«Posso dire che tutto questo è il frutto di una cultura dell’incontro»: con questa premessa il dott. Luigi Triggiano, coordinatore nazionale del progetto “Un ponte per il Libano”, inizia a raccontare quest’esperienza partita nel 2021. L’occasione è la visita in Italia del vescovo di Beirut, mons. César Essayan, che ha tra le altre cose incontrato a Conselve (Padova) un gruppo di volontari che sostiene il progetto in cui è coinvolto anche il vicariato latino.
Già nel 2020 era iniziato un passaparola tra una donna libanese che aveva vissuto a Firenze, Danièle Richa, e alcuni suoi conoscenti in Toscana, per la raccolta e l’invio di medicinali; in particolare per i pazienti cronici, che devono assumere costantemente terapie anche salvavita. La cosa ha preso via via forma strutturata, sia in quanto a raccolta dei farmaci – basata non tanto sulla buona volontà dei singoli cittadini che donano un farmaco da banco, quanto sulla collaborazione con medici, farmacie, e soggetti che possono garantire in maniera mirata anche farmaci con obbligo di ricetta – che a realtà coinvolte: si è infatti creata una rete tra Movimento dei Focolari, Unifil, vicariato apostolico di Beirut, Fondazione Giovanni Paolo II e un gruppo di associazioni libanesi.

Un carico di farmaci nell’ambito del progetto “Un ponte per il Libano” (foto vicariato latino di Beirut)
Un lavoro di squadra che, sottolinea Triggiano, ha permesso di creare una catena di distribuzione sicura che ha ottenuto anche il plauso dell’Unifil: «In Libano purtroppo non esiste un sistema sanitario pubblico come noi lo intendiamo – osserva –, e quindi non solo la fornitura, ma anche la distribuzione dei farmaci, può essere problematica e a rischio di non andare a buon fine. Abbiamo così messo in piedi una vasta rete di partenariato con realtà associative e istituzionali, che ha saputo guadagnarsi la fiducia necessaria a mettere i piedi una collaborazione con il ministero della Difesa, l’Unifil e la Croce Rossa libanese: oggi quindi farmaci, latte in polvere e presidi medici vengono presi in consegna dai militari già in Italia, e sostanzialmente scortati fino alla consegna porta a porta a chi ne ha bisogno, in base alle precise necessità individuate dai partner locali».
Ciascuno riceve né più né meno della quantità di farmaco di cui necessita, e non solo per una questione di ottimizzazione delle risorse: in un contesto di scarsità di medicinali e povertà diffusa, c’è il rischio concreto che quelli non utilizzati finiscano sul mercato nero semplicemente per poter mettere qualcosa nel piatto, ma andando così ad incrementare un circolo vizioso ancora peggiore di speculazione sui farmaci.

Il dott. Luigi Triggiano all’incontro con gli studenti nell’ambito del progetto “Un ponte per il Libano” a Conselve (PD) – foto Chiara Andreola
Ad oggi, prosegue Triggiano, «sono oltre 500 i quintali di forniture mediche che hanno raggiunto il Libano e di cui usufruiscono circa 4000 persone, grazie ad una rete di raccolta gestita da volontari che oggi copre 19 regioni italiane, e alle donazioni di alcune imprese. Questo consente non solo di beneficiare la popolazione libanese, ma anche di evitare che farmaci a ridosso della scadenza vengano gettati. Anche in quest’ottica abbiamo in corso interlocuzioni con il Banco Farmaceutico, che raccoglie medicinali ancora utilizzabili da farmacie e aziende».
Il valore di questo modello di cooperazione, conclude Triggiano, va oltre quello dei singoli farmaci: «Questo progetto ha rinsaldato le nostre relazioni e ci ha fatti crescere come cittadini, ed ha creato una base su cui costruire le tappe future: oggi ci viene chiesto di inviare farmaci, ma un domani chissà per che cosa questa rete che abbiamo costruito potrebbe essere utilizzata».
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