razziale e di genere sin dall’infanzia, ma è riuscita a infrangere numerosi “tetti di cristallo”, diventando, tra l’altro, prima donna non bianca dell’Alta corte del Sudafrica. Impegnata da sempre per i diritti umani, Pillay fu protagonista della battaglia legale per riconoscere il diritto ad avere assistenza legale dei prigionieri del carcere di Robben Island, in cui era rinchiuso anche Nelson Mandela.
Nella sua carriera Pillay è stata giudice del Tribunale penale internazionale per il Ruanda e della Corte penale internazionale, alta commissaria delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e presidente della Commissione Internazionale Indipendente delle Nazioni Unite per l’inchiesta sui Territori Palestinesi Occupati. Oggi Navi Pillay è giudice della Corte internazionale di giustizia nel caso in cui il Myanmar è accusato di genocidio nei confronti della minoranza musulmana dei Rohingya.
Le motivazioni del Nobel per la Pace
«Il Comitato norvegese ha deciso di assegnare il premio Nobel per la pace per il 2026 a Navanethem “Navi” Pillay per i suoi sforzi per promuovere la pace e il diritto internazionale». Già al momento di assegnare il primo Nobel, 125 anni fa, ha spiegato il Comitato, era chiaro che una «pace duratura deve essere costruita sui principi giuridici, non sulla volontà del forte o di un fragile equilibrio di potere». Tuttavia, «le grandi potenze si sono spesso sottratte alle proprie responsabilità». E così, «i casi avviati in base al diritto internazionale hanno portato a esiti diversi a seconda di chi fosse l’autore della violazione e chi la vittima». In questo momento storico, con «sfide esistenziali – tra cui più guerre e conflitti di quanti il mondo abbia visto da molto tempo – il diritto internazionale non è più solo un supplemento alla pace e alla sicurezza. È una necessità assoluta». Oggi, però, il sistema del diritto internazionale è «sottoposto a una pressione enorme, e le sue istituzioni sono sotto attacco».

Manifestazione per Gaza a San GIovanni, Roma, foto di Sara Fornaro,
Da qui un forte atto simbolico, con l’attribuzione del Nobel a Pillay, che col suo lavoro «ha dimostrato che le misure legali possono aiutare a prevenire atti di guerra e di violenza». Con questo Premio, «il Comitato norvegese per il Nobel vuole ricordare al mondo che lo stato di diritto – nazionale e internazionale – è alla base del sistema che abbiamo istituito per garantire la pace e risolvere i conflitti in modo non violento. La pace richiede giustizia. Un mondo che opera senza lo stato di diritto è ingiusto, incauto e disumano. I giudici – quelli che custodiscono la sottile linea rossa tra ordine e caos – meritano dunque pienamente la nostra lode».
Oggi, con i giudici sanzionati e le loro istituzioni attaccate, «abbiamo bisogno di persone di coraggio, visione e determinazione – qualità che Navi Pillay dimostra nel suo lavoro». Presso il Tribunale penale internazionale per il Ruanda, Pillay «ha stabilito che lo stupro e la violenza sessuale potevano costituire un crimine contro l’umanità – oltre che un genocidio». Grazie a lei, «nell’ambito dello stesso procedimento, per la prima volta un imputato è stato accusato di istigazione al genocidio esclusivamente sulla base della diffusione della propaganda». Il riferimento è a Ferdinand Nahimana, Hassan Ngeze e Jean-Bosco Barayagwiza, ritenuti colpevoli di genocidio nel Ruanda per la propaganda e i discorsi d’odio. L’impegno di Navi Pillay per la giustizia e la dignità umana è, dunque, fonte di speranza e ispirazione per tutti coloro che cercano di realizzare un mondo più pacifico.
Il giudizio su Gaza: Israele ha commesso e sta commettendo genocidio
Dopo la strage di Hamas del 7 ottobre 2023, è iniziata la vendetta sproporzionata di Israele, che ha massacrato la popolazione civile, demolendo ospedali e case. La Commissione delle Nazioni Unite per l’inchiesta sui Territori Palestinesi occupati guidata da Pillay, dopo due anni di indagini, nel settembre 2025 ha stabilito che Israele ha commesso e sta ancora commettendo il genocidio dei palestinesi.

Parenti piangono per la morte di una bambina a Gaza, dopo gli attacchi dell’esercito israeliano. Foto Ansa, EPA/HAITHAM IMAD
Quattro gli atti di genocidio che, secondo la Commissione, hanno commesso le autorità e le forze di sicurezza israeliane contro i palestinesi nella Striscia di Gaza: «primo, l’uccisione di membri del gruppo; secondo, l’inflizione di gravi lesioni fisiche o mentali a membri del gruppo; terzo, l’imposizione deliberata al gruppo di condizioni di vita calcolate per provocarne la distruzione fisica, totale o parziale; e quarto, l’imposizione di misure volte a impedire le nascite all’interno del gruppo». I crimini commessi erano confermati dalle stesse dichiarazioni delle autorità israeliane.
La Commissione dell’Onu aveva dunque concluso che «le autorità israeliane e le forze di sicurezza israeliane hanno l’intento genocida di distruggere in tutto o in parte i palestinesi nella Striscia di Gaza. I leader politici e militari israeliani sono agenti dello Stato di Israele. Pertanto, i loro atti sono attribuibili allo Stato di Israele». Per incitamento al genocidio, sotto accusa anche molti leader politici e militari israeliani, «tra cui il presidente Isaac Herzog, il primo ministro Benjamin Netanyahu, e l’allora ministro della Difesa Yoav Gallant».

