Secondo l’Unrwa, l’82% degli edifici della Striscia di Gaza è stato danneggiato, due terzi di questi (55%) risultano distrutti. Insieme al 90% delle abitazioni e a quasi tutti gli ospedali, sono scomparse anche 136 scuole, 823 moschee, e praticamente tutte le infrastrutture e le risorse agricole. Sotto le macerie ci sarebbero, secondo stime attendibili, almeno 8 mila cadaveri e non meno di 8 mila tonnellate di bombe inesplose e materiali pericolosi, senza contare gli arsenali di Hamas ancora accumulati in sconosciuti tunnel sotterranei.
Nella prospettiva della tregua che in realtà non c’è, per i valichi controllati dall’esercito israeliano passano solo un po’ di aiuti umanitari, comunque meno di quanti se ne accumulino, e resta completamente bloccato tutto il resto: dai farmaci e dai pezzi di ricambio per i bulldozer alle decine di migliaia di case mobili e tende, ferme da più di un anno al confine egiziano. E non è difficile immaginare che il blocco, condizionato da un improbabile disarmo totale di Hamas, resterà rigido finchè ci sarà un governo Netanyahu. Se e come cambierà qualcosa si capirà dopo le elezioni del 27 ottobre e del successivo 3 novembre. Forse.
Rossella Miccio, presidente di Emergency, l’ong fondata da Gino Strada e presente nella Striscia da agosto 2024, parla di Gaza oggi definendola «un laboratorio di delegittimazione del sistema umanitario».
Anche il Board of Peace, il fantasmagorico “consiglio per la pace” che fa capo esclusivamente a Donald Trump, è talmente sospeso da risultare per adesso inesistente. Le ultime notizie dal Board risalgono a settembre scorso e parlavano di 66 progetti da realizzare in 6 mesi con una dotazione di 2,45 miliardi di dollari.
Alla prima riunione del Board, il 19 febbraio 2026 a Washington, Trump aveva annunciato 10 miliardi di dollari dagli Stati Uniti e altri 7 dagli alleati (i 28 paesi membri del Board). Tanto per cominciare, ovviamente: per ricostruire Gaza i miliardi di dollari calcolati dall’Onu sarebbero infatti almeno 70. Al momento non ci sono però neppure i 2,45 miliardi per i 66 progetti annunciati a settembre: si dice che potrebbero esserci al massimo 280 milioni nella cassa del Board.

Riunione del Board of peace negli Usa febbraio 2026 ANSA/ALESSANDRO DI MEO
Intanto, secondo i numeri forniti dall’Onu a luglio 2026, sono state rimosse a fatica 630 mila tonnellate di macerie, ma per “ricostruire” ne restano da spostare altri 60 milioni di tonnellate (comprensive di cadaveri e bombe inesplose). Per immaginare quanti siano 60 milioni di tonnellate, un paragone è quello di moltiplicare per 34 le macerie delle Torri Gemelle di New York crollate l’11 settembre 2001. Oppure moltiplicare per 12 il peso della piramide di Cheope, a Giza. Inoltre: posto che ci si riesca, dove si dovrebbero mettere 60 milioni di tonnellate di macerie? Non è stato ancora deciso.
Insomma, se consideriamo i tempi, nella migliore delle ipotesi prima di poter iniziare a ricostruire (cosa e per chi è un altro affare) ci vorranno almeno 20 anni e molto più di pochi dollari ipotetici.
Nelle intenzioni del Board, questi soldi sarebbero stati così ripartiti: 1 miliardo per infrastrutture e alloggi temporanei, compresi aiuti a sanità, istruzione e assistenza dei gazawi (circa 2 milioni di persone).
Ma la maggior parte di quei soldi, circa 1,4 miliardi, sarebbero invece destinati all’ordine pubblico e al governo (futuro): strutture di sicurezza, sedi di governo, base fortificata per forze dell’ordine, costi per reclutare e formare agenti e poliziotti, incentivi al recupero delle armi in circolazione… Ripartizione che già indica cosa si intende privilegiare: il controllo, molto più delle persone.
Comunque, qualsiasi cosa si intenda privilegiare nessun programma può prescindere dalla cooperazione delle parti coinvolte, come sottolinea anche la piattaforma Axios: «Affinché il piano possa andare avanti, il Board of Peace ha bisogno della cooperazione tra Israele e Hamas». Cooperazione che non esiste attualmente, nè la si scorge all’orizzonte. Esisteranno premesse migliori dopo le elezioni israeliane di fine ottobre? E Trump, dopo le elezioni di midterm del 3 novembre, avrà ancora la possibilità, con o senza Netanyahu al governo di Israele, di occuparsi della sua creatura, il Board of Peace, o dopo tanto strepito se ne scorderà, “in tutt’altre faccende affaccendato”?
