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Mondo > Medio Oriente

Iran, la guerra favorisce il regime contro i cittadini

di Bruno Cantamessa

- Fonte: Città Nuova

Bruno Cantamessa Autore Citta Nuova

La guerra di Hormuz e le truculente minacce di Trump hanno ottenuto più che altro di favorire la crescita di un’aura di martirio intorno al regime iraniano, mettendo fra parentesi gli orribili crimini contro la popolazione sui quali si regge all’interno il potere dei pasdaran. La condanna a morte di Najmeh Amini

Manifesti propaganda del regime in Iran ANSA . EPA/ABEDIN TAHERKENAREH RESTRICTIONS

«Tra attacchi incrociati, dichiarazioni contrastanti, cessate il fuoco violati e negoziati inconcludenti (…) è stallo totale tra Stati Uniti e Iran. Donald Trump si è imbarcato in una di quelle guerre senza fine che all’inizio del suo secondo mandato aveva promesso di far cessare». Così Valeria Talbot, dell’Ispi Mena Centre, sintetizza la situazione della guerra scatenata da Trump contro l’Iran.

Il peso della guerra e l’impennata dell’inflazione negli Usa sembrerebbero segnare la sconfitta del tycoon. Lui naturalmente nega. Si vedrà forse fra poco, alle elezioni di midterm, cosa ne pensano gli americani. Intanto, dopo la delusione per il “mancato” Nobel e per ribadire l’ideologia bislacca che la pace si ottiene con la forza, Trump minaccia di sganciare sull’Iran prima del 3 novembre uno o più Moab, ordigni da 10 tonnellate e 15 milioni di dollari ciascuno.

Risale alla settimana scorsa la notizia diffusa dal Guardian della condanna a morte a Mashhad, in Iran, di Najmeh Amini, 23 anni, per blasfemia. La condanna a morte di Najmeh è ancora soggetta a ricorso in appello e non è stata ancora confermata dalla Corte Suprema, ma l’accusa è gravissima in Iran.

Najmeh era stata arrestata il 3 febbraio 2026 in seguito ad un monitoraggio online della polizia informatica iraniana (Fata). Secondo il giornale iraniano khorasanonline.ir avrebbe scritto un post sui social media con «insulti altamente volgari e offensivi contro gli Imam Infallibili»: questa la sua unica colpa, che ha portato all’accusa di sabol-nabi, insulto al Profeta, delitto che prevede la condanna a morte.

Perché e cosa abbia scritto in quel post non è dato sapere, la sentenza non lo dice. In un secondo procedimento a suo carico, Najmeh (che è detenuta nel carcere Vakilabad a Mashhad) è stata condannata a 12 anni di carcere per aver agito contro la sicurezza nazionale e per la diffusione di propaganda contro lo stato. Probabilmente per lo stesso post. Nei giorni scorsi, Najmeh è riuscita a far uscire dal carcere un messaggio, diffuso dal Guardian e da Iran human rights: «Non voglio fare l’eroina, voglio solo che la mia voce sia ascoltata».

«Condannando a morte una ragazza innocente, il regime sembra voler dimostrare di non dover rispondere più a nessuno» commenta con amarezza la giurista iraniana e Premio Nobel per la pace (2003) Shirin Ebadi, in esilio volontario da 17 anni.

La vicenda di Najmeh apre un capitolo più ampio: quello appunto della politica di feroce repressione del regime controllato dai pasdaran contro qualsiasi dissidenza. Vera o presunta.

Una fonte molto interessante su questo tema, e da cui proviene la notizia della condanna a morte di Najmeh, è Iran human rights (ihrngo), una ong internazionale indipendente fondata nel 2005 a Oslo, in Norvegia. Il cofondatore e portavoce è lo scienziato iraniano-norvegese Mahmood Amiry-Moghaddam. Iran human rights difende l’abolizione della pena di morte, i diritti umani e i suoi difensori. E dal 2010 documenta caso per caso le condanne e le esecuzioni.

Entrando nel sito iranhr.net si resta subito colpiti da una serie di contatori sempre attivi che calcolano tutte le esecuzioni capitali in Iran nel 2026: qualche giorno fa erano 651, fra le quali 2 quelle di minori e 23 quelle di donne. Sono inoltre presenti altri 3 contatori che informano sulle esecuzioni capitali in Iran dal 2010 a oggi. Il totale era di 11.094, comprendenti 73 minori e 312 donne. Numeri che nel frattempo sono aumentati.

ANSA EPA/ABEDIN TAHERKENAREH

Seguono centinaia di profili (quasi tutti con foto) delle persone giustiziate o condannate a morte dal regime iraniano, indipendentemente dal “crimine” che avrebbero commesso. Un lavoro di documentazione straordinario e ammirevole, per quanto necessariamente incompleto a causa della difficoltà di trovare le notizie. Tra i difensori dei diritti compaiono sul sito anche informazioni su Nasrin Sotoudeh, avvocata e attivista per i diritti umani insignita il mese scorso del Premio Václav Havel 2026 per i diritti umani dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa.

Sua figlia, Mehraveh Khandan, che vive in Europa, ha partecipato alla cerimonia di premiazione a Strasburgo per ritirare il premio a nome della madre, che vive in Iran agli arresti domiciliari per gravi motivi di salute, e sulla cui testa pesano condanne per decine di anni e di frustate. Il marito di Nasrin e padre di Mehraveh, Reza Khandan, è detenuto da novembre 2024 senza processo a Evin, il carcere di Teheran per i dissidenti.

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