I familiari del giovane palestinese Omar Mohammad Toubasi, ucciso da coloni israeliani, durante il suo funerale in Cisgiordania, il 7 settembre 2026. Ansa, EPA/ALAA BADARNEH
L’appello a fermare Israele anche a Gerusalemme Est e in Cisgiordania
La relazione di Pillay concludeva due anni di lavoro, dopo l’esame di oltre 16 mila documenti e prove. Di fronte ad un genocidio ancora in corso, Pillay raccomandava «a tutti gli Stati membri, in particolare a coloro che hanno influenza su Israele, di ottenere l’immediata cessazione dell’uccisione e del ferimento dei civili a Gaza, di garantire l’accesso umanitario nella Striscia, di prevenire ulteriori perdite di vite umane, e di sospendere i trasferimenti di armi o assistenza finanziaria che potrebbero contribuire a ulteriori atti di genocidio».
Il genocidio in corso a Gaza, aveva sottolineato Pillay, «rappresenta un oltraggio morale e un’emergenza giuridica. Gli Stati membri devono agire immediatamente. Non c’è bisogno di aspettare che la Corte internazionale di giustizia dichiari ufficialmente che si tratta di un genocidio. Tutti gli Stati hanno l’obbligo di impiegare qualsiasi mezzo in loro potere per prevenire la commissione del genocidio. Quindi esortiamo gli Stati membri a garantire che i responsabili di eventuali crimini commessi ne rispondano e a prevenire la commissione di ulteriori crimini, non solo a Gaza, ma nell’intero Territorio palestinese occupato».

Francesca Albanese, relatrice speciale per le Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI
Le sanzioni a Francesca Albanese e le dimissioni dei giudici
Qualche mese prima di queste dichiarazioni di Pillay, agli inizi di luglio 2025, gli Stati Uniti di Donald Trump avevano inflitto le prime sanzioni a Francesca Albanese, relatrice speciale per le Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati, “rea” di aver pubblicato i dati di chi guadagna sui crimini commessi a Gaza. Nella quasi indifferenza internazionale, le erano stati congelati i beni posseduti negli Stati Uniti, le era stato impedito l’accesso ai conti correnti e le era stato vietato l’accesso negli Usa. Successivamente, Pillay si era dimessa: oltre a lei, anche i giudici Chris Sidoti e Miloon Kothari. Ufficialmente per motivi di salute, per l’età e per troppi impegni. Le dimissioni in blocco, naturalmente, avevano sollevato molte polemiche. Successivamente, gli Stati Uniti, alleato storico di Israele, hanno incredibilmente emesso sanzioni verso i giudici della Corte penale internazionale, denigrandola e invitando gli Stati membri a non aderire più allo Statuto di Roma che la istituisce.

Presidio davanti Montecitorio, a Roma, sede della Camera, per protestare contro il ddl antisemitismo. Foto di Sara Fornaro
La reazione di Israele e degli Stati Uniti
Durissimo il post pubblicato dal ministero degli Esteri di Israele, guidato da Gideon Sa’ar, poco dopo l’annuncio dell’assegnazione. «Se ci fosse un premio per menzogne, odio e libelli di sangue, Navi Pillay – si legge – sarebbe una delle favorite… Assegnare a Pillay il Premio Nobel per la Pace non è un riconoscimento della giustizia. È la grottesca strumentalizzazione di un premio per legittimare l’odio e i pregiudizi anti-israeliani. Ora che la commissione Nobel ha premiato la più grande menzogna del XXI secolo, Joseph Goebbels sta sicuramente applaudendo dall’inferno». Goebbels era il ministro nazista della propaganda. Fortissime anche le reazioni statunitensi. In un post sul social Truth, il presidente Trump ha affermato che «il Comitato per il Nobel si è reso protagonista di una vergogna irreparabile. Pillay nutre un odio dichiarato verso l’America e Israele. Ha celebrato terroristi e premiato Hamas. Ha condotto una ‘indagine’ farsa sostenendo che Israele avesse commesso un genocidio e sollecitandone il perseguimento giudiziario». Le conseguenze le ha invece elencate il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, che secondo l’agenzia di stampa Reuters ha annunciato nuove sanzioni alla Corte penale internazionale: «Vieteremo le transazioni con questo tribunale canaglia, tagliandone le sue risorse e paralizzandone la capacità operativa. Il presidente Trump – ha aggiunto Rubio – non permetterà mai alla Corte Penale Internazionale di perseguire cittadini americani». Difendono invece la Corte penale internazionale l’Italia e l’Unione europea, insieme a Paesi come Canada, Giappone e Regno Unito. Anche su questo fronte, la Nato appare sempre più divisa.
L’Italia e il disegno di legge antisemitismo
Lungi dall’aver fermato – se non con qualche dichiarazione indignata – l’alleato israeliano, il governo italiano, appoggiato da Azione, Italia Viva e da esponenti del PD, si appresta ad approvare il disegno di legge antisemitismo, che rischia di ritenere antisemita anche chi critica il governo israeliano per le violenze commesse nei confronti dei palestinesi. Un provvedimento ritenuto un “bavaglio” per la libertà di espressione garantita dall’articolo 21 della Costituzione, che appare ancora più irreale oggi, alla luce del premio Nobel per la Pace attribuito a Pillay.
Israele vieta ancora, dopo tre anni, l’accesso a Gaza ai giornalisti, ha ucciso quasi 100 mila civili – oltre 20 mila sono bambini – come “danni collaterali” (chiamati Naza dai militari) nelle sue esecuzioni contro Hamas, condotte senza un processo né una giuria. Il ddl antisemitismo è aspramente contestato anche da istituzioni ebraiche. Criticare le violazioni del diritto internazionale e battersi per il suo rispetto è un diritto democratico irrinunciabile.
