Il cortocircuito tra la violenza verbale dei social media e la violenza urbana di piazza potrebbe offrire una chiave di lettura utile a decodificare il malessere giovanile e sociale contemporaneo, in particolare in Europa. Osservando gli episodi di disordine urbano che hanno infiammato negli ultimi giorni Parigi e Milano, ma anche Tirana e qualche settimana fa Madrid, emerge con una certa chiarezza come lo spazio pubblico e quello virtuale si specchino, s’ingigantiscano e si rilancino di continuo. Ma la sostanza sociologica, le motivazioni profonde e i codici culturali che muovono le folle nei diversi contesti sono particolari: la casa in Spagna, le barriere sociali in Francia, la noia in Italia, questioni politiche in Albania.
I minorenni di Milano
A Milano − pensiamo ai disordini scoppiati nel centro storico, davanti al Duomo, in corso San Babila, in via Dante e piazza Cairoli durante eventi convocati via TikTok e Instagram − la matrice della violenza urbana appare spesso separata da una vera motivazione politica. I social network non appaiono lo strumento di organizzazione di un fronte ideologico, ma il fine stesso dell’azione. L’obiettivo che sembra primario è la produzione di contenuti da dare in pasto all’algoritmo: stories, reel e video virali per ottenere visualizzazioni e notorietà digitale.
Gli scontri con le forze dell’ordine e gli atti di vandalismo si mescolano a episodi di microcriminalità e saccheggio mirato per rubare orologi e telefonini, abiti griffati e cibi costosi. Non si protesta contro un sistema politico astratto, non si combatte come i no-tav per una ragione ambientale, ma si assaltano negozi per esibire status symbol. Le persone fermate per i due giorni di assalti e saccheggi sono 271, di cui 220 sono ragazzini minorenni, italiani e italiani di seconda generazione.
Quello scoppiato a Milano sembra un fenomeno di ribellione individualista, fortemente legato alla sottocultura trap e a un disagio esistenziale giovanile che si esprime attraverso la mercificazione aggressiva del desiderio. Si distrugge per esserci, per riprendersi con lo smartphone e sentirsi “qualcuno” sullo schermo di migliaia di follower. C’è molta noia dietro gli scontri.
In Francia proteste politiche
A Parigi e nella regione dell’Île-de-France, ma anche in altre regioni transalpine, la dinamica della rivolta assume una dimensione drammaticamente politica, radicata nelle profonde faglie che colpiscono da qualche anno la Repubblica francese. Nelle banlieue parigine e delle altre grandi città del Paese − si ricordano le violente le rivolte del 2005 e, più recentemente, della rabbia esplosa dopo la morte del giovane Nahel −, le proteste affondano le radici in decenni di segregazione urbana, discriminazione razziale e disoccupazione strutturale. Non si tratta solo di ragazzini in cerca di like, ma di intere comunità ai margini che urlano contro l’esclusione sociale e il razzismo percepito nelle istituzioni e nelle forze dell’ordine. La crescita della destra lepenista non fa che radicalizzare ulteriormente queste comunità escluse dalla crescita sociale.
Allargando lo sguardo alla galassia delle proteste francesi, bisogna prendere altresì sul serio il movimento dei gilet jaunes, tornato alla ribalta in questi giorni, movimento che ha evidenziato un’altra frattura profonda: la rivolta contro il carovita, la precarizzazione della classe media e la storica, eccessiva centralizzazione del potere a Parigi (“Jupiter” Macron e il distacco delle élite parigine dalla provincia). La crisi economica della Francia è ormai tale da poter ipotizzare una similitudine con alcuni parametri (debito pubblico, produttività, spread…) che sembravano esclusiva italiana e greca.
A Parigi e in Francia le piazze si interrogano sul senso stesso del contratto sociale e della democrazia repubblicana: dove sono finite liberté, égalité, fraternité? La violenza urbana, seppur spesso cieca e distruttiva, e comunque alimentata dalla Rete, si fa portatrice di un conflitto politico e identitario che mette in discussione i fondamenti dello Stato e la sua tendenza all’assimilazione, e non al rispetto delle diversità.
Il fuoco della banlieue
Dunque, mentre Milano offre l’immagine di un disagio giovanile frammentato, cinico e digitalmente mercificato − dove si rincorre il mito fatuo del consumismo fine a sé stesso e della visibilità social −, Parigi incarna ancora una volta la grande tragedia della modernità politica. Nella capitale francese la piazza resta il luogo in cui si scontrano questioni irrisolte di giustizia sociale, disuguaglianze strutturali e il fallimento storico dell’integrazione à la française, dimostrando che il fuoco della banlieue o la rabbia della provincia profonda parlano una lingua molto più antica e dolorosa rispetto ai post su TikTok.
I social e le violenze
Resta che le forme delle proteste, l’uso dei social e la comune deriva violenta avvicinano le piazze e mostrano una irrisolta qualità relazionale in epoca digitale. È tempo di seguire attentamente gli eventi, perché spesso in passato la Francia ha fatto da apripista per le grandi proteste sociali transnazionali.
