Un kit di sopravvivenza per 72 ore – tre giorni – per far fronte a possibili emergenze. Bisogna prepararlo davvero? “Un attacco cyber potrebbe provocare l’interruzione dei servizi economici, e per due o tre giorni si potrebbe non essere in grado di usare forme di pagamento elettronico. E siccome anche la distribuzione di alcuni servizi essenziali è digitalizzata, ci potrebbero essere dei brevi periodi di crisi”. Lo spiega il generale di corpo d’armata Giovanni Maria Iannucci, comandante del COVI, il Comando operativo di vertice interforze, che oggi ha presentato a Roma la Joint Stars 2026, la principale esercitazione interforze della Difesa.
La prima a suggerire il kit di sopravvivenza fu Kaja Kallas, alta rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri nel 2025. Con Hadja Lahbib, commissaria per la gestione delle crisi, spiegarono come preparare la “borsa della resilienza” con acqua potabile, cibo a lunga conservazione, radio a batterie, torcia, fiammiferi e coltellino multiuso, nonché documenti, contanti, un kit di pronto soccorso, prodotti per l’igiene, un power bank carico e un mazzo di carte. Ogni Stato membro avrebbe dovuto suggerire ai cittadini di prepararla. In Italia la “Strategia dell’Unione in materia di preparazione per la resilienza civile e militare di fronte a emergenze su vasta scala” non fu presa molto in considerazione. Un appello simile, tuttavia, è stato rivolto dal governo britannico alla popolazione con la campagna “Be ready” (“Siate pronti”). Nel kit del Regno Unito mancano le carte da gioco, ma ci sono prodotti per neonati e animali domestici, numeri di telefono e coperte calde.
Blocchi nei servizi, del resto, si stanno registrando anche in questi giorni. Con l’Intelligenza artificiale sono stati scoperti dei problemi nel linguaggio di programmazione PHP. Questo ha costretto interi Stati (Paesi Bassi, Francia, Finlandia, Regno Unito…) a oscurare siti istituzionali o alcune sezioni. In Italia sono stati individuati quasi 300 mila siti a rischio, che sono stati chiusi o hanno limitato le funzionalità. Molti appartengono alla Pubblica amministrazione: Ministeri, prefetture, Comuni, scuole, università e altri enti, ma anche aziende private e ospedali, come il Bambino Gesù di Roma, dove sono state sospese le prenotazioni.
Generale Iannucci, l’Italia è preparata a una guerra ibrida?
Le operazioni ibride sono sempre esistite, anche ai tempi dell’Impero romano. All’epoca della guerra fredda, i russi erano maestri della maskirovka, cioè della manipolazione delle informazioni. Il termine inglese è, invece, deception. Le cose che cambiano sono la velocità con la quale avvengono le cose, la velocità richiesta nel rispondere agli attacchi e gli strumenti a disposizione. Noi viviamo in un mondo datacentrico: sia il mondo militare che quello civile e quello economico si basano sui dati. La loro condivisione è essenziale. Questo ci espone, perché lo sa anche il nemico: ci sono degli elementi di vulnerabilità su cui stiamo lavorando. Se la domanda è: “abbiamo gli strumenti per rispondere?” la risposta è sì, li abbiamo. Ma se la domanda è: “Siamo a posto?”, no, non lo siamo ancora. Lo sforzo è fare sistema. In questo momento c’è un conflitto in atto (tra Russia e Ucraina, ndr) e c’è un conflitto latente. Mi riferisco a quello tra Stati Uniti – Israele e l’Iran. Abbiamo un Medio Oriente fortemente instabile, basti guardare il conflitto che c’è tra gli houthi yemeniti e l’Arabia Saudita, il Corno d’Africa con le tensioni tra Etiopia ed Eritrea, tra Etiopia, Egitto e Sudan. È molto complicato. Si parla di conflitto ibrido quando le azioni sotto-soglia, che cioè utilizzano strumenti non tipicamente militari come la disinformazione e gli attacchi cyber, non sono frutto di attacchi episodici, ma sono parte di una strategia complessiva, che nella maggior parte dei casi intende colpire quello che noi militari chiamiamo il “centro di gravità”, cioè la coesione, la volontà di un paese di difendere se stesso.
Come agiscono questi attacchi?
