Gli Stati Uniti hanno deciso di tornare indietro nel tempo di 90 anni e con un annuncio che continua a far discutere, hanno deciso di trasmettere in diretta streaming la fucilazione di Nidal Hasan, psichiatra ed ex maggiore dell’esercito statunitense, condannato a morte per la strage di Fort Hood. Era il 2009, quando Hasan uccise 12 soldati e un civile, ferendo altre 32 persone. Nel corso del processo, Hasan aveva ammesso le sue responsabilità, spiegando di aver agito per difendere i musulmani e i talebani in Afghanistan.
17 anni dopo, è stata fissata l’esecuzione: a Fort Hood, in Texas, nel luogo in cui Hasan aveva fatto la strage. Occhio per occhio, dunque, e dente per dente, ma in mondovisione. Al presidente Trump è infatti piaciuta la proposta del segretario alla Difesa statunitense, Pete Hegseth, di trasmettere l’esecuzione in diretta streaming. Se non ci saranno ricorsi o impedimenti, il terribile appuntamento è dunque per il 3 dicembre 2026, alle 13 locali. In Italia saranno le 20. E se qualcuno si chiede se all’esecuzione potranno assistere i minori, finanche i bambini, l’idea del governo statunitense è di dare massima visibilità e trasparenza all’evento, fatti salvi i filtri di protezione dei social (eludibili, quando si guarda la diretta con la famiglia al completo!).
La prospettiva di un’uccisione di Stato in diretta ha fatto inorridire esponenti politici repubblicani e democratici.
Le Nazioni Unite hanno definito il progetto “abominevole”, un trattamento crudele, inumano e degradante, nonché una violazione al divieto di tortura.
Durissima la reazione dei vescovi cattolici statunitensi. Il presidente della USCCB (Conferenza dei Vescovi Cattolici degli Stati Uniti), l’arcivescovo Paul S. Coakley, ha dichiarato: “È con shock e grande dolore che ho appreso della decisione del Dipartimento della Guerra di trasmettere pubblicamente in diretta l’esecuzione di Nidal Hassan. Il nostro Dio è il Dio della vita. In nessun modo le azioni di Hassan possono essere condonate, ma questa decisione è una barbara promozione di una cultura della morte e deve essere riconsiderata…” L’esecuzione pubblica, per l’arcivescovo, “non farà altro che minare ulteriormente il tessuto morale della nostra nazione ed essere una piaga sulla coscienza del suo popolo”.
Contrari anche gli esperti di salute mentale, che lanciano l’allarme per il possibile impatto di una scena così violenta sugli spettatori, soprattutto sui più giovani, che potrebbero vedere quelle violenze sfuggendo ai divieti.
Di tortura, sempre a proposito degli USA, si è parlato nei giorni scorsi anche a proposito di Christa Pike, una donna di 50 anni che quando era maggiorenne uccise una coetanea. Nei giorni scorsi, è sopravvissuta a ben due iniezioni letali. E mentre si discuteva se darle il colpo finale, lei si è ripresa e ha cominciato a parlare e a camminare.
In attesa di capire cosa non abbia funzionato, il governatore del Tennessee, il repubblicano Bill Lee, ha sospeso tutte le esecuzioni nello Stato fino alla fine dell’anno. Gli avvocati di Pike, invece, hanno chiesto che la pena di morte venga convertita in ergastolo, definendo il duplice tentativo di uccisione una vera e propria forma di tortura.
