L’articolo scritto sulle violenze milanesi pubblicato lunedì su cittanuova.it ha suscitato numerose reazioni. Tra tutte riporto quella del collega francese Rocco Femia, direttore della rivista Racines, che mi ha espresso la sua perplessità sulla distinzione proposta tra Milano e Parigi. «Non tanto perché le situazioni francesi e italiane siano identiche – scrive –, quanto perché mi sembra che tu utilizzi due chiavi di lettura profondamente diverse. In Francia cerchi le ragioni sociali, economiche e politiche della rivolta. In Italia ti fermi alla noia, alla trap, a TikTok e alla voglia di impossessarsi di qualche oggetto griffato. Ma perché ciò che accade nelle banlieue francesi sarebbe espressione di una profonda frattura sociale, mentre quello che esplode nelle periferie italiane sarebbe soprattutto il prodotto di una gioventù annoiata e consumista?».
Femia enumera le ragioni espresse dai ragazzini milanesi a un collega: «Genitori che lavorano senza riuscire a vivere dignitosamente, famiglie che faticano ad arrivare alla fine del mese, adolescenti che crescono senza prospettive». Per giunta, la scuola italiana lascia molto a desiderare nel formare le coscienze dei cittadini. Conclude così: «Ho l’impressione che nel tuo articolo tu abbia finito per riconoscere ai giovani francesi una profondità sociale e politica che neghi a quelli italiani. E questo, più che una differenza tra due Paesi, mi sembra un problema di sguardo».
Ovviamente, ho scritto l’articolo sull’onda delle notizie e delle immagini che arrivavano a fiotti sui nostri schermi, piccoli e grandi, forse senza troppa distanza emotiva dagli eventi; ma in nessun modo era mia intenzione sottovalutare il malessere sottostante agli atti dei giovani casseur milanesi. Se un fenomeno sociale arriva a tali forme di violenza, non ci si può non interrogare sulle ragioni di tali violenze. E Rocco Femia esprime bene i punti nevralgici di cui tener conto, in particolare la scarsa incidenza della scuola nell’educazione civica. Recentemente, parlando con un docente toscano di un istituto tecnico ho capito l’abbandono nel quale alcune scuole vengono lasciate, popolate da figli di immigrati emarginati e senza supporto familiare adeguato, rispetto alle scuole per bene dove si concentrano i figli di famiglie bene. Bisogna capire, questo sì.
Tuttavia, vorrei sottolineare di nuovo – in modo complementare a quanto detto da Femia – l’influenza deleteria di buona parte del “sistema social” che costituisce la principale forma di aggregazione, di formazione e di informazione, tanto per i giovani milanesi che per quelli parigini, e pure madrileni, e di Tirana. Proprio in questi giorni, Mark Zuckerberg, fondatore e proprietario di Meta (Facebook, Instagram, Whatsapp…) è stato condannato a sanzioni miliardarie in New Mexico per la causa sulla violazione della privacy e le dichiarazioni ingannevoli legate al caso Cambridge Analytica. Per quanto riguarda invece il filone parallelo sulla sicurezza dei minori e le dipendenze da social network, Meta si è accordata in una causa collettiva in quasi tutti gli altri Stati statunitensi per una cifra di 18 miliardi di dollari. E altre cause plurimiliardarie si profilano all’orizzonte, intentate dai genitori di giovanissimi che hanno visto le loro vite disastrate dai social.
Appunto, i social hanno potenzialità estremamente pericolose nell’educazione dei ragazzi, soprattutto nella fase pre-adolescenziale: pensate, come mi diceva l’amico docente toscano, che questi ragazzi vedono i genitori, se li hanno, solo la sera alle venti, perché al lavoro. Dalle sette di mattina sono per qualche ora a scuola, se ci vanno, con il cellulare in mano, preda di pornografia, cyberbullismo, modelli offerti da ricchi sfondati che non hanno un minimo di visione spirituale della vita, senza cultura umanista, senza il minimo rispetto per chi i soldi non li ha, mentre il meccanismo consumista dei social colpisce a man bassa…
Sul web c’è di tutto, c’è anche la società della cura, c’è la pace, c’è l’amore vero; ma senza preparazione funzionano i soliti meccanismi delle cinque esse, che da sempre operano nei mass media, seppur oggi in forma centuplicata rispetto a televisione, giornali e radio, cioè ai media tradizionali: sesso, soldi, sangue, salute, sport. Il resto è come se non esistesse per milioni di adolescenti e preadolescenti che non hanno la fortuna di avere famiglia, scuola e parrocchia attente al loro sviluppo.