Creando disordine, creando pressione, instabilità, dipendenze economiche, creando e amplificando crisi economiche. Siamo preparati? La verità è che nessuno lo è completamente, non per negligenza né per pigrizia, ma perché le nostre economie – soprattutto quelle occidentali, ma tutte, anche quella cinese – sono aperte, hanno bisogno di interscambio. La nostra vita si basa sullo scambio di dati, è fortemente digitalizzata, e quindi è strutturalmente contraria in principio alla chiusura fisica. Tutto questo crea dei varchi e siamo naturalmente esposti a potenziali attacchi. Sono stati fatti moltissimi passi avanti. Nel mondo del cyber, ma anche nel dominio spaziale, l’Italia ha sviluppato delle capacità importanti e dovremo continuare a farlo. È particolarmente importante creare cultura e consapevolezza nella popolazione, ma anche in chi prende decisioni. Spesso le cose sono molto interconnesse: bisogna riuscire a individuare le connessioni per capire quello che in inglese viene definito il second and third order of consequences (le conseguenze di secondo e terzo ordine, ndr). Non basta capire qual è la conseguenza immediata di un atto, bisogna capire quali sono le finalità ultime, nascoste, recondite degli atti o degli attacchi di cui si può essere oggetto.
Russia e Ucraina: si parla di una tregua…
Si parla di tregua perché sono trascorsi troppi anni. Siamo nel quinto anno di conflitto: è lungo quasi quanto il conflitto mondiale. La guerra è costata tantissimo, in primo luogo in termini di vite umane, per entrambi gli schieramenti, e il conto deve ancora arrivare. Sarà difficile per tutti e due i Paesi uscire dalla guerra e tornare e fronteggiare gli effetti sociali della guerra, ma anche quelli economici. La Russia si troverà di fronte alla necessità di fare investimenti enormi per invertire la propria economia, che si è trasformata in economia di guerra per fronteggiare il conflitto. In questo momento l’economia russa richiede interventi strutturali e investimenti estremamente significativi. Il rischio grosso è che la Russia abbia bisogno di un conflitto per continuare a mantenere e a sostenere la propria economia, che è quello che in questo momento tiene in piedi il Paese.
Mi viene da pensare alla Germania, che sta riconvertendo le fabbriche automobilistiche nella produzione di armi…
Io sono stato in Germania qualche settimana fa. La popolazione tedesca crede che nei prossimi 3-5 anni la Russia potrà attaccare militarmente un Paese europeo, presumibilmente dell’area baltica o dell’area del nord, naturalmente per motivi geografici. La percezione della minaccia che abbiamo noi in Italia è differente da quella che hanno i paesi del nord, dell’Europa baltica, anche dell’Europa centrale. E questo fa sì che loro sentano un senso di urgenza che da noi non è percepito, proprio nell’investire sulla propria capacità di difesa per poter fronteggiare situazioni di crisi. Avrà letto le disposizioni che hanno dato di recente anche in Inghilterra…
Fare scorte di acqua, cibo e denaro per tre giorni, con torce e radio a manovella. Sembra il kit di sopravvivenza consigliato dall’Alta rappresentante europea Kaja Kallas…
Vero, però guardi da un altro punto di vista: purtroppo un attacco cyber potrebbe anche provocare l’interruzione dei servizi economici, e quindi per due o tre giorni lei potrebbe non essere in grado di usare forme di pagamento elettronico. E siccome, ahimè, anche la distribuzione di alcuni servizi essenziali è digitalizzata, ci potrebbero essere dei brevi periodi di crisi. C’è da dire che tre giorni sono un periodo piccolo e che, tutto sommato, io credo risponda a una valutazione, a mio parere anche corretta, del tempo che è necessario per ripristinare almeno i servizi essenziali
Conviene anche a noi italiani fare scorta di acqua, soldi, cibo per tre giorni come nel Regno unito?
Il nostro governo non si è espresso in tal senso, ma diciamo che qualche bene essenziale è sempre bene averlo, perché ci potrebbe essere un’interruzione in alcuni servizi e quindi è bene non farsi cogliere di sorpresa.
L’Italia è il Paese europeo che manda più persone e mezzi nelle missioni nel Mediterraneo, perché la stabilità dell’area è essenziale per la nostra economia. I conflitti in corso quanto ci destabilizzano?
I nostri interessi non sono solo economici e commerciali, sono anche molto securitari. Il Mediterraneo è sempre stato considerato un mare fondamentale soprattutto per il commercio. Una sorta di tessuto connettivo che metteva in comunicazione due mondi. Il transito attraverso il canale di Suez, lo stretto di Bab el Mandeb o lo stretto di Gibilterra, consente l’afflusso delle merci dall’Asia verso l’Europa. Lo stretto di Bab el Mandeb e il canale di Suez, che sono strettamente collegati, sono fondamentali per l’Italia, per la centralità del Mediterraneo, perché se sono chiusi il mare resta isolato, ma soprattutto sono fondamentali per la parte Sud del continente europeo. Queste cose ormai le hanno capite anche i Paesi che hanno interesse a creare dipendenze e destabilizzazioni. Quindi questa è una partita che, ahimè, credo che non finirà qui.
