Non sappiamo se Donald Trump abbia mai letto Svetonio. E neppure se conosca la storia di Caligola. Di certo sembra impegnarsi con una certa determinazione per lasciare ai posteri una reputazione altrettanto memorabile. Con qualche vantaggio tecnologico: l’imperatore romano non disponeva di Truth Social, delle televisioni all news e di un ufficio stampa. Eppure, quanto a capacità di trasformare il potere in spettacolo, aveva già capito quasi tutto.
L’imperatore di Roma
Gaio Cesare Germanico, detto Caligola, governò Roma dal 37 al 41 dopo Cristo. Quattro anni appena, sufficienti per conquistarsi un posto d’onore nella galleria degli eccentrici della storia. Svetonio e Cassio Dione ne raccontano le stravaganze, la crudeltà, il gusto per la provocazione. Testimonianze da prendere con qualche cautela, perché le cronache che ci sono giunte riflettono soprattutto il punto di vista di ambienti aristocratici e senatori, che dell’imperatore non conservavano precisamente un buon ricordo. Ma forse è proprio questo il punto: nella politica, ieri come oggi, conta ciò che si fa, ma anche — e talvolta soprattutto — l’immagine che si lascia di sé.
Dal cavallo console al Kennedy Center
Prendiamo il celebre cavallo Incitatus. Secondo Svetonio, Caligola avrebbe pensato di nominarlo console, dopo avergli già assicurato una scuderia di marmo, una mangiatoia d’avorio e una servitù personale. La nomina non avvenne mai e forse si trattava di una provocazione contro il Senato: un modo per ricordare ai suoi illustri membri che, se il principe lo desiderava, perfino un cavallo poteva occupare la loro poltrona. Trump non è ancora arrivato a tanto. Ma ha mostrato un talento non trascurabile nel trasformare le nomine e le istituzioni in strumenti di provocazione politica. Nel 2025 ha assunto la presidenza del Kennedy Center, il museo di Washington dedicato alla vita e all’eredità del presidente John F. Kennedy. A dicembre, il consiglio da lui presieduto, ha votato per aggiungere il suo nome a quello di Kennedy, sollevando contestazioni sulla legittimità della decisione, in assenza di un’autorizzazione del Congresso. Caligola voleva promuovere un cavallo. Trump, più prudentemente, promuove se stesso.
Il rapporto con le istituzioni
C’è poi il rapporto con le istituzioni. Caligola amava umiliare i senatori, costringendoli, secondo le cronache, a sopportare cerimonie degradanti e dimostrazioni arbitrarie di superiorità. Il Senato conservava le forme e il prestigio dell’antica Repubblica, ma il potere era ormai altrove. Trump ha costruito la propria fortuna politica sulla delegittimazione dell’establishment, della burocrazia federale e della stampa, trasformata all’occorrenza in nemica del popolo. Naturalmente, il Senato romano non era il Congresso americano. Ma la tentazione appare familiare: le istituzioni sono rispettabili finché approvano, diventano ostacoli da abbattere quando dissentono.
L’ego comune stratosferico
E qui entra in scena l’ego. Caligola, raccontano le fonti antiche, arrivò a rivendicare onori divini, facendo collocare la propria immagine accanto a quella degli dèi. Trump non pretende sacrifici rituali, almeno per il momento, ma sembra apprezzare molto le cerimonie di devozione personale. Nell’agosto 2025, durante una riunione televisiva del governo durata oltre tre ore, i ministri si sono alternati in una singolare gara di complimenti al presidente. Una scena che avrebbe probabilmente divertito Caligola, anche se il cerimoniale romano prevedeva meno telecamere. Del resto, nella politica trasformata in culto della personalità, la competenza rischia di diventare secondaria rispetto alla fedeltà. Non conta soltanto quello che sai fare, ma soprattutto quanto entusiasmo manifesti per chi comanda.
Divide et impera
Infine, la polarizzazione. Caligola, secondo le cronache, non disdegnava di contrapporre la propria popolarità presso la plebe al prestigio dell’aristocrazia senatoria, ricorrendo anche a spettacoli pubblici e distribuzioni. Trump ha fatto della contrapposizione politica e culturale uno degli strumenti principali della propria comunicazione: da una parte il popolo autentico, dall’altra i suoi presunti nemici, siano essi immigrati, intellettuali, giornalisti, burocrati o oppositori politici. Il conflitto, in questa logica, non è più un problema da risolvere, ma una risorsa da alimentare. Perché una società permanentemente mobilitata contro qualcuno rischia di interrogarsi meno sulle responsabilità di chi governa.
Naturalmente, sarebbe storicamente scorretto confondere un imperatore romano con un presidente eletto di una democrazia costituzionale. Caligola non aveva una Corte Suprema, un Congresso indipendente o elezioni da affrontare. Trump sì, e non è una differenza secondaria.
Potenza e decadenza
Ma c’è un particolare che rende il paragone meno azzardato di quanto sembri. Caligola non governava un impero decadente. Roma era una superpotenza militare, economica e politica, capace di dominare il Mediterraneo e di imporre la propria volontà a gran parte del mondo conosciuto. Eppure, proprio al vertice di quella potenza, il potere poteva assumere forme grottesche, riducendo le istituzioni a comparse e trasformando il principe nel protagonista assoluto. Un paradosso che dovrebbe suggerire qualche riflessione anche sull’America contemporanea: la grandezza di una nazione non garantisce necessariamente la salute delle sue istituzioni. E la degenerazione del potere non è sempre il sintomo della decadenza. Talvolta può manifestarsi proprio nel momento della massima forza.
Il richiamo del potere
Insomma, il problema non è stabilire se Trump sia il Caligola del XXI secolo. È chiedersi perché, dopo duemila anni di storia politica, il fascino del potere personale continui a esercitare un’attrazione così irresistibile. E perché una parte dell’opinione pubblica finisca per scambiare la provocazione per coraggio, l’arbitrio per decisionismo e la trasgressione delle regole per una prova di autenticità.
Caligola morì assassinato dopo appena 4 anni di regno. Trump, fortunatamente, deve fare i conti con ben altri meccanismi di successione. Ma c’è un dettaglio sul quale forse dovrebbe riflettere: di Augusto ricordiamo la costruzione di un sistema politico destinato a durare secoli. Di Caligola, soprattutto un cavallo.
E di Trump, che cosa ricorderanno i posteri? Difficile dirlo. Ma la storia insegna che tra il desiderio di lasciare il proprio nome ai secoli e il modo in cui quei secoli finiranno per ricordarlo può esserci una distanza considerevole. A volte, quella che separa un imperatore dal suo cavallo.
