Il governo israeliano uscente non ha vinto le elezioni, anche se il Likud (il partito del premier uscente Netanyahu) e la coalizione di destra che hanno governato negli ultimi 4 anni, hanno conquistato 5 seggi in più dell’opposizione, ma questi numeri non bastano né agli uni né agli altri a sostenere una maggioranza parlamentare ( che necessiterebbe di 61 seggi). Potrebbe raggiungerla chi si alleasse con i 2 partiti arabo-israeliani (Lista Unita e Raam), la vera novità di questa tornata elettorale, che di seggi ne hanno conquistati complessivamente 19. I partiti arabi si sono detti disponibili all’alleanza diretta o indiretta con l’opposizione di Einsenkot, creando però non poco scompiglio tra i partiti di centro-destra che aderiscono alla coalizione stessa.
Invece la maggioranza uscente non ha nessuno a cui ricorrere per trovare i numeri che servono, se non manovrando per convincere qualche formazione a lasciare l’opposizione. Oppure accettare l’idea di un governo di unità nazionale che piace al presidente della repubblica Isaac Herzog, tagliando però di fatto i ponti con la destra estrema e religiosa. Oppure annullare le elezioni, rimanere al governo e far qualcosa per vincere le prossime elezioni.

Il primo ministro israeliano uscente Benjamin Netanyahu, Ansa, EPA/ABIR SULTAN
Quest’ultima sembra sia la strada scelta da Netanyahu e soci. E per annullare le elezioni cosa c’è di meglio che accusare gli avversari di brogli, finanziamenti illeciti, crimini contro lo Stato e ingerenze straniere?
«Le elezioni sono state rubate qui nello Stato di Israele», ha tuonato, secondo quanto riferiscono The Times of Israel e Adnkronos, Itamar Ben Gvir, il ministro della Sicurezza nazionale e leader del partito di estrema destra Otzma Yehudit (Potere ebraico). Gli fa eco lo Shin Bet (l’agenzia di sicurezza interna), che ha trasmesso fin dal 28 ottobre alla Commissione elettorale centrale (Cec) informazioni su presunte operazioni per influenzare le elezioni, che avrebbero coinvolto «migliaia di persone e forse anche di più». E aggiungendo di avere informazioni di intelligence che indicano il trasferimento da Paesi stranieri nemici di ingenti somme di denaro al fine di influenzare le elezioni israeliane tramite «entità con programmi occulti o addirittura ostili».
Il ministro Ben Gvir, è andato oltre chiedendo al capo dello Shin Bet, David Zini, l’immediata sospensione della certificazione dei risultati elettorali e della formazione del nuovo governo, di arrestare i leader dei partiti arabi e interrogarli «nelle celle sotterranee dello Shin Bet», anche senza il mandato della procuratrice generale dello stato Gali Baharav-Miara, che dal 2022 si è opposta più volte alle decisioni del governo, ed ha difeso tenacemente la Corte Suprema dai tentativi di Netanyahu di controllarla, negando il principio dell’autonomia della magistratura. Con mesi di proteste ogni sabato da parte di migliaia di cittadini.
La Commissione elettorale centrale ha invece approvato i risultati delle elezioni, nonostante l’astensione dei rappresentanti del Likud e del partito ultraortodosso Shas.
Il presidente della Cec, il giudice Noam Sohlberg, insieme ai rappresentanti dei partiti di opposizione, ha votato a favore dei risultati elettorali. L’approvazione fa seguito all’annuncio di non aver riscontrato alcuna prova di compromissione dell’integrità delle elezioni.
Secondo il Jerusalem Post del 4 novembre, il direttore generale ad interim della Cec, l’avvocato Dean Livne, ha affermato che «ogni richiesta pervenuta da fazioni politiche, liste di candidati e dal pubblico in generale è stata esaminata singolarmente». Livne ha aggiunto nel suo intervento: «Abbiamo una responsabilità nei confronti degli elettori e delle liste partecipanti: esaminare a fondo ogni dichiarazione, apportare le correzioni necessarie e pubblicare i nostri risultati con la massima trasparenza». Ed ha concluso ringraziando lo staff e il team legale della Cec per il loro impegno: «Grazie alla loro dedizione, abbiamo completato questo processo di supervisione e presentiamo al pubblico risultati che sono stati rigorosamente verificati e che riflettono accuratamente la decisione uscita dalle urne».