Qual è il rischio?
Nel momento in cui le merci entreranno da Gibilterra o nel momento in cui si parlerà più concretamente di rotta artica, l’Europa del sud verrà tagliata fuori e verranno interessati altri scali. Un elemento fondamentale è dato dall’interscambio: più dell’80% delle merci a livello mondiale viaggiano sul mare e quindi la sicurezza di questo flusso è fondamentale per l’economia, per la libertà e per non creare dipendenze economiche. Quello che è diverso rispetto al passato è che l’insorgere di crisi combinate tra loro amplifica, e di molto, l’effetto delle crisi stesse. Il Mediterraneo è un elemento essenziale della nostra sicurezza.
Quali sono le conseguenze per l’Italia se si bloccano Hormuz e Bab el Mandeb?
In realtà in questo momento da Hormuz passa grosso modo lo stesso quantitativo di petrolio che passava prima. Questo però non vuol dire che Hormuz è tornato a essere quello che era prima. Credo si debba fare una lettura un po’ più attenta e approfondita sia di Hormuz che di Bab el Mandeb. Da Bab El Mandeb sembra passare lo stesso quantitativo di merci di prima e da Hormuz lo stesso quantitativo di petrolio, ma il prezzo del greggio, del gas, dei raffinati rimane alto, così come rimane alto il prezzo delle materie prime e sale l’inflazione. Perché i mercati sembrano non prestare attenzione ai numeri? Perché quello che è aumentato, e di molto, sono i costi e i rischi associati.
Parla dei costi delle assicurazioni delle navi?
Assicurazioni, ma non solo. Inoltre i mercati vogliono garanzie, vogliono sicurezza, ma la sicurezza in questo momento non c’è. Improvvisamente tutti si sono resi conto che ci sono i cosiddetti choke points, cioè dei “colli di bottiglia” geografici che sono fondamentali per il passaggio delle merci e creano dipendenze, creano difficoltà di approvvigionamento, mettono in difficoltà le economie. L’economia cinese si basa moltissimo sulla capacità di produzione ed esportazione. L’Europa in larga misura si basa su un’economia di trasformazione e quindi è chiaro che mettere a sistema tutti questi choke points e tutte le crisi crea un effetto domino che non è facilmente risolvibile. Molti Paesi si stanno già muovendo, cercando rotte alternative per l’energia. Il gas viaggia molto più su nave, per cercare di eliminare le dipendenze dopo le sanzioni al gas russo, ma il gas liquefatto costa molto di più.
Quindi come bisogna organizzarsi?
I governi, e certamente anche l’Italia, dovranno attrezzarsi commercialmente, ma anche dal punto di vista securitario. Per noi Bab el Mandeb è la porta d’ingresso del nostro piano di difesa nazionale. È da lì – in realtà anche un po’ prima – che noi, anche fisicamente, iniziamo a difendere l’Italia. Il concetto di difesa si è esteso. In passato, se ripensiamo a ciò che abbiamo studiato sui libri di storia, la difesa dell’Italia era di natura geografica e comprendeva il territorio, le acque territoriali e i cieli del nostro Paese. Adesso no. Adesso tutto questo è proiettato più avanti.
Come mantenere la centralità e la sicurezza dell’Italia nel Mediterraneo?
Le due cose vanno di pari passo, nel senso che noi siamo soliti a volte dire che c’è stata negli ultimi anni, con una forte accelerazione negli ultimi mesi, una sorta di militarizzazione dell’economia. Cioè ci sono degli strumenti non tipicamente militari, che vengono usati per creare delle dipendenze e per creare “fragilità”. Questo cosa vuol dire? Noi abbiamo la fortuna di vivere in una democrazia. Le democrazie dipendono dal consenso, quindi dai cicli elettorali. È chiaro che dobbiamo porre particolare attenzione a tutto ciò che può alterare il consenso e la percezione della nostra popolazione: questo è valido per noi italiani come per tutti gli altri Paesi democratici. Su questo giocano un ruolo l’economia, le materie prime, la comunicazione, il modo in cui sapremo educare la nostra popolazione, soprattutto la popolazione giovane, a ricercare le informazioni, a informarsi in modo consapevole, perché è fondamentale. Il primo passo della difesa di un Paese è la volontà di difendersi. Se la popolazione non è determinata e non ha la volontà di difendere geograficamente quel Paese, di difendere anche i principi, le istituzioni democratiche, lo stile di vita che abbiamo abbracciato e che ci siamo dati, non c’è difesa e non c’è sistema d’arma che tenga.
